Lo Stato multiculturale dalla prospettiva dell’India Lo Stato multiculturale dalla prospettiva dell’India
Negli ultimi anni l’IsAG si è spesso occupato di questioni incentrate su tematiche connesse alle società multiculturali e alle minoranze etniche, come dimostrano le... Lo Stato multiculturale dalla prospettiva dell’India

Negli ultimi anni l’IsAG si è spesso occupato di questioni incentrate su tematiche connesse alle società multiculturali e alle minoranze etniche, come dimostrano le approfondite ricerche sul Kazakhstan ed altri importanti eventi pubblici passati. “Globalizzazione” e “multiculturalismo” rappresentano concetti chiave della società contemporanea, che rendono necessarie delle riflessioni su come gli ordinamenti costituzionali statali possano “affrontarli” senza perdere i riferimenti alla democrazia. Appare necessario inoltre soffermarsi su questi aspetti in un’ottica globale, considerando altre esperienze che già da tempo hanno dovuto utilizzare degli strumenti adatti alla gestione di società multiculturali. È questo il caso dell’India, dove, in maniera similare alle recenti esperienze del Kazakhstan, vi è stata la predisposizione di un sistema costituzionale avente come obiettivo ultimo la gestione democratica di una società variegata, complessa, multietnica e multiculturale.

Amirante

Un approccio all’India offre diverse possibilità di lettura a seconda della prospettiva che s’intende adottare. L’immagine che viene spesso indicata fa riferimento alla più popolosa democrazia del mondo, mentre un’altra considera le molteplici contraddizioni, espresse da numerose forme di diseguaglianze, corruzione endemica, povertà e violenza di genere, fondamentalismo religioso. Quest’ultimo, a differenza di altri contesti, non è primariamente collegato all’estremismo islamico, bensì alla tradizione indù. Allo stesso tempo, vi sono però altre immagini dell’India, ossia quella di un paese in ascesa dal punto di vista economico, moderno, che sostiene in un certo qual modo la raffigurazione di una potenza regionale, ma con la quale si dovrà dialogare anche a livello globale (per un approfondimento di veda l’ultimo volume della rivista «Geopolitica», India: potenza e contraddizioni).

L’immagine che si vuole qui considerare è un’altra. L’India è un paese dove un sistema democratico, ideato nel 1947 e sistematizzato attraverso la Costituzione nel 1950, è vivo e vivace, garantendo nel maggio 2014 a circa 815 milioni di cittadini di potersi esprimere durante le elezioni. La democrazia è uno dei punti di forza per l’esistenza stessa dell’Unione Indiana e rappresenta un mezzo per tenere unito un paese che non dispone delle caratteristiche tradizionali dello Stato-Nazione, ossia omogeneità culturale, linguistica, etnica. Tale sistema è sopravvissuto dopo quasi settant’anni di esperienza indipendente ed è tutto sommato un esempio di successo se paragonato agli Stati limitrofi.

L’India, salvo il periodo dell’Emergency (1975-1977) sotto Indira Gandhi e situazioni sicuramente non limpide da un punto di vista democratico in alcuni contesti regionali (Kashmir, Nord-Est indiano e altre situazioni locali), non è stata contraddistinta da periodi di dittatura o colpi di Stato e ha avuto sempre, nonostante uno smisurato multipartitismo, governi di legislatura. Detto questo, si devono dimenticare le altre immagini negative dell’India? Certamente no, ma il sistema democratico ideato dagli Indiani, i quali hanno utilizzato elementi spiccatamente locali amalgamandoli con i modelli di riferimento ereditati dai Britannici, ha rappresentato una via adatta a modificare da un punto di vista socio-economico la situazione del paese, in quanto la Costituzione prevede proprio lo sviluppo generalizzato tra gli intenti programmatici dello Stato. Nonostante le tensioni, il modello predisposto dai costituzionalisti indiani resiste e merita dunque di essere studiato in un’ottica comparata per cercare di comprendere quali possano essere i riferimenti – positivi e negativi – per gestire società multiculturali.

A questo proposito è dunque importante considerare il contributo offerto dal libro di Domenico Amirante (Seconda Università degli Studi di Napoli, professore ordinario di Diritto pubblico italiano e comparato), Lo Stato multiculturale. Contributo alla teoria dello Stato della prospettiva dell’Unione Indiana. In questo testo è presente un particolare punto di vista a proposito degli aspetti giuridici collegati ai temi del multiculturalismo, utilizzando come case study l’esperienza dell’India.

