Dal “<i>crisis mapping</i>” a <i>Twitter</i>, per una risposta umanitaria efficiente ed inclusiva Dal “<i>crisis mapping</i>” a <i>Twitter</i>, per una risposta umanitaria efficiente ed inclusiva
L’importanza dell’accesso alle informazioni in situazioni di crisi umanitarie  Il legame tra informazione, risposta ad un disastro e aiuto umanitario è ormai stato formalmente riconosciuto... Dal “<i>crisis mapping</i>” a <i>Twitter</i>, per una risposta umanitaria efficiente ed inclusiva

L’importanza dell’accesso alle informazioni in situazioni di crisi umanitarie 

Il legame tra informazione, risposta ad un disastro e aiuto umanitario è ormai stato formalmente riconosciuto ed affermato dal Segretario Generale della Federazione Internazionale della Croce Rossa nel 2005 1. Nel solo 2010, quasi 250 milioni di persone sono state colpite dai disastri; da allora il numero di nuove iscrizioni alla telefonia mobile è aumentato di più di un miliardo. Come risultato, le comunità colpite oggi divengono sempre più comunità digitali, generatrici e consumatrici di informazioni digitali. Da un lato, le popolazioni colpite sono sempre più in grado di fornire, condividere e generare una grande quantità di informazioni in tempo reale; dall’altro, le organizzazioni umanitarie stanno utilizzando tecnologie mobili (come gli smartphone) per una rapida raccolta di dati digitali che permette loro di raccogliere dati georeferenziati e strutturati in molteplici formati.

Uno dei più importanti contributi che la tecnologia digitale può arrecare alle operazioni umanitarie è assicurare che le voci delle persone colpite dai disastri e dalle emergenze siano ascoltate. Trasformandosi cosi da vittime a primi soccorritori, inviando richieste e messaggi, fornendo informazioni utili e dando valutazioni rapide dei danni, le comunità locali sono ora divenute più integrate che mai nell’azione umanitaria. Ciò spiega la ragione per cui le nuove metodologie e i nuovi strumenti per la collezione di dati rivestono grande importanza per la risposta umanitaria: quando si verifica un disastro, sia esso naturale o generato dall’azione umana, ecco che l’accesso alle informazioni diventa importante al pari all’accesso al cibo e/o all’acqua.

Le organizzazioni umanitarie non devono più affrontare il vuoto di informazioni, prima colmato solo da funzionari sul campo o da organizzazioni giornalistiche consolidate, ma si trovano davanti un volume colossale di dati prodotto dalle stesse comunità colpite.

Mapping the crisis

Un settore relativamente nuovo ma che si sta consolidando è il mapping the crisis, un’attività tesa alla combinazione di informazioni raccolte da molteplici risorse. La diffusione di live maps è resa possibile dalla crescente disponibilità di dati georeferenziati in tempo reale e dallo sviluppo di nuove tecnologie che permettono di mappare questi dati; tecnologie caratterizzate dall’essere aperte, accessibili e semplici da utilizzare, in misura maggiore rispetto ai modelli precedenti. La tassonomia del crisis mapping è ancora in evoluzione ma è sicuramente contraddistinta da quattro pilastri centrali: la collezione di informazioni, la visualizzazione, l’analisi e il supporto decisionale. Prima che l’informazione sia mappata, è necessario che i dati siano collezionati. Le nuove tecnologie disponibili hanno aumentato la gamma di modalità per farlo; un esempio è la raccolta e collezione di dati dai social media come Twitter.

La caratteristica chiave è che questi dati devono avere la componente geografica cosicché l’informazione possa essere mappata e visualizzata. Le piattaforme di crisis mapping possono essere strumenti di supporto decisionale in quanto permettono all’utente di simulare scenari differenti al fine di individuare il miglior modo per agire in seguito alla crisi. Ne è un esempio la risposta digitale al terremoto di Haiti del 2010: alcuni volontari crearono una crisis map che mostrava dettagliatamente i danni e le conseguenti necessità in seguito al terremoto, popolarono poi questa mappa con informazioni provenienti dai social media, media tradizionali e messaggi di testo, creando la più dettagliata street map di Haiti mai fatta che rappresentava, inoltre, la localizzazione delle infrastrutture umanitarie.

