<i>El Niño</i>: crisi, emergenze e migrazioni <i>El Niño</i>: crisi, emergenze e migrazioni
Le migrazioni umane come conseguenza di cambiamenti ambientali non sono fenomeni straordinari, ma insiti nella storia di tutti i popoli; ciononostante, solo recentemente la... <i>El Niño</i>: crisi, emergenze e migrazioni

Le migrazioni umane come conseguenza di cambiamenti ambientali non sono fenomeni straordinari, ma insiti nella storia di tutti i popoli; ciononostante, solo recentemente la comunità internazionale ha intrapreso un lento cammino nel riconoscimento dei legami e delle implicazioni che i cambiamenti climatici e ambientali hanno sui fenomeni migratori.

L’ultima manifestazione “evidente” dell’impatto che il cambiamento climatico ha sulle popolazioni è stata l’inedita portata di El Niño, il fenomeno atmosferico che nell’ultimo anno ha messo in ginocchio l’agricoltura di molti Paesi portando alluvioni in Cile, Perù, Bolivia e siccità in Australia, Asia e Africa meridionale. El Niño è una delle più importanti fluttuazioni climatiche periodiche del nostro pianeta. Esso si presenta una volta ogni tre-sette anni, con un ciclo di vita di cinque-sei mesi: durante questo periodo l’Oceano Pacifico orientale si riscalda di circa 0,5°C per poi ritornare in una fase dove si ristabilisce la condizione iniziale e a volte, addirittura, una situazione contraria, che viene chiamata La Niña. Gli esperti del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) statunitense, però avvisano: quello che si sta vivendo potrebbe avere conseguenze mai osservate nei cicli precedenti; è stato registrato infatti un aumento della temperatura del mare in prossimità delle coste delle Americhe di circa 2°C in soli tre mesi.

Come si traducono questi cambiamenti nella vita delle popolazioni? Spesso, purtroppo, comportano il verificarsi di fenomeni dannosi come siccità, alluvioni e aumento delle temperature che, a loro volta, causano malnutrizione, malattie respiratorie ed epidemie veicolate da acqua e dagli insetti come malaria, dengue e zika. A essere colpiti sono l’Asia, il Sudamerica, il Corno d’Africa e la parte meridionale del continente africano, in un’emergenza che stando alle stime dell’OMS colpirebbe circa 60 milioni di persone nel mondo, richiedendo circa 3,6 miliardi di dollari per essere tamponata.

Gli effetti catastrofici de El Niño pongono ulteriore stress su un sistema di aiuto umanitario particolarmente debilitato; nella regione del Corno d’Africa, la siccità aggravata da El Niño ha portato ad un aumento della insicurezza alimentare e la malnutrizione. A partire dal marzo 2016, il FSNWG (Food Security and Nutrition Workin Group) riporta che circa 19,5 milioni di persone nella regione si trovano ad affrontare i livelli di insicurezza critici e alimentari di emergenza. Solo in Etiopia, uno degli Stati più colpiti dalla siccità, le stime del governo parlano di 10,2 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria per un totale di 1,4 miliardi di dollari. Come notato da Tiziana Fattori (Direttrice di Plan International Italia), «la grave situazione climatica sta causando il trasferimento di migliaia di famiglie verso zone dell’Africa meno colpite dalla siccità. Sicuramente alcuni guardano all’Italia e all’Europa come possibile destinazione». I migranti ambientali, secondo le Nazioni Unite, entro il 2050 costituiranno circa 200 milioni di rifugiati e nel 2060, nella sola Africa, ci saranno circa 50 milioni di profughi climatici.

Per esempio, nella regione dell’Afar (Etiopia nord-orientale), si stima che circa 10.000 famiglie (il 3% della popolazione dell’area) di pastori abbiano lasciato le loro terre, scappando dalla siccità e dalla carestia: solo nel 2015 sono morti 566.000 capi di bestiame, come conseguenza della scomparsa di pascoli e della malnutrizione dovuta agli sconvolgimenti climatici. L’effetto a catena è stato devastante: la disponibilità di prodotti per il sostentamento di base come carne e latte è quasi ridotta a zero e le famiglie sono costrette a cercare alimenti al mercato; i prezzi della farina e del foraggio però sono aumentati a causa della scarsa disponibilità, mentre quello del bestiame è sceso, andando a peggiorare le condizioni economiche della popolazione pastorale. Quasi 10.000 famiglie, cioè il 3% della popolazione dell’Afar, sono già migrate verso le vicine regioni Amhara, Oromia e Tigray, in cerca d’acqua e pascolo.

