La disputa delle Curili tra Russia e Giappone: una soluzione è possibile? La disputa delle Curili tra Russia e Giappone: una soluzione è possibile?
La crisi ucraina e in particolare la riunificazione della Repubblica Autonoma di Crimea alla Federazione Russa hanno senza dubbio segnato l’inizio di una nuova... La disputa delle Curili tra Russia e Giappone: una soluzione è possibile?

La crisi ucraina e in particolare la riunificazione della Repubblica Autonoma di Crimea alla Federazione Russa hanno senza dubbio segnato l’inizio di una nuova fase di tensioni nelle relazioni Russia-Occidente, contraddistinta da una tendenza alla contrapposizione reciproca che non si vedeva dagli anni della Guerra Fredda. In questo contesto le relazioni bilaterali russo-giapponesi, già fortemente provate da vecchi screzi, contese ed incomprensioni, non hanno fatto eccezione.

Il Giappone è andato infatti progressivamente allineandosi alla politica di sanzioni economiche nei confronti di banche e compagnie russe operanti nel paese del Sol Levante, ha sospeso le trattative sull’abolizione del regime dei visti per il transito nei due paesi, e su alcuni dossier di cooperazione economica ha limitato lo scambio di risorse umane congelando l’eventuale risoluzione definitiva di incomprensioni con Mosca frutto di un passato turbolento. All’alba del 2016, alcune dichiarazioni del premier giapponese Shinzō Abe hanno marcato, però, una netta inversione di rotta: «Il Pianeta sta affrontando diverse problematicità, come nel caso della Siria, delle tensioni tra Iran ed Arabia Saudita o dello Stato Islamico. Spetta alla comunità internazionale risolvere tutto ciò. Proprio a tal fine, siamo tenuti a coinvolgere la Russia in maniera costruttiva»1 .

Nonostante l’allineamento strategico del Giappone alla politica occidentale verso la Russia, i due paesi sembrano interessati a risolvere pragmaticamente la questione delle isole Curili. La normalizzazione dei rapporti sarebbe vantaggiosa per entrambi.

Il tutto suggellato dall’intenzione di voler organizzare uno scambio di visite con il Presidente Putin volto a risolvere l’annosa questione della stipula di un trattato di pace tra i due paesi, ancora assente a settant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il primo banco di prova in questo tentativo di riavvicinamento è la risoluzione della disputa territoriale riguardante le isole Curili, che potrebbe tuttavia rivelarsi un ostacolo insormontabile qualora la volontà di riavvicinamento delle due parti restasse condizionata dagli schemi di questa nuova Guerra Fredda.

La storia delle trattative riguardanti l’appartenenza politica delle Curili, d’altronde, non è per nulla estranea a questo genere di scenario. Incastonate nel mare di Ochotsk tra l’isola di Hokkaidō e la penisola della Kamčatka, con una superficie che supera di poco i 10.000 chilometri quadrati, le isole Curili formano un arcipelago vulcanico di cinquantasei isole che si trovano oggi sotto la sovranità della Federazione Russa, amministrativamente parte dell’oblast’ (regione) di Sachalin.

La loro storia di isole di pescatori si intreccia con quella dell’espansione russa verso Est avvenuta nel XVIII secolo: il celebre esploratore russo Vladimir Atlasov scoprì le Curili settentrionali nel 1697, mentre il primo incontro tra i Cosacchi ed il popolo Ainu (la popolazione locale delle Curili) è attestato già nel 1776. Con l’ukaz del 30 aprile 1799 emanato da Caterina II, le Curili vennero ufficialmente annesse all’Impero Russo.

C’è da considerare che, proprio in contemporanea alle nuove scoperte orientali russe, il Giappone visse la sua fase di Sakoku, ossia un periodo di totale autarchia ed isolamento dai paesi confinanti, per effetto del decreto emanato dallo shōgun Tokugawa Iemitsu nel 1641, una chiusura nei propri confini insulari terminata solo nel 1853. L’apertura nei confronti dei vicini Ainu e delle Curili, tuttavia, ebbe inizio già dal 1799, ed è proprio in questo frangente che prese forma la disputa territoriale tra i due paesi, preludio alle prime schermaglie tra la marina russa e le truppe giapponesi avvenute all’inizio del XIX secolo presso l’isola di Iturup, pochi chilometri a Nord di Hokkaidō, risoltesi in favore dei marinai dello Zar.