L’Autore, sostenendo che «la connotazione multiculturale delle società contemporanee abbia trasformato e stia trasformando la struttura dello Stato democratico», ha posto in risalto gli ordinamenti dei paesi del “Sud del Mondo”, dove si fa spesso riferimento al multiculturalismo come una delle prospettive di base per la struttura statale. In particolare, questi sistemi tengono conto di gruppi, contesti sociali, comunità di tradizione o di valore, fondamentali per l’architettura statale. Amirante precisa chiaramente che non si intende «postulare una “superiorità” delle Southern voices rispetto alla dottrina occidentale». Tuttavia, è necessario riconoscere che molti Stati post-coloniali si siano trovati a predisporre in tempi rapidi degli ordinamenti con la consapevolezza, al tempo stesso tragica nel caso del subcontinente per gli effetti della spartizione, di dover affrontare il multiculturalismo. Un fattore quest’ultimo che non era presente nell’elaborazione dello Stato in Occidente.

Secondo l’Autore uno dei casi più interessanti in tal senso riguarda appunto l’India, «il paese con il maggior tasso di diversità culturale al mondo» e che ha cercato di affrontare tale situazione già a partire dal 1947. L’architettura dell’Unione Indiana, anche se non può essere naturalmente utilizzata come modello di riferimento per il sistema occidentale, visti i contesti e le esperienze storiche differenti, può tuttavia rappresentare secondo Amirante la base di un prototipo di «Stato multiculturale ante-litteram».

La forma di stato prevista dalla Costituzione del 1950 si adatta alle esigenze multiculturali declinate sotto diversi profili (etnie, lingue, religioni, comunità tribali, classi e caste svantaggiate). Amirante sostiene, infatti, che questo sistema poggia su un multiculturalismo che ha investito sulla diversità come elemento fondante dell’identità dello Stato per unire popoli, lingue, culture e religioni diverse (Unity in diversity). Il caso indiano non è solamente contraddistinto dal «riconoscimento di “diritti” alla diversità», ma anche dal «riconoscimento politico delle diversità», non certo senza limiti, «ma filtrato dall’applicazione di meccanismi istituzionali collegati a un federalismo dinamico e contrattuale».

Il concetto di Unity in diversity viene citato spesso dall’Autore nel corso del suo libro, ed è interessante il confronto con il motto statunitense di E pluribus unum. Mentre il secondo esprime «la necessità tutta liberale di un annullamento dei vincoli comunitari per la realizzazione della libertà individuale», il motto indiano riprende il riconoscimento reciproco delle diversità culturali, considerato come unico espediente atto a una pacifica convivenza fra comunità, favorendo «un rapporto dialettico degli individui fra loro e con le comunità (sia con quelle di appartenenza che con quelle “diverse”)». In India non vi è una sostituzione netta tra “eguaglianza fra individui” con “eguaglianza fra comunità”, bensì «un bilanciamento tra le due dimensioni» che ha come obiettivo il dialogo.

Per comprendere maggiormente questo sistema, Amirante mette in risalto come la dottrina politologica indiana contrapponga a un “multiculturalismo liberale” un “multiculturalismo democratico”, «basato sul riconoscimento della diversità culturale non solo sul piano della tutela dei diritti individuali, ma anche sul piano del coinvolgimento politico di gruppi e comunità». L’identità culturale non è dunque posta in secondo piano e «questa variante di multiculturalismo non nasconde i potenziali conflitti sotto il “tappeto” dell’eguaglianza individuale». Come è noto, i contrasti tra comunità appaiono sovente nel contesto indiano, ma questo sistema tenta piuttosto di affrontarli e risolverli, come dimostrato dai casi della storia dell’India post-indipendenza più o meno efficacemente, piuttosto che lasciarli da parte in nome dell’individualismo liberale.

A supporto di questa tesi, l’Autore analizza in maniera dettagliata alcuni aspetti peculiari dell’ordinamento indiano. Il diritto costituzionale dello Stato presenta tra le sue caratteristiche principali concetti quali flessibilità, pragmatismo e ibridazione, tre linee-guida che offrono un contributo di carattere metodologico nel diritto costituzionale comparato. La flessibilità è ad esempio riscontrabile nella complessità della procedura di revisione costituzionale, «con diversità di procedimenti aggravati a seconda degli oggetti della revisione stessa», consentendo il riconoscimento di numerose comunità linguistiche e culturali.

Per quanto concerne il pragmatismo, Amirante ha dimostrato come i giuristi indiani abbiano utilizzato concetti e istituti giuridici provenienti dall’estero in maniera selettiva, senza sudditanze culturali, utilizzando tra i riferimenti anche la carta costituzionale italiana del 1948. L’ibridazione è invece riscontrabile in ossimori caratterizzanti forma di governomodello Westminster pluripartitico e consensuale») e forma di stato («basata su un “federalismo centralistico”»). L’Autore dimostra dunque come il carattere distintivo che caratterizza il sistema giuridico indiano contemporaneo è ancora una volta la valorizzazione delle diversità, «nelle sue varie sfaccettature: giuridiche (l’ibridazione fra ordinamenti giuridici diversi fra loro), politico-istituzionali (la costruzione di un percorso originale per la formazione di uno Stato multiculturale), o sociali (la tutela delle diversità etniche, religiose, linguistiche, delle comunità tribali e delle caste inferiori)».

