Sicurezza e equilibrio: lo scenario nel Nord-Est asiatico Sicurezza e equilibrio: lo scenario nel Nord-Est asiatico
Dopo gli avvenimenti politici del 2015, nel quadro degli Stati “potenzialmente pericolosi” nell’arena internazionale sembra essersi compiuto un ulteriore passo verso l’allentamento delle tensioni:... Sicurezza e equilibrio: lo scenario nel Nord-Est asiatico

Dopo gli avvenimenti politici del 2015, nel quadro degli Stati “potenzialmente pericolosi” nell’arena internazionale sembra essersi compiuto un ulteriore passo verso l’allentamento delle tensioni: la stipula del recente Accordo sul nucleare con l’Iran e i conseguenti e collaterali svolgimenti diplomatici che hanno portato ad una riapertura delle relazioni e all’inizio della progressiva eliminazione dell’embargo nei confronti dello Stato iraniano1, lasciano oggi la Corea del Nord in una situazione di apparente isolamento politico, all’interno della quale la leadership di Kim Jong Un è ormai divenuta un susseguirsi di minacce alle potenze occidentali ed esperimenti balistici a sfondo nucleare, con repentine quanto sporadiche promesse e ritrattazioni alla comunità internazionale per quanto riguarda l’armamentario nucleare.

Al momento, considerato il susseguirsi dei test atomici (l’ultimo dei quali risale al gennaio 2016) e le reiterate violazioni del “cordone sanitario” delle Nazioni Unite volte all’appropriazione di materiali utili alla creazione di più potenti congegni e apparecchiature militari, è palese che la Corea del Nord non abbia intenzione di riallinearsi sotto l’egida del Trattato di Non Proliferazione sulle Armi Nucleari (NPT, Non Proliferation Treaty) e porre fine allo sviluppo di un armamentario nazionale.

Nell’agosto del 2015, inoltre, le frizioni tra le due Coree avevano fatto raggiungere quello che fu denominato dai diretti interessati uno “stato di quasi guerra”, a causa di un incidente avvenuto all’interno della zona demilitarizzata che le separa2 (Mappa 1).

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Pare dunque che si stia assistendo ad una progressiva escalation della tensione nell’area Nord-orientale dell’Asia, a causa delle reiterate minacce (esplicite e non) alla fragile stabilità che, per ora, gli Stati coinvolti (Cina, Corea del Sud e Giappone in primis) non paiono essere in grado di controllare. Non riuscendo a convenire su qualcosa di più articolato delle intenzioni di sicurezza comune, questi rimangono impelagati in una condizione di collaborazione stagnante, con reiterate riprese e passi falsi, all’interno della quale gli Stati Uniti continuano (e, probabilmente, continueranno) a rappresentare l’unica forte garanzia di difesa contro la Corea del Nord, nonostante tali ingerenze non siano sempre gradite.

La RPDC come minaccia regionale

Il potere in Corea del Nord è concentrato nelle mani della famiglia Kim fin dalla fondazione stessa del paese come entità indipendente. Attraverso un susseguirsi di leader autocratici i suoi esponenti sono riusciti ad asservirsi l’intero apparato politico, all’interno del quale il leader può permettersi di “purgare” elementi dissonanti nella sostanza o anche solo nelle apparenze, come la stampa internazionale non ha mancato di far notare più volte3. A partire dai primi anni 2000, poi, la comunità internazionale si è trovata davanti ad uno Stato i cui intenti erano dichiaratamente lo sviluppo di un armamentario nucleare a scopo difensivo/offensivo.

Le frizioni tra Corea del Nord e Nazioni Unite erano cominciate nel 1994, a seguito dell’annunciata intenzione nordcoreana di abbandonare l’NPT. Questo trattato, che al momento include 190 Stati mondiali aveva ed ha lo scopo di ostacolare un’ulteriore crescita dell’arsenale nucleare dei contraenti, e di stimolarne anzi un totale e graduale smantellamento. Dopo un momentaneo periodo di accordo, attraverso cui venivano garantiti aiuti a Pyongyang in cambio di un blocco su ricerca e sviluppo del nucleare, nel 2003 l’abbandono è effettivamente avvenuto a seguito del collasso dell’intesa diplomatica4.

