La partita di Sirte: Serraj versus Haftar La partita di Sirte: Serraj versus Haftar
Il caos sembra ad oggi essere l’unico effettivo “governo” della Libia. L’ottimismo del 17 dicembre 2015 conseguente alla firma degli accordi di Skhirat e... La partita di Sirte: Serraj versus Haftar

Il caos sembra ad oggi essere l’unico effettivo “governo” della Libia. L’ottimismo del 17 dicembre 2015 conseguente alla firma degli accordi di Skhirat e quello del 30 marzo, quando il governo di unità nazionale guidato da Serraj e nato sotto l’egida delle Nazioni Unite è riuscito a sbarcare in Libia, ha lasciato il posto a nuovi dubbi e profondi dilemmi riguardanti in particolare il futuro di uno Stato che al momento sembra più che ragionevole definire “fallito”.

È così accaduto che l’arrivo del governo Serraj abbia condotto il paese lungo una nuova fase della guerra civile in cui il principale campo di battaglia sembra essere diventato la città di Sirte. Nella roccaforte dello Stato Islamico si giocherà non tanto, o almeno non solo, la partita contro lo Stato Islamico quanto lo scontro tra le due principali fazioni libiche che al momento stanno cercando di trovare la loro legittimazione in uno scenario composto da decine di gruppi armati, milizie, tribù, clan, ecc. Ed infatti, nonostante lo Stato Islamico controlli in Libia una considerevole porzione della costa vicina alla zona dei pozzi petroliferi, il gruppo di Al-Baghdadi continua a faticare per mantenerne il controllo e soprattutto non sembra aver raggiunto in Libia i medesimi risultati già ottenuti in Siria e in Iraq.

La complessità del sistema politico e societario libico non è di facile lettura nè per lo Stato Islamico nè tantomeno per gli attori internazionali.

In particolare, il profondo tribalismo e la peculiare struttura sociale della popolazione libica sembra non consentire, o quantomeno rendere difficoltoso, allo Stato Islamico di insediarsi non solo nel cuore delle strutture sociali ma soprattutto “nel cuore e nelle menti” dei Libici. Questi ultimi continuano, infatti, a percepire lo Stato Islamico come una forza “esterna” non radicata sul terreno, distante dalle dinamiche locali, assimilabile ad una qualsiasi altra forza di occupazione straniera e in definitiva da rigettare. Tale constatazione sorprende soprattutto se si considera che la Libia, al pari della Siria e dell’Iraq, abbia ad un certo punto raggiunto il fallimento totale delle proprie strutture di governo, fallimento da sempre considerato una sorta di linfa vitale per lo Stato Islamico.

Se la mancanza di uno Stato in Siria e in Iraq ha fatto da propulsore all’espansione dello Stato Islamico, in Libia, nonostante il collasso delle strutture e delle gerarchie dello Stato, l’IS continua a faticare per costruire un rapporto stabile con la popolazione. Insomma, il gruppo che ha fatto della comunicazione una delle più potenti armi di guerra sembra avere in Libia notevoli problemi di “popolarità”. Non a caso, infatti, lo Stato Islamico non si è mostrato capace di prendere stabilmente il controllo dei pozzi, degli oleodotti, delle raffinerie e dei terminali petroliferi nello Stato libico; a differenza di quanto accaduto in Siria e in Iraq l’obiettivo principale dello Stato Islamico in Libia è sempre stato quello di distruggere le infrastrutture che costituiscono la ricchezza del paese al fine di far collassare ciò che ancora rimane in piedi della struttura statale libica e nella speranza che ciò potesse compromettere definitivamente anche la resistenza proveniente della popolazione all’avanzata dell’IS.

La partita che si sta giocando a Sirte, dunque, non riguarda tanto il destino della Libia in relazione allo Stato Islamico quanto piuttosto il destino della Libia in relazione a se stessa. Sirte è diventata la rappresentazione sul terreno dello scontro politico e militare tra i due governi libici, quello di Tripoli e quello di Tobruk, che non sembrano voler cedere facilmente terreno all’avversario. Sirte diventa così anche sinonimo di legittimazione e di potere: non solo chi avrà la meglio a Sirte otterrà probabilmente una legittimazione interna superiore rispetto a quella dell’avversario, ma è innegabile che eventuali cambiamenti nei rapporti di forza così come attualmente esistenti potrebbero comportare variazioni anche in relazione alle posizioni della comunità internazionale.

La forza delle strutture tribali libiche sembra resistere al collasso delle istituzioni e all’infiltrazione dello Stato Islamico. Al contempo però rallenta il processo di ricostruzione del paese.

Sebbene variegata ed eterogenea sotto il profilo degli interessi nazionali, la comunità internazionale persegue indubbiamente il comune interesse di evitare un’ulteriore espansione dello Stato Islamico in territorio libico o, peggio, che in Libia possa definitivamente sventolare la bandiera nera di al-Baghdadi. La lotta allo Stato Islamico, insediatosi lungo la costa e che ha fatto di Sirte la sua roccaforte, sembra pertanto essere più che un problema, per i due governi, una splendida possibilità di legittimazione. Le due parti in campo però partono oggettivamente con equipaggiamenti molto differenti. Il governo di Serraj è riuscito in poco tempo ad ottenere il sostegno di molte municipalità, della Central Bank of Libya e della National Oil Company (NOC): in particolare la Compagnia petrolifera nazionale possiede direttamente o tramite sue controllate circa la metà dei giacimenti del paese e gestisce i rapporti con l’estero; alla Banca centrale spetta, invece, il compito di far convergere presso di sé e poi di redistribuire tutte le ricchezze accumulate con la vendita del petrolio.

