Le nuove elezioni a Zanzibar e i dubbi sul futuro della Tanzania Le nuove elezioni a Zanzibar e i dubbi sul futuro della Tanzania
Domenica 20 Marzo, nell’arcipelago di Zanzibar, si sono svolte le nuove elezioni presidenziali, tra ingenti misure di sicurezza e forti timori per la continuazione... Le nuove elezioni a Zanzibar e i dubbi sul futuro della Tanzania

Domenica 20 Marzo, nell’arcipelago di Zanzibar, si sono svolte le nuove elezioni presidenziali, tra ingenti misure di sicurezza e forti timori per la continuazione della stabilità del paese. Le nuove votazioni hanno rappresentato un momento storico per la Repubblica Unita di Tanzania, in quanto esse, inizialmente previste per il 25 ottobre, sono state rimandate in seguito ad una controversa decisione della Zanzibar Electoral Commission – ZEC. Nel mese di ottobre infatti la ZEC, formata da membri di nomina presidenziale, aveva deciso unilateralmente di non proseguire lo spoglio dell’esito elettorale, dopo che il leader del principale partito di opposizione, il CUF, aveva dichiarato la vittoria del suo schieramento in anticipo rispetto al termine dello spoglio ufficiale.

Come si può ben immaginare questa decisione ha provocato non poche proteste e manifestazioni delle opposizioni, le quali erano in vantaggio nei sondaggi, anche secondo molti osservatori internazionali. Le proteste seguite alla sospensione dello spoglio, non sono terminate fino a metà febbraio quando, una volta annunciata la data delle nuove elezioni, il CUF, in segno di protesta, ha suggerito ai suoi elettori di boicottare le elezioni presidenziali, parlamentari e municipali con una mossa che sa tanto di suicidio politico per il principale partito di opposizione che, in questo modo, ha aperto la strada verso il successo alla compagine al governo da cinquant’anni.

Infatti, gli altri partiti di opposizione, molto più piccoli in termini di seguito elettorale, hanno partecipato alla nuova tornata elettorale ma, ovviamente, non hanno potuto in alcun modo presentarsi come degli avversari competitivi per il partito di governo, il Chama Cha Mapinduzi – CCM. Dunque, come da pronostico il candidato del CCM, Mohamed Ali Shein ha trionfato con il 91,4% dei voti, contro appena il 3% di Hamad Rashid Mohamed della Alliance of Democratic Change – ADC, permettendo così di aprire il nuovo quinquennio e con esso numerose sfide, per entrambi i principali partiti1.

Le recenti elezioni a Zanzibar lasciano non pochi dubbi sull’effettiva regolarità dell’intero processo elettorale. Le conseguenze di tale situazione coinvolgeranno non solo l’arcipelago, ma l’intera Tanzania.

I dati ufficiali riportano che l’affluenza alle urne è stata del 67,9%, anche se il CUF ha contestato questi dati ed ha affermato che a tornare al voto è stato solo il 20% degli elettori totali. Il primo problema affrontato dal neo-eletto presidente Shein ha riguardato la scelta del suo vice che, secondo la Costituzione di Zanzibar del 2010, deve essere il leader del principale partito di opposizione che abbia preso almeno il 10% dei voti. In questo caso, non essendo stati soddisfatti i requisiti percentuali per le opposizioni, si è optato per il leader del partito con il maggior numero di seggi nella House of Representatives2.

Nonostante la netta vittoria del partito di governo dovrebbe essere, almeno teoricamente, accompagnata da un forte sostegno popolare e da una facile situazione di governabilità, Zanzibar e l’intera Tanzania escono notevolmente indeboliti dalla situazione creatasi in seguito alle nuove elezioni. La questione principale ruota intorno al fatto che il boicottaggio elettorale del CUF ha sostanzialmente spaccato politicamente in due l’arcipelago, con una parte della popolazione che sostiene il governo mentre l’altra lo considera addirittura illegittimo.

Una divisione politica del genere è quantomeno preoccupante per Zanzibar dove, negli ultimi anni, hanno fatto registrare una forte crescita sia il movimento indipendentista sia le infiltrazioni terroristiche provenienti dal Kenya e dalla Somalia. Infatti, ormai da tempo, la questione dei rapporti con la Repubblica Unita della Tanzania è tornata sotto i riflettori con forza. Gran parte della popolazione di Zanzibar ritiene infatti che sia necessario un cambio dello status quo. Essa è sostanzialmente divisa tra la parte più moderata che sostiene la necessità di una maggiore autonomia nei confronti di Dodoma, e tra la parte più estrema che ritiene necessaria l’indipendenza dal mainland.

Il suddetto sentimento ha preso gradualmente forza facendo leva su due fondamentali questioni che riguardano l’arcipelago: in primo luogo, gli indipendentisti sostengono che le risorse raccolte dal governo centrale tramite le tasse, non vengano equamente ripartite, sotto forma di investimenti per infrastrutture e servizi, tra il mainland e Zanzibar; in seconda istanza, il movimento pretende una maggiore autonomia soprattutto in campo normativo, con la questione centrale che riguarda le materie religiose. Infatti, la quasi totalità degli abitanti dell’arcipelago professa la fede musulmana, al contrario della parte continentale del paese, dove la popolazione è in maggior parte cristiana.

Oltre alla questione indipendentista, negli ultimi anni, Zanzibar ha dovuto suo malgrado registrare un aumento delle posizioni estremiste, con alcuni casi di azioni terroristiche e contatti diretti con Al-Shabaab. Per quanto riguarda le posizioni estremiste si è recentemente sviluppato un movimento di “Riformismo islamico”, il quale è diretto a sostenere una sorta di ritorno alle origini dei fedeli musulmani, contro l’espansione degli stili di vita occidentali e contro i cosiddetti musulmani munafik, vale a dire coloro che non rispettano tutti i precetti dell’Islam.