A partire dallo stesso anno, quindi, la Corea del Nord ha iniziato programmi ufficiali per lo sviluppo della bomba atomica, e la comunità internazionale ha cercato di aprire canali di dialogo per ricondurre lo Stato sotto l’egida dell’NPT. Per questo motivo sono iniziati i Six-Party Talks che, coinvolgendo i più diretti interessati (Cina, Giappone, Russia, le due Coree, USA) costituivano una prima possibilità di mediazione. Nel 2009 tuttavia, dopo la condanna internazionale seguita a esperimenti missilistici e disaccordi sui sistemi di verifica dello sviluppo del nucleare in Corea del Nord, lo Stato ha platealmente abbandonato il tavolo delle trattative sostenendo di non sentirsi vincolato da alcuna provvisione precedentemente accettata (alcune tra le quali includevano la promessa di rinuncia all’armamentario nucleare e il ritorno nell’NPT), ha espulso gli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), e condotto nuovi test con ordigni nucleari (i primi risalivano al 2006)5.

Da allora la Corea è sempre risultata ostile ad ogni tentativo di dibattito: ai test del 2009 sono susseguiti altri due esperimenti, l’ultimo dei quali a gennaio 2016. A questi si sommano sperimentazioni missilistiche e balistiche, anche condotte molto di recente6, che hanno l’obiettivo di affiancare al potenziale distruttivo la gittata necessaria per colpire gli Stati Uniti. Pur mancando parzialmente di credibilità, soprattutto per quanto riguarda gli ultimi, questi esperimenti costituiscono nel loro complesso un’inquietante indicazione dei progressi e, più importante, delle ambizioni internazionali della Corea, che infatti preoccupano non poco i suoi immediati vicini.

Rapporti e frizioni trilaterali

La sicurezza in Asia Orientale è stata, a partire dal crollo dell’URSS, legata a filo doppio alla Corea del Nord e alle contese territoriali tra gli Stati.

Le iniziative volte all’aumento del grado di collaborazione tra le tre maggiori (in termini politici) entità statali dell’area, ossia Cina, Giappone e Corea del Sud, hanno avuto alterne fortune e si sono sempre rivelate insufficienti a far sì che un piano sistematico di cooperazione regionale si potesse concretamente mettere in pratica; questo prevalentemente a causa delle tensioni storiche tra i possibili membri dell’intesa. Gli ostacoli alla collaborazione regionale tra Cina, Giappone e Corea del Sud sono infatti molto spesso rappresentati dall’eredità storica, da mancati riconoscimenti territoriali o mancate scuse ufficiali per atrocità commesse in tempo di guerra: uno scontro quindi non su materie prime quanto su principi, che però, pur non avendo finora portato ad operazioni militari di larga scala, rappresenta nondimeno un problema. Qui i suoi punti principali:

  1. L’indiretta ma presente frizione tra Corea del Sud e Giappone è generata dall’occupazione militare da parte di quest’ultimo avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale. Sotto dominazione giapponese per trentacinque anni, una volta “liberati” dall’esercito statunitense, la Corea del Sud e il suo governo hanno sostenuto a gran voce la propria opposizione all’ex impero del Sol Levante in modo da rafforzare il sentimento nazionale nel delicato momento seguente la scissione con la Corea del Nord (RPDC). Le relazioni si stabilizzarono relativamente nel 1965, anno in cui il Giappone accettò di riconoscere come unico governo legittimo della penisola coreana quello della Corea del Sud (RdC)7. Da allora entrambi le parti hanno cercato, a più riprese, un avvicinamento reciproco, rafforzato nelle ragioni dalla vicinanza di Corea del Nord e Cina: un esempio è il recentissimo indennizzo offerto dal Giappone per la prostituzione forzata di donne coreane durante l’occupazione8. Ciononostante, varie rimangono le questioni aperte, tra le quali quella sulle isole Dokdo/Takeshima rende adeguatamente l’idea di quanto sia ancora necessario fare per smorzare gli animi: nel 2006 i due paesi sfiorarono uno scontro armato per asserire la proprietà nazionale delle isole, con la Corea del Sud che ricollegava la pretesa giapponese all’ex periodo coloniale sostenendo di dover contrastare la nuova invasione di territori statali9.
  2. Anche Giappone e Cina si contrappongono in dispute territoriali: a partire dal 2005, a causa degli attriti nel Mar Cinese Orientale, ad esempio, il governo giapponese ha deciso di focalizzare la propria attenzione militare non più sulle aree a Nord del paese, che pure costituiscono una costante problematica, ma sul Sud-Ovest, cercando di dare un segnale alla troppo assertiva politica cinese10. Le ulteriori incertezze e discussioni riguardanti le Senkaku/Diaoyu e le correlate delimitazioni delle zone economiche esclusive hanno generato rappresaglie economiche da entrambe le parti, e il revisionismo storico giapponese per quanto riguarda alcuni eventi della Seconda Guerra Mondiale segnano ad oggi il passo di una collaborazione che, almeno dal punto di vista geopolitico, non è esente da criticità11.
  3. Anche le relazioni sino-coreane sono tutt’altro che idilliache, a causa di contrasti legati alle demarcazioni territoriali (Zone Economiche Esclusive nel Mar Cinese) e a discusse ricerche storiografie che ascriverebbero alla Cina siti culturali di enorme importanza per la storia e la politica coreana (le tombe Koguryo, la regione dello Yanbian/Jingdao12). In questo caso le divergenze più forti sono generate dalle considerazioni geopolitiche cinesi: l’unificazione della Corea, ad esempio, priorità irrinunciabile per il governo di Seul, è vista dalla Cina come una prospettiva da evitare; questo perché per la Cina l’obiettivo fondamentale da mantenere non è l’unificazione della penisola, ma la stabilità politica. Nel caso di un collasso politico della Corea del Nord, infatti, la Cina risulterebbe destinazione privilegiata degli esuli in fuga dallo Stato, e l’emergenza umanitaria conseguente a tali stravolgimenti potrebbe seriamente mettere in discussione gli equilibri interstatali nella zona13.

