La faticosa ricerca di una strategia europea sull’immigrazione La faticosa ricerca di una strategia europea sull’immigrazione
Stenta a trovare una soluzione la crisi dei migranti che dal 2015 incalza interrottamente l’Europa, con sempre maggior vigore, spingendo per la prima volta... La faticosa ricerca di una strategia europea sull’immigrazione

Stenta a trovare una soluzione la crisi dei migranti che dal 2015 incalza interrottamente l’Europa, con sempre maggior vigore, spingendo per la prima volta i paesi dell’Est a prendere l’iniziativa sulla scena comunitaria su un tema decisivo per il futuro dell’intera Unione, quale quello dell’immigrazione.

Dopo aver ribadito il loro no al sistema di ridistribuzione per quote obbligatorie di rifugiati, promosso da Berlino, gli Stati del Gruppo di Visegrád, costituito da Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia, hanno deciso di prendere di petto il problema dell’afflusso incontrollato di persone proveniente da Asia, Vicino Oriente e Africa. «In assenza di una strategia ben definita a livello europeo – ha dichiarato il Ministro degli Esteri slovacco Miroslav Lajčák – siamo legittimati a difendere i nostri confini». I quattro paesi avevano già precedentemente annunciato, in occasione della riunione del gruppo tenutasi il 15 febbraio scorso, a cui hanno partecipano anche Macedonia e Bulgaria, la loro intenzione di scoraggiare le partenze verso l’Europa bloccando definitivamente la “rotta balcanica”, che dal confine greco-macedone consentiva l’afflusso continuo dei migranti verso la Germania passando per la Serbia e l’Ungheria.

La chiusura della rotta balcanica passante attraverso il territorio della Macedonia può comportare la scelta di alternative da parte dei migranti: Bulgaria, Europa orientale e Balcani occidentali.

Dal 7 marzo, come da programma, la rotta dei Balcani, via territorio macedone, è stata ufficialmente chiusa causando l’ammassamento dei migranti ai confini di Grecia, Macedonia e Serbia, e sollevando interrogativi sulle nuove rotte alternative che potrebbero essere sfruttate dai trafficanti internazionali di migranti per l’ingresso in Europa.

La rotta attraverso la Bulgaria

Con lo sbarramento del confine macedone, la Bulgaria è divenuta la nuova alternativa naturale alla Macedonia. A partire dall’estate del 2015, stando alla pubblicazione serba «Večernje novosti» che cita il Centro di aiuto per i richiedenti asilo di Belgrado, il 9% dei migranti che sono entrati in Serbia lo hanno fatto mediante il territorio bulgaro. Nel mese di dicembre scorso, Sofia aveva annunciato di aver realizzato un muro di 30 km di filo spinato al confine con la Turchia e di volerne erigere altri 90 km, sul totale di 274 km di frontiera turco-bulgara, entro l’estate. Dato il blocco dei migranti al confine greco-macedone, le autorità si aspettano adesso che questi deviino verso la Bulgaria, sfruttando i 500 km non protetti di confine con la Grecia. Il Primo Ministro bulgaro, Boiko Borisov, ha già espresso le sue preoccupazioni riguardo ad Atene che non sembra aver intrapreso alcuna misura negli ultimi mesi.

Di fronte a tale situazione, tuttavia, Sofia ha già annunciato di essere pronta in caso di necessità ad innalzare un ulteriore muro di protezione, mentre il Parlamento ha approvato un provvedimento che consente di dislocare l’esercito, finora impegnato in operazioni di sostegno logistico, nella sorveglianza delle frontiere al fianco della polizia. Se da una parte la costruzione dei muri di protezione da parte della Macedonia e della Bulgaria al confine con la Grecia possono ridurre significativamente il numero dei migranti irregolari che arrivano in Europa, dall’altra rischia di estromettere de facto Atene dalla sorveglianza dei confini meridionali dell’area Schengen, di cui il paese resta comunque parte.

