«The Great Rivalry» in Medio Oriente: il convegno alla Camera «The Great Rivalry» in Medio Oriente: il convegno alla Camera
Il 28 aprile 2016, presso la Sala del Refettorio della Biblioteca della Camera dei Deputati, in Palazzo San Macuto, si è tenuto il convegno... «The Great Rivalry» in Medio Oriente: il convegno alla Camera

Il 28 aprile 2016, presso la Sala del Refettorio della Biblioteca della Camera dei Deputati, in Palazzo San Macuto, si è tenuto il convegno organizzato congiuntamente da IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) e dall’EGIC (Euro-Gulf Information Council), dal titolo The great rivalry: great powers, politics and strategy in the New Middle East.

La dott.ssa Cinzia Bianco, nelle vesti di moderatrice, ha aperto il convegno, introducendo brevemente il tema e i panel di relatori che sono intervenuti nelle due sessioni del convegno. Ha poi subito passato la parola agli ospiti che hanno formulato i saluti iniziali.

L’on. Renzo Carella ha preso la parola e ha evidenziato in primo luogo l’importanza del quadrante mediorientale al momento attuale e la preoccupazione che questo contesto suscita nel mondo intero. L’Onorevole ha ribadito le dinamiche in atto nell’area, in cui alcune potenze cercano di mantenere l’egemonia e altre cercano di conquistarla. Egli ha concluso la sua introduzione ai lavori sottolineando in particolare quanto la conoscenza dei fenomeni in evoluzione in Medio Oriente sia importante per chi ricopre ruoli istituzionali, e soprattutto in relazione ai processi decisionali delle forze politiche e delle istituzioni occidentali, che sono prossime ad assumere delle iniziative per cercare di stabilizzare l’area.

In rappresentanza dell’IsAG, il dott. Daniele Scalea ha iniziato i suoi saluti con una citazione di Eric Hobsbawm, e ha sottolineato la fluidità dei tempi in cui viviamo, definendo “anni interessanti” quelli che si stanno succedendo in Europa e Medio Oriente. Il Direttore Generale dell’IsAG ha nuovamente evidenziato l’importanza degli eventi nell’area mediorientale, in cui enormi masse di persone si stanno muovendo e stanno rivoluzionando il panorama sociale e culturale delle nazioni e dei Paesi coinvolti. Alcune nazioni stanno collassando, ha sottolineato, altre sono in crisi, e addirittura c’è un nuovo attore, un califfato che ha avuto una rapida ascesa negli ultimi anni. Il dott. Scalea si è infine soffermato sul ruolo dell’Italia, che alla luce della sua posizione nel Mediterraneo ha molte scelte da compiere. Egli ha concluso il suo intervento con un parallelismo tra i tempi attuali e la Guerra Fredda, sottolineando che in questo particolare momento, l’evoluzione della situazione è meno prevedibile ed è più incerta, alla luce di alleanze meno solide rispetto a quelle che caratterizzavano i due blocchi tempo fa.

Ha concluso i saluti iniziali il dott. Mitchell Belfer, in rappresentanza dell’EGIC, che ha iniziato il suo discorso accennando alla complessità dell’attuale contesto politico internazionale, in cui si sta verificando una progressiva frammentazione a cui si accompagnano importanti sfide e in cui, alle guerre, si affianca un gap crescente tra ricchi e poveri, sia all’interno delle nazioni sia tra le nazioni. Egli ha indicato come, in particolare, ciò riguardi il Medio Oriente e il ruolo occidentale che le potenze hanno avuto: in quest’ottica, il dott. Belfer ha messo in luce quanto sia profonda la differenza che esiste tra il modo in cui gli Stati si sono costruiti in Europa e le modalità in cui gli Stati sono nati e si sono sviluppati in Medio Oriente. Egli ha concluso il suo intervento con una prospettiva per il futuro, sottolineando l’importanza di procedere allo studio e alla comprensione dei problemi per passare all’elaborazione di possibili soluzioni, cosa che è tanto più importante per le dinamiche in evoluzione in Medio Oriente.