openstreetmap

Source: Openstreetmap.org

Altro esempio è il risultato della collaborazione della società civile giapponese in seguito al terremoto di marzo 2011 in cui i principali strumenti utilizzati dalla popolazione furono Twitter e Sinsai.info. I tweet presero la forma di richieste urgenti di assistenza, raggruppati da un hashtag spontaneamente creato da un utente giapponese e re-twittato in tutto il Giappone; tutti coloro che hanno visto i messaggi hanno contattato i centri di soccorso, altri hanno contattato direttamente alti funzionari, tra cui l’ambasciatore in Giappone degli Stati Uniti ed il vice governatore di Tokyo e rapidamente ottenuto la loro attenzione. Prima dell’era di Twitter sarebbe stato impossibile per il cittadino medio mobilitare risorse vitali così rapidamente attraverso alti funzionari.

Uno degli obiettivi principali del crisis mapping è quello di fornire una migliore consapevolezza relativa alla situazione in corso con il fine di rendere le decisioni più “informate”.

Sinsai.info è una piattaforma di crowdsourcing2 open-source, lanciata quattro ore dopo il terremoto, in cui i volontari hanno manualmente geolocalizzato più di 12.000 segnalazioni, gran parte da Twitter, usando OpenStreetMap3 o immagini satellitari fornite dall’agenzia Japan Aereospace Exploration, qualificandole in varie tipologie di risorse come, per esempio, rifugi di evacuazione, negozi di alimentari aperti, stazioni per il petrolio o centri di ricarica per telefonia mobile od anche richieste di assistenza da sopravvissuti bloccati in case od ospedali. L’impegno di Sinsai.info di georeferenziare i bisogni vitali per gli individui colpiti ha permesso una istantanea visualizzazione di ciò che stava accadendo e dove, migliorando così la consapevolezza della situazione.

ITC: quali utili strumenti di supporto per la gestione delle crisi

È chiaro dunque che i nuovi strumenti dell’ITC (tecnologia dell’informazione e della comunicazione) per l’azione umanitaria garantiscono la possibilità di rilevare i bisogni rapidamente, di predire le crisi in modo migliore, assicurano poi velocità ed efficienza di risposta, migliorano la specificità dei trasferimenti di risorse per soddisfare le esigenze delle comunità a rischio ed aumentano la responsabilità e la trasparenza. Tali innovazioni tecnologiche possono fornire supporto nella gestione di una crisi, dalla mitigazione di questa al cosiddetto recovery. Dopo lo tsunami del 2004 ci furono ingenti investimenti nei sistemi di allerta precoce, sistemi fondamentali per la prevenzione e previsione di un determinato rischio. La sorveglianza automatica ed i servizi di allarme fanno sì che si possa partecipare con e-mail o messaggi di testo per dichiarare l’allerta, dichiarazione che può essere condivisa in una molteplicità di modi.

Il più comune è il Common Alert Protocol che permette ad un ampio numero di agenzie di trasmettere un servizio di allerta a sistemi software in un formato standardizzato. Questo ha permesso nuovi canali di distribuzione di messaggi d’emergenza, come applicazioni per smartphone e siti internet. Stazioni radio di bassa tecnologia, sirene ed altoparlanti pubblici si sono rapidamente uniti ad e-mail, SMS, messaggi Twitter, come canali di allerta, contribuendo a ridurre il bilancio delle morti nei disastri. L’United States Federal Emergency Management Agency (FEMA) utilizza invece l’invio di messaggi d’allerta a tutti gli utenti di mobile phone all’interno dell’area colpita.

Persino nei paesi con sistemi di allerta meno sviluppati, la tecnologia sta comunque giocando un ruolo chiave nel migliorare le abilità delle comunità nel divenire più preparati e detenere maggiori risorse per rispondere ad un’emergenza. Qualche mese prima della devastante inondazione in Pakistan nel 2010, una ONG locale visitò numerosi villaggi ed usò un computer per mostrare agli abitanti un video di formazione per aumentare la loro consapevolezza circa la preparazione operativa ad un’emergenza. Quando la radio pakistana trasmise l’allarme per l’inondazione, questi villaggi usarono telefoni mobili per contattare amici e parenti che vivevano in abitazioni più lontane dal fiume e per dare loro le informazioni circa la gravità della situazione.