Nel contesto complessivo di queste diatribe politiche, è importante non sottovalutare il ruolo del discorso e della concezione orientale di onore, dal momento che queste sorgono con pretesti che riguardano soprattutto rispetto e/o tradizione storica degli Stati.

Nonostante tutte le problematiche che legano e scindono i percorsi politici dei tre Stati fin qui considerati, a partire dal dicembre 2008, quasi in contemporanea quindi con l’abbandono dei Six Party Talks da parte della Corea del Nord, questi hanno cominciato ad incontrarsi in appositi summit nazionali, fino a giungere alla creazione di un Segretariato di Cooperazione Trilaterale nel 201114.

Tramite questi incontri si è tentato di superare gli ostacoli dei rapporti State-to-State incentrando l’attenzione sulla regionalità, e impostando l’intero dialogo prima di tutto su un sistema di collaborazione economica. Questo potrebbe rappresentare un primo passo per lo smussamento delle tensioni e l’instaurazione di un’intesa diplomatica, ma molto c’è ancora da fare, soprattutto se si vagliano le discordanti considerazioni geopolitiche dei tre Stati dell’area e si considera l’intralcio delle ingerenze statunitensi.

Gli Stati Uniti: “ospite” sgradito ma necessario?

La posizione degli Stati Uniti nel quadro attuale è caratterizzata dalla percepita necessità di un “ribilanciamento”15 della presenza militare in Asia, costituito da maggiore fermezza nei legami bilaterali e da una dimensione militare più ampia. Secondo gli osservatori16 gli Stati Uniti hanno l’obiettivo di rafforzare la propria presenza nella regione Nord-orientale dell’Asia con lo scopo da, una parte, di tutelare i propri interessi nell’area e garantire la sopravvivenza di un controllo, per quanto “intangibile” e indiretto, sull’area; dall’altra, di contrastare l’assertività cinese e il suo crescente potere.

Per ottenere questi risultati il governo statunitense ha, negli scorsi anni, implementato un sistema di “partnership di sicurezza” bilaterali con i pesi dell’area Asia-Pacifico, che si distinguono dalle precedenti alleanze perché, a differenza di quest’ultime, le partnership sono maggiormente adattabili alle situazioni in evoluzione, malleabili ai bisogni, non si prefiggono esplicitamente di contrastare un singolo Stato o un problema ma cercano di «identificare interessi di sicurezza comuni […] e idee condivise per la realizzazione di tali interessi»17, declinabili nelle accezioni più disparate.

Tali partnership traggono la propria forza e si innestano negli stessi punti di contrasto tra Giappone, Cina e Sud Corea, facendo opportunamente leva su questo o quell’altro elemento in modo da garantirsi, da una parte, la sopravvivenza politica nell’area, dall’altra il ruolo di “equilibratore regionale”. Tuttavia un sistema tale non è esente da tensioni.