Amirante sostiene, inoltre, che il contributo dell’Unione indiana per la costruzione dello Stato multiculturale riguarda due aspetti: un primo concernente questioni di metodo (come costruire una nozione di Stato multiculturale), un secondo inerente indicazioni di carattere istituzionale (che consentano d’individuare le “fondamenta” dello Stato multiculturale).

Per il primo aspetto, l’India dimostra la percorribilità di un processo di costruzione e stabilizzazione dello Stato basato non sulla ricerca dell’uniformità, ma sull’accettazione e valorizzazione della diversità culturale. Per quanto riguarda le “fondamenta” su cui edificare questo Stato, Amirante sottolinea come il sistema indiano possa indicare almeno tre utili “istruzioni” per la forma di stato: «la preferenza per lo “Stato composto”» (lo Stato federale e lo Stato regionale sono fungibili ai fini di un’efficace gestione delle diversità); «la necessità di articolare i rapporti fra sovranità e territorio secondo il principio dell’asimmetria» che concerne una differenziazione, sia nell’articolazione territoriale che nelle competenze assegnate alle diverse unità territoriali all’interno delle strutture dello Stato (nel caso indiano si denota la flessibilità nelle procedure di riorganizzazione territoriale dell’Unione o forme di negoziazione centro-periferia in merito al riparto di funzioni e competenze, che comunque generano spesso motivi di contrasto tra Unione e Stati); infine, «una tutela dei diritti che valorizzi al contempo le identità individuali e quelle collettive». Per quest’ultimo aspetto nell’esperienza indiana c’è stato un approccio non tanto indirizzato a “neutralizzare” i conflitti tra dimensione individuale e comunitaria, quanto a garantire forme di eguaglianza attraverso il riconoscimento e il sostegno, come visto in precedenza, di gruppi e comunità culturali.

Per ciò che attiene la forma di governo il sistema indiano pone in risalto il parlamentarismo, che attraverso la mediazione favorisce una gestione consociativa delle problematiche multiculturali. Nel caso dell’India vi è stato un riconoscimento “politico” della soggettività delle comunità etnico-culturali e una partecipazione “protetta” per le comunità tribali e le classi svantaggiate (supportate anche da pratiche di affirmative action), mentre si è evitato di assegnare un ruolo alle comunità religiose, alle quali è comunque assicurato pieno sviluppo a livello sociale.

Interessante a questo proposito è l’indicazione da parte di Amirante del concetto di “laicismo celebrativo” (espressione presa in prestito dalla dottrina indiana), che ha contribuito a limitare la conflittualità fra le diverse comunità religiose. Il laicismo indiano, nei casi in cui è effettivamente messo in pratica, presenta un profondo rispetto verso le confessioni religiose ed è estremamente differente dal laicismo occidentale, contraddistinto «da un’ostilità verso la religione e dall’erezione di un “muro di separazione” tra Stato e confessioni religiose».

Amirante, avendo come obiettivo lo studio del caso indiano in una prospettiva teorico-comparatistica, evitando di adottare un’ottica meramente descrittiva, ha cercato dunque in maniera convincente d’individuare i principali aspetti del contributo indiano alla teoria dello Stato multiculturale. Tuttavia, se a livello teorico il sistema costituzionale indiano rappresenta senza dubbio un valido espediente per la gestione di una società caratterizzata da numerose diversità – e quasi una scelta obbligata al fine di evitare una continua situazione di conflittualità – la tenuta di tale sistema è sfidata da una serie di fattori. L’ascesa dei fondamentalismi, ma soprattutto la crescita dell’induismo politico a partire dagli anni Ottanta, le rimostranze dei membri delle caste alte contro le pratiche di affirmative action a favore delle caste svantaggiate, le recenti violenze da parte delle forze di polizia in diversi campus universitari, così come le diseguaglianze generate dalla crescita economica degli ultimi decenni, pongono in risalto una situazione generalizzata che può mettere in crisi il sistema ideato dai costituzionalisti indiani.

Considerati gli ostacoli, l’architettura sembra comunque tenere e nel paese non mancano autorevoli voci a difesa della Costituzione e dello spirito democratico. Evidentemente l’India contemporanea non rappresenta una realtà esente da problematiche sociali ed economiche, ma il libro di Amirante, vista la situazione di partenza dell’India nel 1947 – ben più difficile rispetto a quella attuale – offre un contributo importante per la comprensione di un sistema statale nel quale gli obiettivi principali sono la costruzione di una società democratica, la convivenza tra gruppi culturali differenti e un graduale sviluppo socio-economico.

Domenico Amirante, Lo Stato multiculturale. Contributo alla teoria dello Stato dalla prospettiva dell’Unione Indiana, Bononia University Press, Bologna, 2014.



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