Anthony Cordesman: uno sguardo sulla politica mediorientale USA Anthony Cordesman: uno sguardo sulla politica mediorientale USA
Il 27 aprile 2016 l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) in collaborazione con l’Euro-Gulf Information Center (EGIC), ha ospitato la... Anthony Cordesman: uno sguardo sulla politica mediorientale USA

Il 27 aprile 2016 l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) in collaborazione con l’Euro-Gulf Information Center (EGIC), ha ospitato la conferenza stampa con Anthony H. Cordesman, personalità di rilievo nell’analisi politico-militare internazionale, a Roma per due iniziative. Mercoledì 28 aprile, il convegno The Great Rivalry: Great Powers, Politics and Strategy in the New Middle East, presso la Camera dei Deputati, e giovedì 29 aprile, la lezione Forces Creating Instability in the Middle East presso l’Università Europea di Roma. Anthony Cordesman è Direttore del Programma di Studi Strategici al Centre for Strategic and International Studies (CSIS), il principale think tank strategico di Washington.

Al CSIS, Cordesman è stato direttore di moltissimi studi sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, sulla guerra asimmetrica, sulla protezione di infrastrutture critiche, sulle politiche energetiche statunitensi e in generale sulla politica americana in Medio Oriente. Precedentemente è stato consulente per il Dipartimento di Stato degli USA e responsabile dell’intelligence assessment per il Pentagono durante le guerre di Afghanistan e Iraq, lavorando in particolare allo sviluppo dell’agenda post-2015 in Afghanistan come membro del NATO International Staff. Anthony H. Cordesman è stato inoltre Direttore delle politiche e della pianificazione delle risorse per il Dipartimento dell’Energia. Ha poi servito a lungo con il Pentagono in Arabia Saudita e nel Golfo e rivestito incarichi in Libano, Egitto ed Iran. Ha insegnato alla Georgetown University e al Woodrow Wilson Center for Scholars ed è autore di numerose pubblicazioni nell’ambito degli studi strategici e della sicurezza statunitense, sulle politiche militari ed energetiche nazionali e sul Medio Oriente.

Nel corso della conferenza stampa, analizzando la situazione in Medio Oriente, Anthony H. Cordesman ha messo in evidenza che l’unico approccio efficace e produttivo per una descrizione dei fenomeni in atto nell’area mediorientale è quello basato sull’interconnessione e interdipendenza delle crisi. Per un’analisi accurata e soprattutto utile è necessario considerare non il singolo evento, la singola guerra, la singola crisi bensì il quadro più ampio, formato da pattern solo apparentemente distaccati fra loro,  l’intero reticolato di azioni-reazioni che si dispiega in Medio Oriente e in Nord Africa.

Entrando nel dettaglio, l’esperto di Washington ha fornito il punto di vista americano sulla crisi in Libia. Un paese attualmente scosso da una seconda guerra civile, in cui è necessario considerare le divisioni interne dovute da un lato all’esistenza di due governi ad est e ad ovest, alla presenza dell’ISIS sul territorio, ai conflitti tribali, alle problematiche arabo-berbere e dall’altro alla crisi economica post-Qaddafi. Poi Cordesman ha sottolineato come, sebbene vi siano speranze per l’instaurazione di un governo centrale che garantisca stabilità e unità al Paese, tuttavia la Libia continui ad essere considerata una nazione ad alto rischio da parte degli Usa.

Inoltre l’esperto americano si è mostrato scettico sull’instaurazione di un governo centrale indotto dall’esterno, anche a motivo della questione del finanziamento economico che necessariamente deve essere affiancato alle politiche governative. La domanda e il rischio da correre è se la spesa necessaria a consolidare il nuovo governo in Libia possano effettivamente evitare di essere intaccati e debilitati dalla corruzione economica dilagante nel Paese. La proposta sarebbe dunque quella di “sanare” prima il territorio e impiantare poi le giuste ed opportune politiche. In aggiunta Cordesman ricorda come sia imprescindibile, nell’ambito della politica internazionale, agire guidati da una strategia pragmatica e soprattutto realistica, dovendo quindi dividere le macroaree  in ordine di priorità di intervento: «L’obiettivo della politica mediorientale statunitense rimane quello della realizzazione di una good governance»

Il problema che si pone è come creare strutture efficaci e durature, come garantire nuove classi dirigenti, come gestire questo sviluppo che si scontra ad esempio in Libia con una società dalle radici fortemente tribali, con un elevato tasso di corruzione e divisioni interne. Discutendo poi del terrorismo in area MENA (Middle East and North Africa) l’analista statunitense ha fatto notare come in un Paese quale la Tunisia la situazione sia più positiva rispetto ad esempio alla Libia, riuscendo il governo tunisino a gestire le crisi e le pressioni interne e fornendo misure di prevenzione e lotta agli attacchi terroristici.

