Tra passato e presente: le “sparizioni forzate” in America Latina e Africa Tra passato e presente: le “sparizioni forzate” in America Latina e Africa
La sparizione forzata di individui è una pratica che concretizza uno dei crimini internazionali tra i più barbari che la mente umana abbia mai... Tra passato e presente: le “sparizioni forzate” in America Latina e Africa

La sparizione forzata di individui è una pratica che concretizza uno dei crimini internazionali tra i più barbari che la mente umana abbia mai concepito, sia per le modalità con cui viene messo in atto sia per gli effetti di lungo termine che produce sul tessuto sociale. L’obiettivo perseguito da un governo che ricorre a questa tecnica è ovviamente quello di rafforzare la sua autorità sulla società e di reprimere ogni forma di dissenso, diffondendo il terrore tra la popolazione civile in modo tale da renderla inoffensiva.

Quella che a livello internazionale è stata definita come “sparizione forzata delle persone” è una prassi sanzionata dall’articolo 7(1)(i) dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale. Compresa nella più ampia categoria dei crimini contro l’umanità, la sparizione forzata è qualificabile come tale solo quando l’atto incriminato rientra nel contesto più vasto di una politica governativa, ovvero di una prassi estesa e sistematica di atrocità, perdonata, tollerata o accettata da un governo o da un’altra autorità di fatto: i crimini contro l’umanità, per questo motivo, non sono mai eventi sporadici o isolati1.

Nel caso specifico, questa prassi estesa e sistematica consiste nell’arresto, detenzione o rapimento di una persona da parte di agenti dello Stato o da individui che agiscono per conto del governo: è comunque importante sottolineare che questa pratica non si limita solo ad azioni comportanti la semplice privazione della libertà, in maniera arbitraria, di tutte quelle persone invise alle autorità. Esse fanno parte di un meccanismo più subdolo, pianificato alla perfezione per fare in modo che di queste persone si perdano completamente le tracce. I parenti e gli amici che cercano di ottenere notizie sulla sorte di un loro prossimo che è stato prelevato coattivamente vanno ad infrangersi irrimediabilmente contro un muro di omertà edificato minuziosamente con l’obiettivo di negare qualsivoglia coinvolgimento dello Stato nei fatti denunciati. Molto spesso sono gli stessi parenti ed amici che rinunciano alla denuncia e alla ricerca della persona scomparsa per paura di subire la stessa sorte.

Oggi come ieri, sono diversi i governi che ricorrono a tecniche repressive per mettere a tacere i dissidenti politici o per incutere nella popolazione una paura tale da evitare ogni forma di contrapposizione alla loro azione governativa.

Per questi motivi si può parlare di sparizione forzata solo nel momento in cui viene provato che un determinato regime si sia avvalso dei suoi organi di polizia, o di altri soggetti, ponendo in essere un piano specifico, negando consapevolmente che una persona sia stata sottoposta a una misura detentiva, rifiutandosi di dare informazioni circa il luogo della detenzione o sulla sorte di queste persone, escludendole dalla protezione della legge e negando loro i più basilari diritti umani.

I desaparecidos in America Latina

Fenomeno globale che nel tempo si è diffuso a macchia d’olio e che oggi coinvolge i governi degli Stati in diverse regioni del mondo, dal Messico allo Sri Lanka, il ricorso alle sparizioni forzate come strumento di soppressione del dissenso politico e di controllo totale sulla società è stata una pratica a lungo associata ad una specifica area: l’America Latina. Associazione derivante dal fatto che sono stati, per lo più, i regimi militari sorti nell’America Centro-Meridionale a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso a intuire per primi la grande utilità che poteva loro derivare dal mettere in atto una politica del terrore che ha trovato il suo apice nell’atto di far letteralmente scomparire decine, e forse centinaia, di migliaia di persone.

In principio fu in Guatemala, dove ebbe inizio la spaventosa storia delle persone scomparse per preciso volere degli apparati governativi. Le Nazioni Unite hanno accertato che, nel corso della lunga guerra civile in cui era piombato il paese tra il 1960 e il 1996, il numero delle vittime del conflitto interno e della repressione governativa, tra morti e scomparsi, è stimabile in 245.000 unità. A distanza di decenni e in relazione a queste vicende, lo scorso 6 gennaio quattordici militari ormai in pensione sono stati arrestati perché accusati di aver preso parte ad almeno 558 sparizioni forzate commesse in Guatemala tra il 1981 e il 1988.