Questo, tradotto, significa che Tripoli gode di una forza finanziaria che non può invece attribuirsi a Tobruk, soprattutto se si considera che la Libia è uno dei Paesi più ricchi di petrolio al mondo, con circa il 38% delle riserve petrolifere dell’intero continente africano. È intuitivo che, considerando la situazione libica al momento attuale, l’estrazione del petrolio non sia certamente pari ai livelli raggiunti nel periodo pre-crisi; ma altrettanto certamente la vendita del petrolio continua a costituire un considerevole e irrinunciabile introito. Alla forza economica di Tripoli si oppone però la sua debolezza in termini militari. Militarmente parlando, può dirsi che sono fedeli a Tripoli soltanto la marina, una parte della polizia e la Petroleum Protection Guard, la milizia guidata da Ibrahim Jadran che presiede i pozzi petroliferi.

Viceversa Tobruk fa rima con Haftar e le milizie fedeli al generale ammontano a migliaia di unità. Ma, in questo caso, al contrario, troviamo forza militare senza una proporzionale forza economica: Tobruk è finanziariamente molto debole, non ha il sostegno della Banca centrale e della Compagnia petrolifera e ha difficoltà a reperire fondi. Non a caso ha tentato la vendita del petrolio al di fuori dei canali autorizzati dalla NOC, scatenando tra l’altro l’ovvio risentimento del governo di Tripoli. Dunque, il quadro che ne deriva è che, da un lato Serraj non riesce a spingersi oltre Tripoli in quanto carente di un sostegno militare adeguato; dall’altro Haftar non ha forza economica propria, potendo contare soltanto sugli aiuti esterni, certo non di poco conto, che giungono dalla coalizione pro Haftar composta principalmente da Egitto e Arabia Saudita.

Sirte: l’ago della bilancia della partita libica?

Partendo dunque dal gap esistente nella dotazione di base dei due avversari, si può meglio comprendere l’esigenza avvertita dalla comunità internazionale di una possibile revisione dell’embargo di armi in Libia, embargo stabilito dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 1970 del 26 febbraio 2011. Notizie in tal senso circolavano già da qualche settimana ed hanno infine trovato conferma ufficiale nel summit di Vienna del 16 maggio.  L’esigenza principale è quella di riuscire ad “ammorbidire” l’embargo sulle armi per cercare di favorire un rafforzamento militare del governo di Tripoli, soprattutto difronte alla constatazione che, nonostante l’embargo, le armi a favore del governo di Tobruk non hanno mai smesso di giungere in Libia. Da quanto emerso a Vienna, tuttavia, la revisione dell’embargo deve andare di pari passo con il consolidamento delle forze di sicurezza libiche sotto l’autorità di Tripoli.

Nel summit di Vienna si è confermata ancora una volta l’assoluta contrapposizione sia della comunità internazionale che del governo Serraj a procedere con un intervento militare internazionale sul terreno: da un lato, infatti, la comunità internazionale non smentisce l’approccio “no boots on the ground”, dall’altro Serraj deve muoversi molto attentamente se non vuole perdere gli appoggi ottenuti fino a questo momento soprattutto in un paese in cui la propaganda antioccidentale è stata per decenni una delle pietre miliari del regime di Gheddafi. Richiedere, appoggiare e finanche non ostacolare un intervento militare internazionale in territorio libico potrebbe sottoporre Serraj all’infamia di servilismo nei confronti dell’Occidente e questo significherebbe perdere in parte e finanche in toto il sostegno ottenuto fino a questo momento.

La possibilità di un intervento militare, tanto sbandierata per alcune settimane ma mai concretamente prospettatasi date le indubbie e palesi controindicazioni, lascia, come era intuibile, il posto ad un tipo di “intervento” soft volto ad assicurare un minimo di protezione per il governo di unità nazionale tramite l’invio di armi e tramite un progetto di addestramento e formazione delle truppe libiche. A Vienna dunque sembrano essere state poste le basi per la futura formazione di un sistema di sicurezza libico che possa svincolarsi dalla logica dei “gruppi”, delle milizie e dei gruppi armati per assumere il carattere di un sistema nazionale. La palla passa ora al governo Serraj che dovrà dimostrare di essere capace di procedere concretamente alla costituzione di una forza di polizia e di forze armate professionali; queste sono del resto le condizioni imposte a Vienna prima che si possa procedere alla fornitura di armi.

La partita per la conquista di Sirte è dunque aperta e a Vienna sembrano essere state date nuove carte al governo Serraj per poter superare i limiti finora dimostrati nello scontro con Haftar.  La posta in gioco è alta: riuscire a scalfire l’IS significherebbe per le due parti segnare un punto a favore della legittimazione nazionale ma è evidente che potrebbe avere come corollario l’escalation di violenza fra le parti in campo e la definitiva, sebbene non auspicabile, spaccatura del paese.

NOTE:

Roberta La Fortezza è collaboratrice del Programma "Nordafrica e Vicino Oriente" dell'IsAG.


No comments so far.

Be first to leave comment below.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Solve : *
23 + 24 =