Il professor Anthony H. Cordesman del CSIS (Center for Strategic and Internazional Studies) di Washington ha tenuto la relazione principale della giornata. Egli ha aperto il suo intervento evidenziando l’importanza di essere cauti quando si analizza l’attuale situazione in Medio Oriente, a causa della sua complessità e della presenza di forze massicce che spingono per il cambiamento, accanto alla limitata efficacia degli interventi stranieri: perciò, ha affermato, la guerra in atto non può essere fermata, ma contenuta. Il professor Cordesman ha evidenziato i diversi ruoli che sono svolti dalle potenze esterne: mentre le campagne degli Stati Uniti sono estremamente contenute, tuttavia si può osservare una riorganizzazione degli eserciti americani in Asia, dopo che essi hanno rinforzato la loro presenza in Iran, mentre gli interventi della Russia e dell’Iran sono più forti e più evidenti. Egli, poi, ha analizzato brevemente ma approfonditamente la situazione in Siria e Iraq, che ha definito “Stati falliti” e dove la guerra non è prevalentemente contro l’IS in quanto è una guerra civile tra forze politiche e sociali che combattono per diverse ragioni. In Siria, ha sostenuto il professor Cordesman, ci sono circa 40 gruppi ribelli coinvolti e il problema principale è come creare uno Stato mediando tra le diverse forze antagoniste, quando l’IS sarà stato sconfitto, senza creare le premesse per una nuova guerra civile. Ricostruire la Siria, ha concluso, sarà molto difficile.

Per quanto concerne l’Iraq, la situazione, ha detto Anthony Cordesman, è leggermente migliore e il problema principale è come organizzare lo Stato tra i diversi gruppi etnici e religiosi (Sciiti, Sunniti, Curdi). Come ha indicato il professor Cordesman, l’estremismo si diffonde negli Stati falliti e porta al settarismo e al terrorismo, che è spesso il risultato di un’insorgenza armata. Altri problemi che egli ha indicato sono la corruzione, la governance fallita, un’enorme spesa militare, massicci incrementi demografici, iper-urbanizzazione e bassi livelli di occupazione giovanile. Concludendo il suo intervento, il professor Cordesman ha sostenuto che in questo scenario la competizione militare e il confronto tra superpotenze non può portare alla soluzione perché nessuna combinazione può vincere e “la sola mossa vincente è non agire”.

La relazione di Anthony Cordesman è stata discussa dai relatori del successivo panel. Per primo haa preso la parola il dott. Andrea Gilli dell’Università Metropolitana di Praga, che ha evidenziato l’importanza di comprendere in che misura la tecnologia influirà sugli equilibri militari nel Medio Oriente alla luce delle attuali fonti di instabilità. Come ISIS, Al Qaeda e Hezbollah, ad esempio, stanno usando la tecnologia e stanno plasmando gli equilibri nella regione. Egli ha chiarito che ci sono delle ragioni molto importanti per guardare a queste dinamiche. Infatti, ha sostenuto, oggi stiamo osservando una drammatica trasformazione, e questo cambiamento è basato sulla tecnologia: grandi dati, nuovi materiali e nuove tecnologie nell’ambito della robotica. La domanda alla base dell’intervento del dott. Gilli, pertanto, è stata: in che misura questi cambiamenti influiranno sul Medio Oriente?

Egli ha iniziato evidenziando alcuni elementi storici. Cento anni fa, ha detto, combattevamo la Prima Guerra Mondiale e la stessa tecnologia che veniva impiegata nella guerra ha permesso la crescita di grandi giganti della tecnologia. Invece, oggi, le guerre sono sempre meno sanguinose: grazie agli attacchi con i droni, infatti, il numero delle vittime fortuite è molto basso. È poi passato a evidenziare il punto di vista in questo specifico ambito degli Stati Uniti, che sono abbastanza pessimisti e temono, ha sostenuto, che l’Iran e l’Arabia Saudita possano comprare armi a buon mercato e che gli attori non statali possano diventare molto più forti e pericolosi, grazie alle nuove tecnologie, così come potrebbero diventarlo i gruppi di ribelli nel Medio Oriente.
Tuttavia, il dott. Gilli ha poi sottolineato che, almeno nel breve periodo, la tecnologia non peggiorerà la situazione. Egli ha indicato che, infatti, queste tecnologie per essere costruite e implementate, richiedono ingenti capacità manifatturiere e basi industriali, che sono difficili da immaginare già per l’Europa; esse sono ancora più complesse da ottenere per molti Paesi del Medio Oriente, che non hanno per niente le risorse sufficienti. Al di là della facilità o della difficoltà di realizzazione, ha precisato, esse richiedono anche notevoli infrastrutture, capacità umane e ambientali. Per questo, è improbabile che l’ISIS usi una tecnologia così distruttiva. Le nazioni del Medio Oriente, ha concluso, spenderanno più o meno del loro bilancio nella Difesa in base al prezzo del petrolio, ma comunque, per quanto riguarda le armi dipenderanno sempre in larga parte dall’Occidente.

