Il Califfato «puntiforme» in Europa Il Califfato «puntiforme» in Europa
La riproduzione del modello americano di melting pot risulta essere dispendiosa per l’Europa. È evidente che, pur appartenendo al mondo occidentale, il Vecchio Continente... Il Califfato «puntiforme» in Europa

La riproduzione del modello americano di melting pot risulta essere dispendiosa per l’Europa. È evidente che, pur appartenendo al mondo occidentale, il Vecchio Continente oggi si distingue per una sua certa specificità intrinseca che si manifesta in una singolare forza di attrazione e repulsione verso altre culture e civiltà. Nondimeno, la confusione e l’indecisione dimostrate dalle alte sfere dei paesi europei in materia di immigrazione costituiscono una seria minaccia all’unità dell’Unione stessa.

Il Cancelliere tedesco Angela Merkel, insorta in difesa della massima apertura e tolleranza nei confronti di una nuova ondata di stranieri, ha riconosciuto, non molto tempo fa, il fallimento della politica del multiculturalismo. Stando così le cose, quale potrebbe essere, allora, la futura strategia nei confronti dei milioni di migranti che si stabiliscono in Europa? A Berlino non si è ancora trovata risposta a questo interrogativo. Bruxelles, che negli anni tranquilli ha tentato di elaborare un approccio unitario al problema migratorio, oggi non prova nemmeno ad affrontare l’argomento, consapevole di non poter prescrivere una singola ricetta senza provocare un’ondata di sdegno.

A suo tempo la Germania, così come molti altri paesi dell’Europa Occidentale, applicava l’ideologia delle «Tre A» a coloro che provenivano dai paesi del Terzo mondo. Si riteneva che i migranti musulmani dovessero inizialmente adattarsi, poi assimilarsi, e, infine, assorbirsi, ovvero dissolversi completamente nella nuova collettività. Ciò non si è verificato per molte ragioni. Basti pensare, che attualmente un rappresentante su quattro della comunità turca residente in Germania non conosce la lingua tedesca e uno su due in generale non comunica con i Tedeschi. La direttiva UE sul diritto al ricongiungimento familiare ha ridotto a zero le speranze sul ruolo dei matrimoni misti: gli uomini preferivano far venire parenti e mogli dal proprio paese d’origine.

La creazione di comunità monoetniche e monoconfessionali (in realtà enclavi chiuse) agevolava i musulmani nel loro proposito di edificare una moschea, tra i cui principali finanziatori in tutta Europa spiccava l’Arabia Saudita.  Secondo uno studio dell’Istituto di Orientalistica dell’Accademia russa delle Scienze, «le moschee sono divenute centri di estraniazione dei musulmani dalla comunità dell’Europa occidentale e il tutto ha avuto origine nell’ambito dei diritti e delle libertà previste dalle costituzioni democratiche delle nazioni dell’Occidente europeo».

Richiesta di istruzione dei giovani, corsi di studio del Corano, risoluzione di controversie tra musulmani, tra lavoratori migranti e datori di lavoro, tra membri della comunità e autorità: sono tutte questioni che venivano appianate all’interno delle enclavi, dove emergeva l’Imam come autorità suprema ed incontestabile. In quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale hanno cominciato ad operare tribunali della Sharia, i quali «dominano totalmente nella diaspora musulmana, sostituendosi agli organi giudiziari statali. Il loro maggior finanziatore in Europa è il Qatar». Di conseguenza, per definire le strutture musulmane chiuse in Europa è stata coniata un’espressione molto efficace: il «Califfato puntiforme». I tentativi di integrare e “occidentalizzare” i migranti musulmani sono finora falliti.

«Proprio nel primo decennio del XXI secolo, in Europa Occidentale è apparsa la terza e anche la quarta generazione di lavoratori migranti, sulla cui integrazione contavano le autorità dell’UE. I discendenti dei musulmani immigrati, che hanno goduto delle numerose agevolazioni e dei privilegi degli Stati riceventi, sono diventati sempre più spesso propensi a rifiutare lo studio delle lingue locali, l’assimilazione della cultura europea, dimostrando allo stesso tempo la loro dedizione al Corano e alla Umma musulmana». Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, giungevano annualmente in Europa Occidentale 60-70.000 immigrati, principalmente da paesi musulmani, mentre a fine secolo da 700.000 a 1 milione di persone. In più, la quota degli allogeni rispetto agli autoctoni toccava il 10,3% nell’anno 2000. Nel 2013 tale quota è aumentata quasi al 15% e oggi, dopo i noti eventi degli ultimi anni, può crescere in misura ancora notevole.