Dopo una serie di “passaggi di proprietà”, che videro in particolare la cessione dell’arcipelago al Giappone in seguito alla sconfitta russa nella guerra del 19052, con la vittoria dell’URSS nel secondo conflitto mondiale e la contemporanea resa del Giappone, Mosca riottenne la sovranità su tutte le Curili, comprese le quattro isole più meridionali dell’arcipelago: Iturup, Kunašir, Chabomai e Šikotan. Il tutto fu ratificato dagli accordi firmati a Jalta l’11 febbraio del 1945 nei quali si sanciva ai punti 2 e 3: «il ritorno nel territorio dell’Unione Sovietica della parte meridionale della penisola di Sachalin e di tutte le isole ad essa appartenenti»3 nonché «il passaggio delle isole Curili all’Unione Sovietica»4.

La questione territoriale sorse ufficialmente dopo la stipula del trattato di San Francisco del 1951 (non ratificato dall’URSS), con il quale i Giapponesi confermarono la perdita di qualsiasi diritto sulle Curili, salvo poi escludere dai territori ritenuti cedibili le quattro isole più meridionali dell’intero arcipelago, ormai occupate dall’esercito sovietico dopo il 1945, considerandole come geograficamente appartenenti alla penisola di Hokkaidō, dunque «territori originariamente giapponesi».

Tuttavia le diplomazie sovietiche e giapponesi riuscirono nell’arduo compito di trovare un accordo per la risoluzione dello status delle Curili e per la stipula di un trattato di pace: la dichiarazione congiunta ratificata a Mosca da entrambe le parti il 19 ottobre del 1956 al punto 9 certificava che l’Unione Sovietica «per andare incontro alla volontà e nell’interesse dello Stato giapponese, è concorde alla cessione delle isole di Chabomai e Šikotan, trasferimento da disporsi soltanto dopo la firma di un accordo di pace tra URSS e Giappone»5.

Da notare come questa dichiarazione, avallata da entrambi i paesi, definisca il passaggio territoriale con la parola peredača, ossia “cessione”, “trasferimento”: nel 1956, dunque, il Giappone era ben cosciente della legittimità dell’appartenenza sovietica delle Curili come effetto della sconfitta riportata a seguito del secondo conflitto mondiale. Un accordo di pace, tuttavia, non fu mai stipulato per via del cosiddetto «ultimatum di Dulles», con il quale il segretario di Stato USA John Foster Dulles intimò al governo giapponese di non stipulare alcun trattato con l’URSS e di rinunciare a qualsiasi pretesa riguardo le quattro isole contese, pena la mancata restituzione dell’isola di Okinawa, all’epoca ancora sotto controllo militare statunitense.

Riavvicinare il Giappone all’orbita del Cremlino avrebbe sancito, senza dubbio, un duro colpo agli interessi americani nella regione. Nel 1956 gli Stati Uniti erano più che mai decisi a fare del Giappone il baluardo anti-comunista in un Estremo Oriente potenzialmente dominato da Unione Sovietica e Cina. La realtà e le logiche della Guerra Fredda impedirono, dunque, una risoluzione definitiva, legittima e pacifica della questione, tutt’ora ancora irrisolta.

Ad oggi, le buone ragioni per incoraggiare un riavvicinamento nei rapporti dei due paesi sono molteplici, a cominciare dai benefici reciproci di cui Giappone e Russia potrebbero giovarsi una volta risolta definitivamente la questione delle Curili: il modello risolutivo più auspicabile, secondo alcuni studiosi, è basato sulle condizioni dettate dalla dichiarazione congiunta del 1956 e che comprendono l’immediata cessione delle isole di Chabomai e Šikotan (il 7% del territorio reclamato dal Giappone), per poi trasformare le quattro isole in una joint economic zone completamente demilitarizzata6, soluzione proposta anche da Evgenij Primakov negli anni Novanta.

Il Giappone è visibilmente interessato alla normalizzazione dei rapporti con la Russia per questioni economiche e geopolitiche. Ad esempio, il disastro di Fukushima del 2010 ha reso sempre più necessaria l’importazione di materie prime, di cui la Russia potrebbe diventare il miglior esportatore, data la vicinanza geografica, per mezzo di un gasdotto che attraverserebbe la penisola di Sachalin; il sempre più solido asse Mosca-Pechino, inoltre, preoccupa non poco Tokyo che, stabilizzando il rapporto con la Russia, auspica il bilanciamento della sempre più invadente influenza cinese nella regione del Pacifico settentrionale.

La Russia, dal proprio canto, amministra de facto le isole Curili, dunque gode del vantaggio di poter stabilire le regole del gioco nelle trattative. Vladimir Putin è ben conscio del valore che una rinnovata partnership con il Giappone potrebbe assumere per la Federazione Russa, soprattutto tenendo conto di quanto farebbero comodo nuovi investitori giapponesi al conseguimento degli obiettivi fissati dal «Progetto Orientale» per lo sviluppo economico ed infrastrutturale della Siberia meridionale, obiettivo mai troppo nascosto dal Cremlino.

Si tratterebbe, dunque, di cedere territori ottenendo prospettive concrete di investimenti e cooperazione economica, soluzione non irrealizzabile anche considerando la storia recente. Nel 2004, ad esempio, Putin risolse la disputa dell’isola di Tarabarov sul fiume Amur, presso Chabarovsk, cedendo parte dei territori contesi ai Cinesi, allo scopo di tendere la mano a Pechino in vista di una possibile alleanza strategica futura. Mosca conosce dunque perfettamente i benefici che questo genere di concessioni può comportare in un’ottica di lungo periodo con i paesi vicini.

Gli ostacoli, tuttavia, permangono e non sono pochi: in primis, il nazionalismo che in Giappone ha monopolizzato il dibattito riguardo ai «Territori Settentrionali» (nome giapponese delle isole Curili). È difficile pensare di poter riprendere possesso in tempi brevi di tutte e quattro le isole contese, soprattutto se il Giappone dovesse continuare a farne una questione di principio e di orgoglio nazionale. Basti pensare che la visita dell’allora Presidente Dmitrij Medvedev del 2009 all’isola di Kunašir suscitò lo sdegno del Sol Levante, provocando veementi proteste davanti l’ambasciata russa a Tokyo con tanto di tricolori bruciati.

Il buon senso ed il pragmatismo suggerirebbero, in questo caso, di riconoscere il diritto russo al possesso delle isole (proprio come nel 1956), per poi cercare di far valere le proprie ragioni una volta seduti al tavolo delle trattative. In questo senso, Putin ed Abe dovranno dare prova di grandi capacità carismatiche convincendo l’opinione pubblica dei rispettivi paesi a ritenere lo sviluppo e la cooperazione economica delle due parti ben più importanti della giurisdizione su poche decina di migliaia di chilometri quadri.

Un avvincinamento tra Mosca e Tokyo non appare semplice. Per quanto riguarda le Curili un ostacolo è rappresentato dall’orgoglio nazionale giapponese, e allo stesso tempo gli Stati Uniti contano sul Giappone nell’attuale fase di tensione tra Russia e Occidente.

Il Giappone, per poter raggiungere i propri obiettivi, dovrà agire necessariamente soltanto a difesa del proprio interesse nazionale, rivolgendosi alla Russia come nei confronti di un potenziale partner, mettendo da parte gli schemi del passato ed aprendosi alla cosiddetta «geometria libera» delle relazioni internazionali basata sull’accantonamento delle ideologie nei rapporti interstatali. I rapporti bilaterali russo-giapponesi hanno già pagato il conto della Guerra Fredda in occasione del mancato accordo del 1956.

In quel caso fu sprecata un’importante occasione. Le recenti di dichiarazioni di Abe e lo scambio di visite concordato con Putin lasciano quantomeno ben sperare per la risoluzione definitiva della questione, con il pericolo, però, che la storia si ripeta: dopo aver espresso il desiderio di incontrare Putin, infatti, il presidente Abe ha ricevuto puntuale la telefonata da Washington, con annesso “consiglio” di posticipare la visita a Mosca programmata per maggio7, una proposta, a quanto pare, al momento gentilmente declinata. Proprio questo risulta essere il nodo cruciale della questione.

Il futuro del Giappone (e il destino stesso delle Curili) nel nuovo sistema mondiale multipolare e nel Pacifico passa per una nuova presa di posizione nella gestione dei rapporti interstatali: stabilire autonomamente le effettive priorità della propria politica estera limitando le ingerenze esterne e facendo prevalere il pragmatismo degli interessi sulle schermaglie del passato.

NOTE:

Giannicola Saldutti è collaboratore del programma «Eurasia» dell'IsAG

1. Abe risp G-2, says China’s maritime moves “cannot be tolerated”, «Nikkei Asian Review», January 17, 2016.
2. Il trattato di Portsmouth siglato nel 1905 sanciva la disfatta delle truppe dello Zar nella guerra russo-giapponese: l’Impero Russo cedeva allora al Giappone tutte le Curili e la parte meridionale di Sachalin.
3. A. A. Kurtov, Istoriko-pravovye osnovanija prinadležnosti Kuril’skich ostrovov Rossijskoj Federacii, «Problemy nacional’noj strategii» 2009, n.1, p. 176.
4. Ibid.
5. V. Zilanov, A. Plotnikov, Kuril’skie ostrova v rossijsko-japonskich otnošenijach, «Obozrevatel’- Observer» 2007, n.1, p. 33.
6. D. Trenin, Y. Weber, Russia’s Pacific Future: Solving the South Kuril Islands Dispute, «The Carnegie Papers», 2012, p. 12.
7. Abe Snubs Obama over Russia Visit, «The Japan Times», February 24, 2016.


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