È quindi terminato il quinquennio di lavoro comune, in un Governo di Unità Nazionale formato nel 2010, tra CUF e CCM, il cui accordo di successo era finalizzato a far terminare le animosità politiche che hanno attraversato Zanzibar fin dal 1992, l’anno del ristabilimento del multipartitismo nel paese. In questo contesto, un chiaro monito viene trasmesso dal leader del CUF, Seif Sharif Hamad, il quale il giorno delle elezioni ha dichiarato che «Zanzibar nel futuro prossimo dovrà probabilmente convivere con la violenza, dopo aver vissuto cinque anni di pace e tranquillità».

La discussa decisione di annullare l’esito delle elezioni del 25 ottobre e l’instabilità appena descritta hanno portato, già nell’immediato, a delle ripercussioni per l’intero paese. Il punto focale riguarda infatti l’attrazione che il paese suscita nei confronti di investitori e donatori di aiuti. I primi a tirarsi indietro in seguito alla situazione prima descritta sono stati gli Stati Uniti, tramite la sua foreign aid agency, la Millennium Challenge Corporation – MCC, la quale ha annunciato la sua volontà di cancellare gli aiuti programmati per la Tanzania, per un totale di 472 milioni di dollari, destinati per vari progetti elettrici3. Infatti, il modello della MCC per concedere aiuti è fondato sul fatto che «i paesi partner siano legati a pratiche democratiche e ad elezioni libere e trasparenti».

Oltre agli aiuti ed alla cooperazione allo sviluppo, l’enorme potenziale di crescita economica del paese, legato essenzialmente alle Zone Economiche Speciali e alla scoperta di nuovi giacimenti di gas naturale nel Sud, potrebbe essere quantomeno rallentato da questa situazione di insicurezza ed instabilità. Come noto, il continente africano possiede delle grandi riserve e giacimenti di risorse naturali e la Tanzania non fa eccezione. È fuori dubbio infatti che, nel breve periodo, il paese diventerà il centro dell’attenzione globale per ciò che riguarda le nuove forniture di gas.

Le elezioni dello scorso marzo s’inseriscono in un contesto caratterizzato da divisioni tra gruppi religiosi, rischi collegati alle infiltrazioni di Al-Shabaab, indipendentismo. L’instabilità può limitare l’interesse delle potenze straniere a investire nell’area.

Nel 2010 sono state infatti intraprese profonde esplorazioni che hanno portato alla scoperta di significanti quantitativi di gas naturale, sia nell’area continentale che nelle profondità marine, reperimento che ha permesso di organizzare la 2nd Oil & Gas Africa Exhibition & Conference nel giugno 2016 a Dar Es Salaam4. L’evento sarà il fulcro per l’industria petrolifera e del gas naturale, e attirerà le aziende più importanti a livello mondiale le quali, sicuramente, faranno pesare i loro interessi.

I colossi delle risorse energetiche, spalleggiati dagli interessi nazionali dei loro governi di riferimento, a fronte di operazioni commerciali di miliardi dollari, richiederanno – o hanno già richiesto – un contesto politico-istituzionale caratterizzato dalla stabilità. Considerata la situazione sopra citata, il Governo Autonomo di Zanzibar e la Zanzibar Electoral Commission, avrebbero dovuto cercare di aprire un dialogo ed intraprendere così un processo inclusivo, al posto di provocare una spaccatura profonda con il CUF. L’impasse creatasi avrebbe dovuto risolversi attraverso una soluzione condivisa e non tramite un atto unilaterale, evitando così il boicottaggio delle elezioni e le accuse di illegittimità provenienti ora da circa metà della popolazione.

La preoccupazione principale, in ottica futura, sarà quella di evitare l’ampliamento delle già presenti spinte centrifughe, derivanti da un partito che – nonostante abbia le possibilità elettorali per governare – non è rappresentato in alcun modo né al governo né nella House of Representatives. Per di più, proprio come con una matrioska, le spinte centrifughe proverrebbero da una base politica la cui ala più dura già supporta il movimento indipendentista legato a UAMSHO, la cui ala più estrema ha forti legami con l’organizzazione terroristica somala Al-Shabaab. Se questa tendenza non riuscirà ad essere arginata, si assisterà sicuramente ad un estremizzazione politica nell’arcipelago, la quale potrebbe sfociare in azioni di rappresaglia ed in attacchi terroristici, i quali sono già più che raddoppiati tra il 2013 ed il 2014.

Per tutti questi motivi si rende necessaria una politica di inclusione verso il CUF, che tenda ad una distensione del confronto politico che altrimenti porterebbe soltanto al muro contro muro. Nonostante ciò, sia il neo-presidente Shein che Sherif Hamad, tramite delle dichiarazioni post-elettorali, hanno fatto capire che la volontà dei due partiti non è quella di trovare un accordo politico come nel 2010. Infatti, da una parte, il CUF non intende collaborare con un governo “illegittimo”, mentre, dall’altra, il CCM non intende confrontarsi con un partito che non si è presentato alle elezioni e che dunque non ha una base elettorale riscontrabile5 .

NOTE:

Antonino Munafò è collaboratore del programma "Africa e America Latina" dell'IsAG.

1. Fonte: AllAfrica, 22 marzo 2016.
2. Fonte: AllAfrica, 30 marzo 2016.
3. Fonte: Reuters Online, 29 marzo 2016.
4. Oil & Gas Tanzania – The Gateway to the East African Oil & Gas Industry.
5. Fonte: The Citizens Online, 30 marzo 2016.


No comments so far.

Be first to leave comment below.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Solve : *
29 + 24 =