La rotta che attraversa l’Europa orientale

Secondo alcuni ufficiali europei, citati da Reuters, con la chiusura della rotta balcanica il flusso potrebbe spostarsi, attraverso l’Asia Centrale, verso la Repubblica di Moldavia, Ucraina e i paesi baltici. Stati che, per quanto riguarda i primi due, presentano istituzioni deboli con un alto livello di corruzione e incapaci di far fronte ad eventuali attraversamenti di massa delle proprie frontiere, aspetti di cui i trafficanti internazionali di migranti potrebbero tenere conto. L’anno scorso seimila migranti sono arrivati in Nord Europa passando per la Russia sino agli Stati baltici: per questo motivo, i governi di questi paesi stanno prendendo molto sul serio il pericolo di diventare il nuovo punto d’ingresso dei migranti nell’UE. Lettonia ed Estonia, in particolare, avevano già provveduto, a seguito dell’annessione della Crimea, ad innalzare un muro di difesa in funzione anti-russa per motivi di sicurezza lungo il proprio confine orientale, ma ora potrebbero essere costretti a riconsiderare la sua funzione1.

La rotta attraverso i Balcani occidentali

Non sembra più destare gravi preoccupazioni, invece, la rotta dei Balcani occidentali. La Slovenia e la Croazia hanno già fatto sapere, a seguito dell’accordo tra l’Unione Europea e la Turchia2, di non essere più disposte a svolgere il ruolo di paesi di transito, ragion per cui chiuderanno i confini ai non aventi le carte in regola per entrare nello spazio Schengen. Mentre il rischio che sempre più migranti decidano di raggiungere l’Italia, attraverso lo stretto di Otranto, sembra minimo tenendo presente le difficoltà di affrontare, innanzitutto la traversata del confine greco-albanese, aspramente montuoso e poco popolato, e di fronteggiare la rigida politica albanese per i motoscafi.

Le divisioni europee sulle quote obbligatorie di richiedenti asilo

A partire dall’estate 2015, in seno all’Unione, si è andata a creare una spaccatura intorno al tema dei rifugiati. Il 22 settembre, a seguito degli appelli di Berlino alla solidarietà europea, i Ministri dell’Interno dell’UE hanno adottato un piano che prevede la distribuzione dei richiedenti asilo, dall’Italia e dalla Grecia, in base a quote stabilite con criteri predeterminati e obbligatorie3. Da una parte, Stati come Germania, Belgio, Grecia, Lussemburgo, Olanda, Svezia, Polonia, Portogallo, Slovenia e Francia si sono detti favorevoli all’implementazione del piano, dall’altra si sono evidenziati dei disaccordi. Gli Stati membri invece che hanno votato contro il piano sono stati l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia e la Romania, mentre la Finlandia si è astenuta.

Particolare è il caso della Polonia che in un paio di mesi ha cambiato posizone ben due volte. In seguito ad un primo “no” informale alle quote per i rifugiati deciso insieme ai partner del Gruppo di Visegràd, Ewa Kopacz, Capo del governo centrista di allora nonchè sostituta di Donald Tusk, nominato nel frattempo Presidente del Consiglio europeo e sostenitore delle quote, è ritornata sui suoi passi al momento della votazione motivando la scelta con la volontà di voler evitare che il suo paese venga isolato in Europa, preferendo pertanto di accettare le quote di migranti ma su basi volontarie e non obbligatorie. Alcuni non escludono che a pesare sulla scelta della Kopacz sia stato anche lo stretto legame dell’economia polacca con la Germania, divenuto principale partner commerciale di Varsavia.

Con le elezioni parlamentari del 25 ottobre scorso é avvenuto il secondo cambiamento di rotta del governo polacco sul tema dei rifugiati. Guidato questa volta da Beata Szydlo, del partito di destra Diritto e Giustizia, il nuovo esecutivo ha rinnegato il “no” del precedente governo e confermato l’opposizione alle “quote” già espressa dal Gruppo di Visegràd. Mateusz Piskorski, direttore dell’European Center for Geopolitical Analysis, ha fatto sapere che il Parlamento polacco sta considerando ora la costruzione di uno sbarramento al confine con l’Ucraina alla luce anche delle numerose richieste di cittadinanza polacca da parte degli Ucraini della regione di Leopoli, i quali teoricamente possono ottenerla dimostrando le proprie origini polacche, o ancor più facilmente pagando duemila euro.

