Le gravi insidie del rapporto Europa-Turchia Le gravi insidie del rapporto Europa-Turchia
Le politiche del Presidente turco Recep Erdoğan hanno improvvisamente incrinato la stabilità di due regioni chiave per l’intero pianeta quali l’Europa ed il Vicino... Le gravi insidie del rapporto Europa-Turchia

Le politiche del Presidente turco Recep Erdoğan hanno improvvisamente incrinato la stabilità di due regioni chiave per l’intero pianeta quali l’Europa ed il Vicino Oriente. Già da un po’ di tempo Ankara si è dimostrata pronta a perseguire i propri scopi geopolitici camminando sul filo del rasoio, tra guerra e pace, come dimostrato dagli esempi in Siria ed in Crimea.

In Siria l’esercito turco si è reso protagonista dell’abbattimento di un caccia russo, diminuendo in tal modo le probabilità di una risoluzione diplomatica della crisi siriana. Quest’attacco nei confronti della Russia, riprova delle sgradevoli avances turche nei confronti dei terroristi islamici, è la dimostrazione di come la Turchia stia patrocinando i guerriglieri dell’ISIS. Per quanto concerne la Crimea, fino alla riunificazione di quest’ultima alla Federazione Russa, gli interessi turchi nella penisola sono stati difesi dal majlis dei Tatari di Crimea, sotto la guida di Mustafa Džemilëv e Refat Čubarov. Il majlis ha svolto la funzione di organo di rappresentanza della comunità dei Tatari di Crimea presso il governo ucraino, nonostante costituisse de facto un vero e proprio organo di potere parallelo, con una propria struttura unicamente dedicata alle relazioni esterne (una sorta di Ministero degli Esteri) indipendente da Kiev, ma strettamente legata ad Ankara.

Negli anni Novanta, durante la guerra in Cecenia, il majlis incrementò i contatti con gli islamisti del Caucaso settentrionale e, contemporaneamente, con i gruppi neonazisti ultra-nazionalisti ucraini, che pure non erano sconosciuti agli estremisti caucasici. In questo modo venne a formarsi il triangolo ai vertici del quale comparivano il majlis tataro, gli islamisti del Caucaso e i neonazisti ucraini. Anche Ankara, dunque, non negò il proprio appoggio agli integralisti islamici ceceni attraverso la rappresentanza dei Tatari crimeani presso il governo ucraino.

Gli eventi successivi alla riunificazione della Crimea alla Russia sono la dimostrazione di quanto il majlis non abbia remore nel ricorrere a metodi terroristici: il blocco dei confini perpetrato dai nazionalisti ucraini, capeggiati dal milionario Lenur Isljamov, con la partecipazione di alcuni membri dell’organizzazione radicale turca dei “Lupi Grigi”, l’abbattimento dei tralicci dell’energia elettrica a confine tra Ucraina e Crimea, con lo scopo di interrompere il rifornimento energetico alla penisola, gli scontri con le forze di polizia accorse sul luogo, ecc… Il battaglione musulmano neonazista Krym venne istituito per iniziativa del majlis stesso allo scopo di rafforzare la difesa dei confini ucraini, fatto confermato, peraltro, dallo stesso Džemilëv.

L’alleanza di stampo politico-neonazista (c’è da tener presente che il majlis, sotto la guida di Džemilëv e Čubarov ha sempre cercato di giustificare il collaborazionismo perpetrato dai Tatari durante la Seconda Guerra Mondiale) sancita con gli estremisti di Pravyj Sektor non costituisce nient’altro che una “cupola” comprendente tutta la sfera ultra-radicale, nonché coloro che hanno contribuito all’eliminazione di tutti gli oppositori del nuovo esecutivo operante in Ucraina. Oltre al battaglione Krym, è stato fondato anche il battaglione Asker, definito dallo stesso Džemilëv come una squadriglia kamikaze pronta a riprendere il controllo della Crimea con le armi in pugno.

Nell’arco del suo operato, il majlis non ha mai sufficientemente rimarcato il contributo della comunità tatara alla lotta contro il nazi-fascismo, bensì ha sempre tentato di giustificare il collaborazionismo perpetrato da una parte della stessa comunità nei confronti dei nazisti. Inoltre, la salma solennemente tumulata di Edige Kirimal, Presidente del centro nazionale tataro crimeano (istituito dai nazisti nel 1943), venne riportata in Crimea dalla Germania grazie agli sforzi profusi dallo stesso majlis. I media hanno riportato le notizie riguardanti i legami tra Džemilëv, Čubarov e l’ISIS: ad esempio, in occasione dell’aiuto offerto dai due ad alcuni integralisti islamici nel tentativo di legalizzare la loro presenza in territorio ucraino. Anche alcuni esperti polacchi hanno rimarcato la penetrazione dell’ISIS in Ucraina: il dottor Lucyn Kuliński ha parlato di 9.000 passaporti ucraini a disposizione dello Stato Islamico1.