Tutte queste circostanze obbligano una serie di Stati membri dell’UE ad assumere una solida posizione sul tema immigrazione. Così, il Primo Ministro slovacco, Robert Fico, ha dichiarato in una recente intervista: «Se avessimo lasciato entrare nel paese alcune migliaia di persone in conformità con le quote, gli abitanti del posto non li avrebbero volontariamente accolti. Sarebbe stato necessario creare un centro speciale apposta per loro, dove avrebbero potuto creare un proprio mondo, con la sua criminalità, illegalità e disoccupazione».

Fico ritiene che un processo migratorio privo di controllo comporti, per gli Europei, una seria minaccia terroristica. A tal proposito fa riferimento ai servizi segreti tedeschi, i quali hanno riconosciuto che il pericolo di attentati terroristici oggi è ancora più alto rispetto al momento del crollo delle torri gemelle a New York. Gli attacchi a Colonia, secondo il premier slovacco, fanno chiaramente intendere che abbiamo a che fare con un comportamento irrazionale da parte dei migranti: pertanto, «la miglior misura preventiva è non permettere la genesi di comunità chiuse». Egli ritiene d’altronde che «l’intera collettività musulmana costituisca una seria minaccia all’attuale ordinamento europeo». Fico giunge alla spiacevole conclusione: «Non possiamo permettere che alcune migliaia di migranti dal Nord Africa e dal Medio Oriente arrivino in Slovacchia. Come ha dimostrato la prassi degli altri Stati europei, integrarli in un altro ambiente non appare possibile».

Il primo ministro slovacco, naturalmente, si assume il rischio di chiamare le cose con il proprio nome. Uno dei miei colleghi tedeschi ha recentemente osservato: «In Germania, coloro che non condividono la posizione della Merkel nei confronti dei migranti vengono definiti fascisti». Gran parte dei migranti fino all’80% di essi, è composta da giovani di sesso maschile in età compresa tra i 25 ed i 35 anni.

Robert Fico ne disegna una sorta di ritratto: «Di solito, questa gente ben vestita e con le carte di credito ha poco in comune con i migranti, che fuggono dalla fame e dalla sete. Ammetto, però, che tra di loro vi sono anche persone bisognose di assistenza, che noi presteremo, specialmente se si tratta di Siriani cristiani che hanno rischiato la vita».

Bisogna rilevare che, in un certo numero di paesi europei, i migranti più benevoli risultano essere quelli cristiani di estrazione mediorientale, sopravvissuti a una catastrofe al pari, se non in misura maggiore, dei profughi musulmani. Dopotutto, proprio le comunità cristiane hanno subito la più brutale persecuzione per motivi religiosi. Inoltre, al di là di ogni dubbio, i profughi cristiani sul piano etno-confessionale non rappresentano un particolare problema per gli europei. In aggiunta, la secolarizzata Europa può sperare che proprio questi profughi vittime per motivi di fede, riescano, se non a far rivivere, quantomeno a rammentare agli Europei le radici della propria civiltà.

Eppure, fino ad ora il quadro delle relazioni interconfessionali tra gli autoctoni e gli immigrati musulmani è sembrato, per usare un eufemismo, fuori misura: in Germania 500.000 persone di etnia tedesca hanno accettato l’islam, in Francia sono 300.000 i Francesi autoctoni ad averlo fatto. Ciò dà motivo agli esperti di trarre una conclusione: «Il cristianesimo europeo (essenzialmente il cattolicesimo e il protestantesimo) di fatto sta perdendo terreno». L’ex Presidente della Libia, Muammar Gheddafi, a suo tempo, aveva perfino esortato gli Italiani a rivolgersi verso l’islam. Certamente, presso gli esperti più ottimisti sussiste l’opinione che l’Europa sia ricca, forte e capace di far fronte al flusso di una massa estranea di profughi. Tuttavia, la storia conosce altri esempi, dove non sempre è stato il più forte a uscirne vincitore.

«Trascorso quell’anno, l’esercito dei Siri intervenne contro di lui ed entrò in Giudea e Gerusalemme. Essi sterminarono tutti i principi del popolo e l’intero bottino sottratto loro lo inviarono al re a Damasco. Benché i Siri fossero giunti con un piccolo numero di uomini, il Signore pose nelle loro mani un grandissimo esercito, poiché quelli avevano abbandonato il Signore, Dio dei loro padri». (Libro delle Cronache, 23-24).

Traduzione dal russo di Mariafrancesca Elia

NOTE:

Armen Oganesjan è direttore della rivista «Meždunarodnaja Žizn’»

FONTE:

«Точечный халифат» в Европе


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