L’America Latina ha dunque rappresentato l’epicentro del perfezionamento di questa tecnica di repressione sistematica. Dalla seconda metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta, come un virus che contagia senza scampo, il morbo delle sparizioni non ha risparmiato quasi nessun governo latino-americano. Si è diffuso dal Salvador al Cile, passando per il Messico, Haiti, Honduras, Colombia, Brasile, Perù e Uruguay. Senza dimenticare l’Argentina e la politica di repressione poliziesca messa in atto dalla Giunta militare guidata da Videla che, tra un colpo di Stato e l’organizzazione di un campionato mondiale di calcio, faceva scomparire un numero imprecisato di persone. Dopo la caduta del regime, venne istituita la Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas (CONADEP) con il compito di far luce sulle atrocità commesse dalla Giunta. Il lavoro svolto dalla commissione ha portato nel 1984 alla stesura di un rapporto, ribattezzato Nunca más, nel quale vengono descritte le efferate modalità di eliminazione fisica dei desaparecidos, la maggior parte dei quali vennero assassinati e fatti scomparire per sempre ricorrendo ai terribili “voli della morte”: gettati dagli aerei nell’Oceano Atlantico o nel Rio de la Plata, ancora vivi e sotto l’effetto di sostanze soporifere.

Attualmente è il Messico a essere posto al centro dell’attenzione in relazione a fatti di sparizioni forzate. In un suo rapporto, Amnesty International parla di circa 25.000 desaparecidos messicani dal 2007 a oggi. Una situazione critica che ha avuto particolare risonanza sul piano internazionale nel 2014, in seguito alla scomparsa di quarantatré studenti che si stavano recando a una manifestazione di opposizione alla riforma scolastica e dei quali, da quando sono stati attaccati e portati via dalla polizia, non si è più saputo nulla. Fino al tragico ritrovamento dei cadaveri, che ha fatto emergere un particolare inquietante: le collusioni tra gli apparati di polizia messicani e i narcotrafficanti.

Di fronte a queste vicende, il primo passo per una condanna senza appello della pratica delle sparizioni forzate è stato fatto dall’Assemblea generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) la quale, su impulso della Commissione Interamericana dei diritti umani, nel 1994 adottava a Belém do Parà la Inter-American Convention on Forced Disappearance of Persons, nella quale per la prima volta troviamo la definizione giuridica dell’espressione “sparizione forzata” che viene descritta come «l’atto di privare una o più persone della libertà, in qualunque modo, posto in essere da agenti dello Stato o da persone o gruppi di persone che agiscono con l’autorizzazione, il sostegno o l’acquiescenza dello Stato, a cui segue la mancanza di informazioni o il rifiuto di riconoscere la privazione di libertà o di dare informazioni sul luogo in cui la persona si trova, impedendogli in tal modo l’utilizzo dei ricorsi previsti dalla legge e delle garanzie della procedura»2.

Sparizioni forzate in Africa

Come accennato, tale pratica non è messa in atto solo nei paesi latinoamericani, né tanto meno deve essere considerato come prassi esclusiva di regimi militari e dittatoriali. Anche in Africa e in sistemi politici che – almeno sul piano “teorico” – presentano elementi che li inquadrano come più vicini agli standard democratici occidentali è possibile trovare esempi di simili violazioni.

È quello che accade in Gambia, secondo quanto riferisce l’organizzazione non governativa Human Rights Watch. Sembrerebbe un controsenso, se si pensa che Banjul – la capitale del paese – è stata nel 1981 la sede in cui i leader degli Stati parte dell’allora Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) si incontrarono per adottare la versione finale della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, la principale convenzione regionale in materia di diritti umani. Infatti, da quando il paese è passato sotto la guida del Presidente Yahya Jammeh in seguito ad un colpo di Stato militare nel 1994, i casi di torture, detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate e altre gravi violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno. Una realtà che ha avuto conferma anche nel rapporto stilato dagli ispettori delle Nazioni Unite, il cui ingresso nel paese è stato autorizzato per la prima volta nel 2014, i quali hanno tracciato un quadro molto più che allarmante per quanto concerne la situazione in cui versa il Gambia per ciò che concerne in particolar modo il ricorso alle sparizioni forzate per reprimere il dissenso verso il governo di Jammeh. In questo caso sono per lo più giornalisti le vittime colpite dai provvedimenti.

Di recente un altro grido di allarme è stato lanciato dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, in un rapporto del 18 aprile sulla situazione in Burundi. Nel rapporto l’Alto commissario ha espresso grande preoccupazione in relazione all’aumento del numero delle sparizioni forzate, aventi come obiettivo specifico ex membri delle forze armate burundesi soprattutto di etnia tutsi, e all’esistenza di luoghi di detenzione segreti.

I desaparecidos sono persone private di qualsiasi diritto e derubate del proprio futuro che, una volta prelevate dagli agenti del governo, difficilmente fanno ritorno alle loro case.

Sempre restando sul suolo africano, non si può non menzionare quanto è accaduto al Cairo pochi mesi fa. La nebbia che ancora circonda i fatti di quello che è ormai tristemente noto come il “caso Regeni” e la reticenza mostrata dagli investigatori egiziani nel far luce sull’accaduto, hanno contribuito a svelare quella che può essere definita come la seconda faccia dell’Egitto di Al-Sisi. Infatti, se da un lato il governo del Generale egiziano, salito al potere nel luglio del 2013, è stato applaudito per la realizzazione del “doppio” Canale di Suez e per la politica interna ed estera tesa a fare dell’Egitto il paese trainante lo sviluppo economico dell’intero continente, d’altra parte, sicurezza nazionale e lotta al terrorismo pare che vengano garantiti a colpi di violazioni dei diritti umani.

Secondo quanto riferito dalla Commissione egiziana per i diritti e le libertà, infatti, sarebbero più di 500 gli egiziani scomparsi misteriosamente dall’agosto del 2015. Alcuni di loro sono riapparsi mostrando i vistosi segni dei maltrattamenti e delle torture subite, mentre di altre 396 persone non si sa più nulla. Islamisti, studenti e attivisti politici: questo è il profilo delle persone vittime di sparizione e per le quali ONG e tutori dei diritti umani si stanno battendo e si scontrano con il governo egiziano che, al contrario, ha negato fermamente che i propri apparati possano essere stati coinvolti nei casi di scomparsa denunciati.

La risposta della comunità internazionale

Di fronte alla sistematicità con la quale alcuni Stati ricorrono a questa pratica, la replica della comunità internazionale è giunta forse con colpevole ritardo rispetto, per esempio, a quanto fatto a livello regionale dall’OSA nel 1994. Tuttavia, alla fine anche a livello internazionale questa risposta c’è stata e ha portato alla stesura di uno dei trattati sulla tutela dei diritti umani tra i più incisivi e significativi che le Nazioni Unite abbiano mai adottato. Si fa riferimento alla International Convention for the Protection of All Persons from Enforced Disappearance il cui testo è stato firmato dall’Assemblea Generale il 20 dicembre del 2006 e che è poi entrato in vigore nel 2010 in seguito al deposito del ventesimo strumento di ratifica. Ad oggi la Convezione vincola al rispetto delle norme in essa codificate cinquantuno Stati dei quali quattordici paesi latino-americani, tra i quali figura il Messico, e undici africani4.

Il moltiplicarsi dei casi di sparizione forzata, soprattutto nel continente africano, deve spingere la comunità internazionale ad agire in maniera inequivocabile e perentoria. Sul piano normativo, l’azione è stata presa. La Convenzione internazionale e l’attività dei Tribunali internazionali e regionali rappresentano un valido baluardo contro ogni forma di impunità per la commissione di tale crimine. Sul piano pratico e delle relazioni internazionali, invece, molto può ancora essere fatto. Continuare a fare pressioni sui governi sospettati di ricorrere a questa pratica è doveroso e assolutamente indispensabile perché rappresenta l’unico modo con cui si può dare voce a tutti coloro che questa voce non possono più farla sentire, scomparsi senza lasciare traccia.



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