Considerate queste premesse, appare strano quanto emerso dal consiglio di coordinamento del congresso internazionale dei Tatari di Crimea tenutosi in Lituania (ricordiamo, membro UE) dall’11 al 13 aprile 2016, al quale ha preso parte anche Džemilëv. L’argomento all’ordine del giorno concerneva la «violazione dei diritti umani in Crimea». Secondo il majlis, il passaggio della penisola alla giurisdizione russa è coinciso con un ritorno alle repressioni perpetrate nei confronti dei cittadini di credo musulmano. Ciò che il consiglio ha evitato di riportare è che la Russia ha soltanto adottato delle misure contemplate dalla legge nei riguardi di un gruppo radicale della comunità musulmana, quali i sostenitori della setta islamista Hizb al-Tahrir, illegale in territorio russo, così come in Germania ed in altri paesi. In tal modo, la Lituania ha funto da piattaforma di dialogo per queste forze distruttive che si nascondono dietro l’islamismo. Sulla scena della politica internazionale, le posizioni di due leader come Džemilëv e Čubarov rispondono agli interessi della Turchia, non a quelli dell’Europa.

Da buoni sostenitori delle politiche storiche turche, infatti, Džemilëv e Čubarov appaiono come gli apologeti del panturchismo, un’ideologia le cui caratteristiche fondanti si pongono in netta contrapposizione con i principi delle democrazie europee. Il panturchismo prevede l’uso della forza nella risoluzione dei numerosi problemi storici della Turchia, come nel caso del genocidio armeno (che Ankara nega) o del rafforzamento dell’influenza turca sui Balcani, nel Caucaso e nell’Unione Europa (in Grecia e Bulgaria). Il panturchismo sarebbe impraticabile senza il contributo del neonazismo. La Turchia, in qualità di maggior fautrice del progetto panturco, non può permettersi di macchiare la propria storia con avvenimenti incresciosi, per questo motivo, dunque, la stretta collaborazione tra i Turchi ed il Terzo Reich a livello ufficiale viene citata con un’accezione positiva. Coerentemente, dunque, Ankara non ha espresso commenti riguardo alle simpatie neonaziste di Džemilëv e Čubarov. L’Europa può definirsi pronta ad affrontare questo tipo di risvolti offerti dalla politica turca?

Internazionalizzando la questione dei Tatari di Crimea, Ankara non ha fatto nient’altro che istituzionalizzare il progetto panturchista, dal momento che il problema tataro risulta essere parte di questo. In tal modo, la questione del panturchismo assume una dimensione internazionale.

La recente proliferazione dell’attività bellica con annesso dispiegamento dell’aviazione e dell’artiglieria pesante nel Nagorno Karabakh (dove è in corso un conflitto congelato tra Armeni cristiani ed Azeri musulmani) non sarebbe stata possibile senza il contributo di Ankara. Tutto ciò non ha rappresentato nient’altro che il sanguinoso exploit della Turchia andato in scena ai confini meridionali della Russia al fine di sondare il terreno per mantenere in vita il progetto panturco, di cui proprio il conflitto nel Nagorno Karabakh rappresenta uno dei risvolti.

Erdoğan non sembra avere remore nell’utilizzare la sua principale arma per aumentare la sua influenza nei confronti dell’Europa: i migranti provenienti dal Vicino Oriente. A tal proposito, alcune voci rivelano che il leader turco avrebbe già percepito 6 miliardi di euro dall’UE. Ankara avrebbe ricevuto questa somma per trattenere il flusso dei migranti che, attraverso la Turchia, giungono in Europa. La gravità del problema dei migranti è in crescita e non c’è alcun presupposto per pensare anche solo minimamente di ridimensionare la questione: i 6 miliardi versati dai contribuenti europei nelle casse turche sono solo l’inizio. La Turchia ha trasformato i migranti in un oggetto di scambio e di guadagno: Ankara potrebbe richiedere altro denaro. Grazie ai migranti, i servizi segreti turchi possono introdurre la loro “quinta colonna” all’interno dell’Europa. Tra di questi, infatti, potrebbero esserci dei fautori del pensiero estremista oppure dei simpatizzanti dello Stato Islamico, con il quale la Turchia ha intessuto dei rapporti reciprocamente vantaggiosi.

Non è escluso che Ankara possa utilizzare questa “quinta colonna” per il perseguimento dei propri scopi, arrivando fino a compiere atti terroristici che facciano delle infrastrutture il loro obiettivo così come visto a confine tra Ucraina e Crimea, dove la Turchia ha sfruttato i radicali tatari del majlis. Se Ankara ha assunto questo tipo di atteggiamento nei confronti di una parte del зianeta, non è detto che non possa comportarsi analogamente altrove nel caso in cui gli interessi geopolitici lo richiedano. La Turchia, inoltre, è un partner chiave degli USA nel Vicino Oriente, ed il contributo di Washington al transito dei migranti dal Vicino Oriente verso l’Europa è palese.

Tra i numerosi obiettivi geopolitici americani, infatti, vi è senz’altro la destabilizzazione controllata del continente europeo, il tentativo di ostacolare una potenziale collaborazione russo-europea (in primis lungo l’asse Mosca-Berlino) e l’aumento del controllo esercitato dagli Stati Uniti sull’UE, considerata un potenziale concorrente economico. Oltre all’ennesimo conflitto deflagrato alle porte dell’Europa (mi riferisco all’Ucraina, il primo fu in Jugoslavia) e agli sconvolgimenti sociali in corso nella stessa UE, alla lunga l’Europa potrebbe perdere la sua stabilità politica ed economica. L’influente fattore turco potrebbe interpretare il ruolo di terza forza in campo preposta alla gestione di questi processi distruttivi.

Traduzione dal russo di Giannicola Saldutti

NOTE:

Vladislav Gulevič è analista presso la rivista «Meždunarodnaja Žizn’».

1. Czy to koniec Europy jaką znamy?.


Nessun commento per il momento

Sii il primo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *