Olio d’oliva, Europa e sicurezza Olio d’oliva, Europa e sicurezza
Perché aumentare le esportazioni di olio d’oliva in Europa è un bene per la stabilità e lo sviluppo della Tunisia? I recenti attacchi a... Olio d’oliva, Europa e sicurezza

Perché aumentare le esportazioni di olio d’oliva in Europa è un bene per la stabilità e lo sviluppo della Tunisia?

I recenti attacchi a Bruxelles, dopo quelli di Parigi, dimostrano che la pervasività dell’attività dei gruppi jihadisti legati a Daesh rende l’Europa vulnerabile quanto i paesi d’oltre-Mediterraneo. In Tunisia, la minaccia jihadista influenza l’andamento dell’economia del paese. Fondandosi essa principalmente sul turismo, gli attacchi al Museo del Bardo e l’attentato terroristico a Sousse hanno contribuito a ridurre l’afflusso di turisti dall’estero, come testimonia la decisione di alcune tra le più importanti compagnie di crociera internazionali, tra cui anche Costa Crociere, di non fare scalo a Tunisi, aggravando, pertanto, la già difficile situazione economico-sociale. Il pericolo è che il malcontento, soprattutto dei giovani tunisini che soffrono già di un alto tasso di disoccupazione, possa trovare le sue risposte nella radicalizzazione.

Il provvedimento del Parlamento Europeo

L’entrata in vigore – 10 Marzo 2016 – della proposta del Parlamento Europeo di facilitare le esportazioni di olio tunisino in Europa, sebbene abbia suscitato malcontenti da parte dei contadini europei soprattutto di Spagna e Italia, dimostra uno sforzo concreto di sostenere l’economia di uno degli interlocutori fondamentali nel panorama Nord-africano. Parafrasando il testo della proposta parlamentare, l’obiettivo di tale manovra è di «assistere al meglio la Tunisia nella transizione politica ed economica, con interventi che possano mostrarsi efficaci in tempi brevi».

Cosa c’entra, dunque, l’olio d’oliva? Ebbene, proprio l’olio d’oliva può essere un valido incentivo per la sicurezza del paese, sebbene parziale.

La proposta prevede l’esportazione dalla Tunisia di 35.000 tonnellate di olio d’oliva senza dazi all’anno per due anni, a partire dal 1 gennaio 2016 al 31 dicembre 2017. La produzione europea è tutelata dall’osservanza dell’obbligo di provenienza, come stabilito dalle norme europee. Qualora ciò non avvenisse, l’accordo verrebbe sospeso.

Rapporti commerciali tra Unione Europea e Tunisia

Sono proprio gli accordi commerciali stipulati a partire dal 1995, che permettono all’Europa di avere un’ingerenza tale nell’economia tunisina. La Dichiarazione di Barcellona, conosciuta anche come “partenariato euro-mediterraneo” firmata proprio in quell’anno stabiliva  una zona di libero scambio tra la la Tunisia e la fortezza Europea. I rapporti furono poi implementati quando, nel 2004, il paese entrò a far parte della Politica di Vicinato dell’Unione, beneficiando di rapporti diplomatici e commerciali privilegiati, mirati a rafforzarne la stabilità, la prosperità e la sicurezza. Tramite questa Politica di Vicinato, l’Unione Europea ha creato un’agenda di riforme e incentivi per l’accesso al mercato e all’integrazione con i paesi dell’altra sponda del Mediterraneo.

I rapporti commerciali con la Tunisia si basano sul Piano di Azione, il quale prevede uno sforzo reciproco nel completare la creazione di un’area di libero scambio nel Mediterraneo, coinvolgendo non solo la Tunisia ma anche gli altri paesi dell’area tramite accordi bilaterali tra l’Unione Europea e i singoli Stati. Gli obiettivi stabiliti dalla Politica di Vicinato per i paesi del Mediterraneo sono stati condivisi e supportati anche da accordi regionali complementari, tra questi l’Unione del Mediterraneo, creata nel 2008. L’affidamento che la Tunisia fa sull’Unione Europea non trova tutti gli studiosi d’accordo. Un articolo del Carnegie Middle East Centre avrebbe ritenuto, prima delle cosiddette Primavere Arabe, che l’affidamento che i paesi del Maghreb fanno sull’Europa potrebbe causare danni alle economie nordafricane.

Secondo i dati risalenti al 2010 rilevati dall’articolo, l’Europa beneficia del 75% dell’export tunisino e l’83% del turismo. Le rivolte arabe dal 2011 ad oggi hanno probabilmente mostrato i rischi di una tale interdipendenza. Come spiega l’analista Lorenzo Declich la Tunisia ha voluto fare affidamento su forme di credito più occidentali quali il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, rispetto a quando nel 2009 l’economia tunisina stava aprendosi al mercato finanziario del Golfo, ma in questo modo ha risentito della crisi economica europea.

Produzione dell’olio in Tunisia

La Tunisia è uno dei più importanti produttori di olio: l’export di olio d’oliva rappresenta il 40% del totale dell’export agricolo e il 10% dell’export totale. Tali numeri sono giustificati  dalle condizioni geologiche e atmosferiche che rendono il terreno fertile per la crescita degli ulivi, le cui piantagioni sono distribuite su tutto il territorioSe compariamo la produzione tunisina con quella dei competitors mediterranei, Spagna e Italia, la Tunisia ha registrato una produzione più bassa ma un raccolto di gran lunga migliore nell’annata 2014-2015.