Il Primo Ministro Szydlo ha fatto presente a Strasburgo che il suo paese ha accolto dall’anno scorso oltre un milione di rifugiati ucraini, mentre altri 706.000 già lavorano in regola, numeri che l’Europa sta ignorando, e che rappresentano uno dei motivi per cui la Polonia non può accettare le sua parte di quote di rifugiati extra-europei4. Le autorità polacche, inoltre, con la chiusura della rotta balcanica, si aspettano anch’esse l’arrivo dei profughi dal Vicino Oriente attraverso la vicina Ucraina.

La Romania ha conosciuto un minor numero di migranti rispetto ai paesi vicini, ciononostante è stata anche essa terra di transito per i migranti clandestini provenienti dalla Bulgaria, attraverso i due ponti sul Danubio, ma anche dalla Repubblica di Moldova. L’Ungheria ha comunicato a più riprese di voler chiudere anche questa rotta e di essere pronta a costruire un nuovo muro di filo spinato alla frontiera con la Romania, che se realizzato sarebbe il più lungo di questo genere in Europa.

L’Ungheria, che inizialmente doveva anch’essa far parte del piano, con una quota di richiedenti asilo da ricollocare dal suo territorio in altri Stati, ha respinto lo stato di emergenza evitando così di essere obbligata ad installare sul proprio suolo gli hotspot, strutture allestite per identificare rapidamente i migranti gestite dalle autorità comunitarie. Il Regno Unito, dal suo canto, ha deciso di invocare la clausola di opt-out in materia di Giustizia e Affari Interni dell’UE, mentre parallelamente la Danimarca e l’Irlanda, pur godendo della medesima clausola, hanno dichiarato di essere disposti ad accettare i ricollocamenti.

I casi di Polonia, Ungheria, Regno Unito, ma non solo, dimostrano la mancanza di cooperazione e solidarietà tra gli Stati membri dell’Unione Europea, incapaci di fronteggiare una situazione che richiede rapidità operativa.

In definiva, anche i quattro Stati che hanno votato contro il piano saranno obbligati dai Trattati UE a prendervi parte, avendo riconosciuto il risultato della votazione. Il Primo Ministro ungherese, Viktor Orbán insieme al suo omologo slovacco, Robert Fico, hanno usato toni molto duri minacciando la possibilità di ricorrere alle vie legali, contro tale decisione. La Polonia, intanto, pur avendo espresso la sua contrarietà pubblica alla proposta della Commissione che il precedente governo centrista ha sostenuto in sede di votazione, sembra indirizzata, piuttosto che verso un atteggiamento di chiusura, più verso un negoziato volto ad ottenere una ricollocazione dei migranti su basi volontarie, invocando, per ragioni di sicurezza, la possibilità di selezionare direttamente i migranti da accogliere negli hotspot di Italia e Grecia e auspicando un intervento congiunto comunitario al fine di risolvere nei paesi d’origine i problemi che spingono i rifugiati a muoversi verso l’Europa5.

La crisi dei rifugiati ha evidenziato ancora una volta la mancanza di solidarietà tra i paesi europei e la loro inadeguatezza nel prendere misure rapide per problemi che richiedono un intervento repentino. Persino rispetto al piano adottato il 22 settembre, che sembra proporre una soluzione condivisa alla cosiddetta crisi dei migranti, permangono incertezze, oltre che sulla verifica sul numero effettivo dei richiedenti asilo, anche circa i tempi e i criteri di attuazione del piano, così come anche riguardo i casi di rifugiati ricollocati in un paese, che decidano di spostarsi in un altro Stato membro.

La crisi dei migranti sta mettendo alla prova seriamente l’unità e la coesione dell’Unione Europea, mentre, contemporaneamente, l’ingresso di un elevato numero di persone senza controllo alle frontiere, solleva un grande interrogativo sulla reale capacità dell’UE di proteggere il proprio territorio

NOTE:

Stefan Căliman è collaboratore del programma "Eurasia" dell'IsAG.

1. Criza refugiaţilor. Statele baltice întăresc controalele la frontiere şi construiesc garduri.
2. Dichiarazione UE-Turchia.
3. COUNCIL DECISION establishing provisional measures in the area of international protection for the benefit of Italy and Greece.
4. Ukraine disputes Poland claim of taking 1 million refugees.
5. Varsavia, sui migranti non accettiamo ricollocamenti forzati.


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