Altro problema è quello dei rapporti “inter-partnership”, con gli Stati che temono di rimanere reciprocamente “indietro” rispetto agli altri competitori regionali, e paventano dunque che gli interessi americani possano affiancarsi più strettamente a quelli dei loro diretti vicini, a loro discapito. Nel caso specifico Corea-Giappone, la partnership conclusa tra USA e Giappone ha sollevato malcontento per la credenza coreana che gli Stati Uniti fossero disposti, se non ad avallare, quantomeno a smussare le asperità del revisionismo storico giapponese con l’intento di smorzare le tensioni politiche18.

Forse però il motivo di diverbio più importante è quello venuto ad instaurarsi a seguito dei reiterati esperimenti nucleari nordcoreani, per cui gli Stati Uniti hanno avanzato la possibilità di introdurre un sistema missilistico di protezione nella zona circostante Seul, altrimenti inerme ad un possibile attacco (data la sua vicinanza alla zona demilitarizzata). Tale sistema (THAAD), pur previsto nei principi dalla partnership militare, è stato fortemente avversato soprattutto dalla Cina, che lo vede come pretesto per installare nuove capacità missilistiche nell’area.

Il gigante comunista è il paese che più ha da perdere in un quadro di alleanze così composito e, soprattutto, così fortemente dipendente dalla presenza statunitense; questo perché le scelte americane contrastano, direttamente o implicitamente, con l’espansione cinese a base economica (il progetto della Nuova Via della Seta ne è un buon esempio) e le sue considerazioni geopolitiche. La già citata paura del gigante orientale per quanto riguarda un possibile collasso del sistema è forse il motivo maggiore per cui nell’arena internazionale, a seguito dell’irrigidimento delle sanzioni alla Corea del Nord da parte delle Nazioni Unite, la Cina ha continuato a non implementare efficacemente le misure volte a stroncare le attività commerciali e finanziarie di Pyongyang volte all’acquisizione di materiali illeciti, e anzi si trova ad oggi a interpretare il ruolo di “mercato nero” nel quale imprese e aziende facenti capo alla Corea del Nord compravendono materiali aggirando le limitazioni internazionali19.

Oltre a questo, la Cina vedeva (e vede ancora?) nei territori nordcoreani un’utile zona cuscinetto contro possibili attacchi statunitensi, e beneficia di una partnership commerciale con il paese fortissima (89% degli import dello “Stato canaglia” provengono, appunto, dalla Cina) i cui vantaggi non si riducono certo all’ambito economico20. Per tale pletora di motivi il paese ha sempre adottato un atteggiamento evidentemente lassista nei confronti di Kim Jong Un, ma si trova ora di fronte ad una scelta per quanto riguarda l’accettazione di un’ingerenza statunitense in campo asiatico o il rafforzamento del regime di limitazioni commerciali e finanziarie. In questa situazione delicata, dunque, in cui la Cina rappresenta l’ago della bilancia, il THAAD (o meglio la sua minaccia) potrebbe costituire il mezzo attraverso cui giungere ad una maggiore effettività delle risoluzioni onusiane.

Conclusioni

Dall’analisi appena effettuata si evince che una collaborazione generale nella regionale del Nord-Est asiatico sembrerebbe lungi da concrete messe in atto. La presenza degli Stati Uniti rappresenta, in quest’ottica, forse il maggiore ostacolo affinché Corea, Giappone e Cina decidano di affrontare le rispettive problematiche e intessere una rete di interscambio (informativo ed economico) e di dialogo. Ciò avviene perché la necessità degli Stati Uniti li porta, alterando unilateralmente l’equilibrio della regione, a intrecciare strette relazioni con ognuno degli Stati considerati, e dall’altra parte, per questi è più “semplice” intrattenere relazioni pacifiche con l’America che con i propri rispettivi vicini, perché in tal modo non vengono messe in discussione, e anzi vengono implicitamente rafforzate, le ideologie nazionalistiche antagoniste21.

L’inarrestabile crescita economica e politica della Cina, poi, cementa ancor di più gli accordi di partnership con gli USA, e l’opinione abbastanza diffusa che gli Stati Uniti possano rappresentare non solo un contrasto al gigante orientale, ma anche una garanzia per quanto riguarda tutela umanitaria, processi di democratizzazione e gestione delle emergenze, fanno il resto e garantiscono un posto agli Stati Uniti nel consesso dell’Asia Nord-orientale22.