La dott.ssa Michal Meidan di Chatham House ha analizzato il punto di vista cinese e le prospettive di azione della Cina in Medio Oriente. Attualmente la Cina è un attore riluttante. Ella ha messo in luce che l’interpretazione della politica cinese nell’area si è sempre polarizzata su due diverse narrative. Secondo la prima, ha spiegato, vi sono degli intensi legami dovuti all’energia e per questo la Cina è diventata più attiva nella regione. La sua presenza economica risulterà presto in una presenza più geopolitica, specialmente spinta dalla rivoluzione dello shale da parte degli USA. La seconda narrativa, invece, prevede che la politica estera cinese non avrà altra scelta che prendere il ruolo degli Stati Uniti, il ruolo di garante del potere globale. Tuttavia, secondo la dott.ssa Meidan, entrambe le narrative sono sbagliate, e la Cina non ha alcun interesse a sostituire gli Stati Uniti.

In relazione alla prima narrativa, ha chiarito, è effettivamente vero che la relazione energetica rivesta un’importanza fondamentale, dato che la Cina importa quasi il 50% del suo fabbisogno dal Medio Oriente. In 20 anni, inoltre, è diventata molto dipendente dal petrolio del Medio Oriente, ha contratti in Iraq, relazioni con l’Iran, asset in Libia e Siria. Tuttavia, ha proseguito la dott.ssa Meidan, questo non corrisponde alla totalità dell’impegno cinese nella regione. Dagli anni ’80 la Cina ha lavoratori in Medio Oriente, è diventata un fornitore di armi. Negli anni ‘90 ha sviluppato un’ottima relazione con alcune nazioni, con le quali il rapporto è ancora forte oggi. È vero, ha concluso, che la Cina ha una grande esposizione con il Medio Oriente, ma non è tutto: i Cinesi sono un enorme consumatore di petrolio, ma il Medio Oriente non costituisce la loro priorità. In merito alla seconda narrativa, ha specificato, lo stile cinese era di mantenere un profilo basso e di non agire. Ma a partire dalla presidenza di Xi Jinping, ha chiarito, questo è drammaticamente cambiato. Xi Jinping ha visitato più Stati di qualunque suo predecessore, per rendere la Cina molto più coinvolta globalmente. Questo comporta un atteggiamento molto più assertivo anche in Asia, dove la Cina cerca di assicurarsi che gli Usa non siano così presenti come lo erano prima.

In generale, ha evidenziato la ricercatrice di Chatham House, l’atteggiamento cinese non è di mettere gli stivali sul suolo estero, ma di mantenere la stabilità a casa. È certo però, ha concluso la dott.ssa MeidDan, che se la Cina dovesse impegnarsi, lo farebbe in una maniera molto diversa da come lo ha sempre fatto.

Il dott. Nikolay Kozhanov del Carnegie Moscow Center ha analizzato l’approccio russo al Medio Oriente e come è cambiato dopo il 2012. Prima di quella data, ha sostenuto, la Russia ha considerato la regione sostanzialmente come un nodo commerciale, ma questo approccio è cambiato dopo tre eventi principali: la “Primavera Araba”, che ha costituito un campanello d’allarme per Mosca; la rielezione di Putin che si è dimostrato essere più orientato verso obiettivi non europei; “Euro-Maidan”. Kozhanov ha sostenuto che la nuova strategia è diretta a raggiungere tre obiettivi principali: a livello politico, Mosca vuole evitare l’isolamento internazionale, cooperando ed esercitando pressione sulla regione; a livello economico, la Russia mira a diversificare le sue forniture e sta attualmente considerando il Medio Oriente sia come una sfida sia come un’opportunità; infine, la Russia teme che essere troppo coinvolto in Ucraina potrebbe portare a perdere la Siria. Gli strumenti russi in questa nuova strategia, ha sostenuto Kozhanov, sono limitati benché siano usati ampiamente: bilanciamento tra le potenze, anti-americanismo basato sullo sfruttamento degli errori americani nella regione, pressione economica nei settori del nucleare e degli armamenti con “prezzi cinesi e qualità europea”.

In conclusione, alla domanda se la Russia stia sfidando l’Occidente con questo nuovo approccio, Kozhanov ha detto che a causa della complessità della situazione, Mosca forse sta comprendendo che senza cooperazione, nulla si può raggiungere.

Entrambe le sessioni del Convegno si sono concluse con le domande del pubblico ai relatori intervenuti. Il giorno precedente al convegno, Anthony Cordesman ha visitato gli uffici IsAG in Via Tevere a Roma, dove si è tenuta una conferenza stampa. In quest’occasione è stato intervistato, tra gli altri, da Carmela Giglio per “Voci dal Mondo”, programma radiofonico della Rai, e l’intervista trasmessa durante la puntata dell’1 maggio. Il giorno successivo alla conferenza, 29 maggio, il prof. Cordesman ha invece tenuto una lezione presso l’Università Europea di Roma.

(Claudia Candelmo e Fatima Ezzahra Ez Zaitouni)



No comments so far.

Be first to leave comment below.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Solve : *
28 + 6 =