La produzione è destinata al commercio estero, più che al consumo locale. Al di là di nuove rotte nei paesi del Golfo, la destinazione prediletta è senza dubbio l’Unione Europea, considerando la vicinanza geografica e gli accordi commerciali preferenziali di cui sopra. Nell’ambito del settore agricolo, gli accordi tra la Tunisia e l’Unione Europea includono anche obiettivi che si riferiscono al miglioramento della produzione agricola, sostenendo l’idea che investire in questo settore, implementando  strutture e servizi serva a ridurre la povertà e a tutelare i posti di lavoro.

L’economia tunisina necessita di allocare in maniera più equa le sue risorse. Investire nell’agricoltura potrebbe essere un passo molto importante, utilizzando, ad esempio, fondi per migliorare il sistema di irrigazione. Appurato che la vera sfida della Tunisia in transizione è affrontare ineguaglianze tra ricchi e poveri, incentivare l’export di olio d’oliva in Europa servirebbe a dare quella spinta utile al paese per costruire una governance e non solo un governo. Dunque, risvolti positivi possono derivare dall’incentivo proposto dall’Unione Europea, nonostante le preoccupazioni dei produttori d’oltre-Mediterraneo, soprattutto italiani.

A questo proposito, due sono i punti principali utili a contestare la loro opposizione. Innanzitutto, l’Italia non è nuova nell’importare l’olio del vicino Nord-africano, e non potrà essere che di beneficio importarlo dopo le perdite subite tra il 2014 e il 2015. Si stima infatti che la produzione italiana sia scesa da 464.000 tonnellate a 222.000 tonnellate; e da 350.000 a 200.000. Per coloro i quali temono un abbassamento degli standard di qualità di olio d’oliva, la proposta avanzata dal Parlamento Europeo impone che vengano rispettate le norme europee sulla produzione e l’indicazione di provenienza del prodotto.

L’economia tunisina del post-rivoluzione

Dopo Ben Ali, la Tunisia ha dovuto far fronte ai problemi strutturali del paese, che il regime aveva celato. Quello che all’inizio del 2011 sembrava un successo democratico ha dovuto far fronte a dei consistenti ostacoli socio-economici: la crescita economica ineguale a seconda delle diverse zone del paese e un problema di disoccupazione strutturale. Ne consegue che nella fase di transizione democratica, la ripresa economica è diventata prioritaria per la leadership tunisina. Lo studioso Thomas Carothers sostiene, infatti, che il governo di Ben Ali non ha avuto alcuna forma di legittimità, se non il successo economico. Una volta che la crescita economica ha iniziato a decrescere, anche il consenso è crollato. Nel 2014, la popolazione tunisina riteneva che il punto fondamentale su cui doveva formarsi la politica agenda era proprio la ripresa economica.

L’incentivo europeo nei confronti di settori di produzione tipici dell’economia tunisina potrà coadiuvare il governo nel suo difficile processo di ricostruzione economica, politica e sociale post-rivoluzione.

Ma cosa è successo dopo il 2011? Prima di tutto, l’instabilità politica della regione ha provocato una minore attrazione da parte degli investimenti diretti esteri. La mancata capacità di governance del governo tunisino non ha saputo attrarre capitali stranieri. Infatti, l’apparato statale ha mostrato una burocrazia endemica, un elevato tasso di corruzione che insieme alla minaccia terroristica hanno reso il paese poco attraente per gli investimenti. Una seconda caratteristica della Tunisia post-rivoluzionaria è stato il calo del tasso del PIL e l’aumento della disoccupazione. Si stima che prima della rivoluzione, il tasso di disoccupazione fosse del 13%, mentre dopo la rivoluzione abbia raggiunto il 15,2 %. Il problema dell’economia stagnante è accompagnato dalla distribuzione geografica del malessere economico.

Esiste un divario notevole tra le città della costa e le aree, invece, più impoverite che si trovano dell’interno. Le proteste avvenute a Kasserine nel gennaio scorso ne fanno da testimone. La rivoluzione in Tunisia iniziò proprio da quelle province la cui condizione economica e sociale non è migliorata. Dopo il 2011, la strategia per entrare nel mercato economico mondiale non ha tenuto conto della tutela dei propri lavoratori, offrendo agli investitori stranieri manodopera non qualificata a costi salariali ridotti. Ne è conseguito, in mancanza di sviluppo di una produzione autoctona, che le disparità regionali e il divario tra ricchi e poveri si sono acuiti.

Nonostante l’elevato tasso di capitale umano e di preparazione accademica dei giovani tunisini, il mercato del lavoro risulta molto mobile, traducendosi in volatilità salariale, mancanza di tutele e basse retribuzioni sia nel settore pubblico che privato. Queste condizioni incentivano il mercato nero e la corruzione, che contribuiscono ad allontanare gli investitori esteri. Delle politiche tunisine di crescita economiche dovrebbero partire dal basso, tutelando e migliorando prima di tutto i settori in cui l’economia già eccelle, tra questi, il settore agricolo e, appunto, la produzione di olio d’oliva. Per questo l’incentivo fornito dal Parlamento Europeo è un passo importante, che la Tunisia deve saper sfruttare.

La logica dietro questa misura è che sostenere l’export significa incentivare un tipo di produzione, che è pilastro dell’economia tunisina. Qualora questo fosse accompagnato da maggiori investimenti atti al miglioramento delle condizioni del mercato agricolo e di coloro che vi lavorano, allora la Tunisia potrà dire di star affrontando la transizione democratica seguendo un percorso costruttivo e mirato a una stabilità strutturale.

NOTE:

Monica Esposito è collaboratrice del programma "Nordafrica e Vicino Oriente" dell'IsAG.


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