Considerando le odierne minacce alla sicurezza della regione, trovare soluzioni che possano rinforzare le dinamiche di politica trilaterale è quantomeno auspicabile, soprattutto date le recenti dichiarazioni del potere centrale in Corea del Nord e l’escalation di tensione legata ai nuovi esperimenti missilistici e nucleari dello Stato e all’irrigidimento del sistema sanzionatorio che ha l’obiettivo di mettere in ginocchio la dittatura di Kim Jong Un.

Date le convinzioni del regime nordcoreano, che sente come concreta e costante la minaccia esterna alla propria esistenza, soprattutto da parte degli Stati Uniti, un rafforzamento del China–Japan–South Korea trilateral summit sul tema della sicurezza regionale, potrebbe rappresentare già un primo passo verso l’ammorbidimento delle relazioni, e la ripresa del dialogo nell’arena internazionale. Per Giappone e Corea del Sud, poi, esso costituirebbe un’importante possibilità di affermazione dei propri interessi naturali indipendenti, altrimenti compressi dalle logiche geopolitiche di scontro Cina-USA e Corea del Nord-USA.

Se e finché questo sviluppo non si verifica, la situazione rimarrà in uno stallo senza apparenti vie di uscita, principalmente perché per Pyongyang «la rinuncia al nucleare implicherebbe rinuncia all’unica leva diplomatica dello Stato per la concessione di aiuti e agevolazioni politiche all’interno della comunità internazionale»23.

NOTE:

Lorenzo Maestripieri è collaboratore del programma "Asia-Pacifico" dell'IsAG.

1. Il Post, L'accordo Sul Nucleare Con l'Iran, 14 luglio 2015.
2. Bong, Youngshik Daniel. 2016. The U.S.-South Korea Alliance: Local, Regional, and Global Dimensions, «Asian Politics & Policy» 8 (1): 39-49, p. 2.
3. Batchelor, Tom.Another One Bites the Dust: North Korea's Army Boss Executed in Kim Jong-Un's Latest Purge, 10 febbraio 2015.
4. Chronology of U.S.-North Korean Nuclear and Missile Diplomacy, Fact Sheets & Briefs, 15 aprile 2016.
5. Ibid.
6. BBC News, North Korea Threatens US and S Korea with Nuclear Strikes, 7 marzo 2016.
7. Global Security, Japan-ROK Relations, 28 dicembre 2015.
8. BBC News, Japan and South Korea Agree WW2 'comfort Women' Deal, 28 dicembre 2015.
9. Wiegand, Krista E. 2015. The South Korean-Japanese Security Relationship and the Dokdo/Takeshima Islets Dispute, «The Pacific Review» 28 (3): 347-366.
10. Wirth, Christian. 2015. ‘Power’ and ‘stability’ in the China-Japan-South Korea Regional Security Complex, «The Pacific Review» 28 (4): 553-575, p. 3.
11. Ivi, p. 4.
12. Ivi, p. 3.
13. Ellis, Ralph, K.J. Kwon, and Tiffany Ap. U.S., Other Nations Condemn North Korean Rocket Launch, CCN, 7 febbraio, 2016.
14. Wirth, Christian, Op. cit., p. 4.
15. Ivi, p. 13.
16. Tow, William T., and Satu Limaye. 2016. What's China Got to Do with It? U.S. Alliances, Partnerships in the Asia-Pacific, «Asian Politics & Policy» 8 (1): 7-26, p. 2.
17. Tow, William T. (2015). Rebalancing and order building: Strategy or illusion? In William T. Tow and Douglas Stuart (Eds.), The new US strategy towards Asia: Adapting to the American pivot (pp. 30–52). Abingdon: Routledge.
18. Bong, Youngshik Daniel. 2016. The U.S.-South Korea Alliance: Local, Regional, and Global Dimensions, «Asian Politics & Policy» 8 (1): 39-49. 19. Los Angeles Times, China Must Stop Enabling North Korea's Nuclear Program, 6 marzo 2016.
20. Habib, Benjamin. 2016. The Enforcement Problem in Resolution 2094 and the United Nations Security Council Sanctions Regime: Sanctioning North Korea, «Australian Journal of International Affairs» 70 (1): 50-68. pp. 12-13.
21. Wirth, Christian, Op. cit. , p. 17.
22. Bong, Youngshik Daniel, Op. cit. , p. 5.
23. Habib, Benjamin, Op. cit. , p. 16.


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