Questi strumenti hanno permesso ai cittadini di mostrare la loro cruciale condizione, dando alle autorità nuovi modi per determinare come sia realmente la situazione dopo un’emergenza e comprendere i principali bisogni della popolazione.

Grazie a questo sistema semplice ma mirato, molti riuscirono a spostare i loro beni in una parte più alta della città e salvare la maggior parte del loro raccolto prima che l’inondazione colpì. La fase più difficile in una crisi è l’immediata conseguenza. Negli ultimi anni, parte integrante dei meccanismi dell’azione umanitaria nella creazione di sensibilizzazione e raccolta fondi sono stati i social media. Gli operatori sono spinti ad utilizzarli affinché le loro operazioni vengano mostrate e comprese da un ampio numero di persone. Infatti, portando il potenziale supporter vicino alla realtà della situazione, le persone hanno una idea più chiara di ciò che sta accadendo e una migliore comprensione del lavoro fatto dalle organizzazioni, aumentando il loro livello di fiducia e la loro disponibilità nel supportarle.

Conclusioni

Gli strumenti che permettono alle persone di condividere le informazioni che loro stesse leggono all’interno dei social network creano, dunque, l’opportunità che il messaggio diventi virale. Uno dei più grandi successi delle campagne di sensibilizzazione che diventò virale fu la campagna Kony 2012: attraverso una campagna mediatica ben coordinata, gli organizzatori riuscirono a mostrare a circa 97 milioni di persone un documentario sui crimini perpetrati da Joseph Kony, leader del Lord’s Resistance Army, nella Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e Nord Uganda.

La maggior parte delle organizzazioni umanitarie è convinta che sia importante incorporare maggiormente le comunità colpite nella risposta umanitaria in quanto la comunità riesce a proteggere se stessa in modo migliore riducendo i problemi di sicurezza che vengono affrontati nelle operazioni. Un utilizzo efficiente dei network può, quindi, apportare un significativo miglioramento nella risposta umanitaria; questa poi, può diventare ancora più inclusiva tramite l’implementazione di strumenti come il crisis mapping.

«Il crisis mapping non è semplicemente una transizione tecnologica, ma è anche un processo di rapida decentralizzazione del potere. Con barriere all’ingresso estremamente ridotte, molti nuovi utenti sono apparsi e compresi nel campo della risposta umanitaria ad una emergenza o un disastro. Gli utenti ignorano le tradizionali gerarchie in quanto comprendono che c’è qualcosa che loro possono fare e che va a beneficio di altri»4.

La popolazione colpita dalla crisi possiede ora tutti gli strumenti per comunicare le proprie aspettative e necessità, per mostrare le aree di intervento che ritiene prioritarie e per mobilizzare supporti locali, nazionali e a volte globali per incontrare risposta ai propri bisogni.

NOTE:

1. World Disaster Report, 2005, IFRC.
2. Il termine deriva da crowd, "folla", e outsourcing, cioè “esternalizzazione aziendale” relativo al processo di «ottenere servizi necessari, idee, o contenuti (esempio dati) sollecitando contributi da un grande gruppo di persone e soprattutto da una comunità virtuale, piuttosto che da dipendenti tradizionali o fornitori».
3. «OpenStreetMap è una mappa liberamente modificabile dell'intero pianeta. È fatta da persone come te. OpenStreetMap permette a chiunque sulla Terra di visualizzare, modificare ed utilizzare dati geografici con un approccio collaborativo» dal sito ufficiale: Openstreetmap.org. La caratteristica fondamentale dei dati geografici presenti in OSM è che possiedono una licenza libera, la Open Database License, dove tutti possono contribuire arricchendo o correggendo i dati. Le mappe sono create usando come riferimento i dati registrati da dispositivi GPS portatili, fotografie aeree ed altre fonti libere.
4. Message from the Crisis Mappers’ Google Groups Forum, 12 February 2012.


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