In riferimento al terrorismo Cordesman ha poi ribadito come l’estremismo religioso, la violenza settaria e la lotta per il futuro dell’Islam sono concentrati negli Stati dell’area MENA, ma che tutti questi fattori hanno un’influenza crescente e un sempre maggior impatto sul mondo islamico e che per tale ragione sono posti come Key Challenges nell’agenda 2016 degli Stati Uniti. Interrogato poi sul ruolo assunto dall’Amministrazione Obama nelle crisi mediorientali, l’esperto ha sottolineato il ruolo più reattivo del governo Bush, ma contemporaneamente aggiunto che l’obiettivo principale della presente amministrazione è stato quello di creare le condizioni adeguate per l’ordine e la stabilità.

Per quanto riguarda poi la strategia statunitense contro ISIS e Al Qaeda, Anthony H. Cordesman si è mostrato piuttosto scettico sul mantenimento e sul controllo da parte dell’ISIS dei centri chiave sul territorio. Ritiene inoltre che, se da un lato l’intervento aereo statunitense è in grado di indebolire il califfato, dall’altro restano alte le probabilità di sopravvivenza dell’ISIS nel 2016. Quest’ultimo, privato dei propri centri di controllo sul territorio, riverserà il suo intervento nel rafforzamento dell’azione estera, nella creazione di più ampi network terroristici, portando alle formazione di nuove strutture e minacce.

Fra gli altri fattori di instabilità nell’area mediorientale è stata menzionata la Siria, in cui si intrecciano molteplici livelli di crisi: il conflitto fra il regime di Assad e i sunniti ribelli; l’emergere dei Curdi siriani come nuova forza; il conflitto con la parte della Siria controllata dall’ISIS; il ruolo dell’Iran e di Hezbollah; le tensioni sul ruolo della Turchia e l’impatto della Russia. Nel descrivere la panoramica generale siriana Cordesman ha criticato apertamente i risultati pre-ribellione del governo di Assad, caratterizzati da bassissimi livelli di sviluppo, produzione, reddito.

Ha inoltre definito la situazione siriana “caleidoscopica”, facendo riferimento alle numerose forze endogene ed esogene in grado di mutare la panoramica ed annullare possibili previsioni. Poi, rispondendo alla domanda sul ruolo dell’intervento russo in Siria e sulla natura della strategia russa sul territorio, l’esperto americano ha risposto evidenziando in particolare le tensioni russo-turche e la mancanza di una strategia russa a lungo raggio, che non sia unicamente focalizzata sullo stabilire basi militari e su security concern: «In Siria lo scenario prevedibile è quello di una maggior polarizzazione degli schieramenti e di un ruolo fondamentale dei Curdi come forza di contrasto all’ISIS».

Un altro scenario, responsabile dell’instabilità mediorientale, risulta essere l’Iran. Nello specifico sono presenti tensioni per quanto riguarda: i rapporti fra l’Iran da un lato e l’Arabia Saudita dall’altro; il rifornimento di armi a Hezbollah e Gaza; il tentativo iraniano di accrescere la propria influenza sullo scacchiere internazionale attraverso gli accordi sul nucleare. Inoltre, l’Iran è considerato dall’Arabia Saudita e dagli altri Stati del Golfo come una possibile minaccia futura; da un lato per le ovvie ragioni storiche e dall’altro per l’influenza esercitata in Siria, Iraq, Libano e in particolare per il ruolo iraniano nello Yemen.

In ultimo, Anthony H.Cordesman è stato interrogato sulle relazioni vigenti fra Stati Uniti e Stati del Golfo.  Nello specifico è stata posta la domanda sul ruolo della potenza economica della Penisola Araba come elemento di influenza nei rapporti con gli altri Stati arabi e con l’Occidente, facendo anche riferimento alla politica energetica saudita. L’analista di Washington ha riposto evidenziando i progressi condotti dall’Arabia Saudita, in particolare ha ribadito la proficua collaborazione con gli Stati Uniti, sia dal punto di vista economico che politico.

A livello economico infatti i due Stati hanno promosso politiche di convergenza dei rispettivi obiettivi e l’instaurazione di strategie e partnership bilaterali. Fra i punti in comune delle politiche americane e saudite è stato invece menzionato il perseguimento degli stessi obiettivi in riferimento all’Iran, l’aumento della cooperazione fra Stati, coinvolgendo più attivamente gli Stati membri del Gulf Cooperation Council (GCC) e l’impegno alla creazione e al supporto di forze di stabilizzazione nelle aree critiche.

Infine, ha concluso Anthony H. Cordesman, sebbene permangano punti di divergenza – uno fra tutti l’intervento statunitense in Iraq, considerato dall’Arabia Saudita come deleterio, avendo rimosso l’Iraq come forza in grado di controbilanciare le ambizioni iraniane – tuttavia, le relazioni fra Arabia Saudita e Stati Uniti sono considerate solide e costruite su basi positive.



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