Se l’Etiopia è stata colpita dalla siccità, diametralmente opposta è la situazione in Somalia: El Niño ha portato precipitazioni superiori alla norma in alcune zone del Sud, colpendo duramente 150.000 persone nelle regioni fluviali, in quelle di pianura e nel Puntland semi-indipendente. In una situazione difficile come quella somala, dalle ben note criticità istituzionali e sociali, anche degli sconvolgimenti naturali non eccezionali possono avere un effetto devastante sulla popolazione. Le piogge eccessive a fine 2015 hanno portato alluvioni anche in Kenya, Uganda e altre parti della stessa Etiopia. L’OMS ha visto un aumento nella diffusione di acqua come vettore di malattie a carico della regione, registrando epidemie di colera in Kenya, Uganda, Tanzania, Repubblica Democratica del Congo ed Etiopia.

Mentre gli impatti di El Niño sull’ambiente e sulle crisi umanitarie sono immediatamente evidenti, i dati sugli effetti economici e sui mercati globali sono poco analizzati. Tuttavia, negli ultimi anni, l’impatto di El Niño sui prezzi delle materie prime non combustibili globali, tra cui cibo e i prodotti agricoli primari, è cresciuto, variando notevolmente tra i Paesi coinvolti: ad esempio, in Indonesia un calo dell’1% del PIL è attualmente previsto a causa dell’impatto di grave siccità su agricoltura e industrie connesse, l’energia idroelettrica e mineraria. L’impatto è già stato sentito dai segmenti più vulnerabili della società, tra cui i piccoli agricoltori e i residenti urbani più poveri.

El Niño è stato solo l’ultimo degli eventi meteorologici estremi che, solo dal 2008 al 2014, hanno costretto a spostarsi oltre 157 milioni di persone. Famiglie e comunità spinte ad abbandonare improvvisamente le proprie abitazioni. Secondo l’IDMC (Internal Displacement Monitoring Centre), tempeste e alluvioni hanno rappresentato l’85% delle cause, seguite dai terremoti. Sempre l’IDMC ha calcolato che oggi le persone hanno il 60% in più di probabilità di dover abbandonare la propria casa di quanto non ne avessero nel 1975. I dati sono contenuti nel rapporto Migrazioni e cambiamento climatico a cura di Cespi, Focsiv e Wwf Italia diffuso alla vigilia della COP21 di Parigi.

Quasi tutti gli studiosi del fenomeno concordano nel ritenere che i cambiamenti climatici sono un acceleratore (driver) del deterioramento delle condizioni socio-economiche che spingono una persona a lasciare il posto in cui vive. In altre parole, laddove allagamenti, siccità ed eventi atmosferici estremi (le tre principali cause delle migrazioni dovute al cambiamento climatico) colpiscono territori già provati da povertà o violenza, fanno da acceleratori ai movimenti di persone. Situazioni di siccità estreme e carestie stanno diventando sempre più frequenti, quindi è importante creare resilienza in modo che le comunità si possano adattare ai cambiamenti climatici e sia possibile in futuro, evitare emergenze umanitarie.

Il 2 agosto 2015 i 193 membri delle Nazioni Unite hanno raggiunto un accordo sulla nuova Agenda per lo Sviluppo Sostenibile; l’accordo comprende i diciassette nuovi Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile che mirano entro il 2030 ad eliminare la povertà, promuovere la prosperità economica ed il benessere delle persone, ed a proteggere l’ambiente. La crisi umanitaria causata dai recenti eventi atmosferici mostra però la portata della minaccia che il cambiamento climatico pone alla loro realizzazione. Ancora ci sono molte criticità nella gestione delle emergenze causate dal cambiamento climatico, in particolare le politiche dovrebbero concentrarsi maggiormente sulla creazione di resilienza, ovvero la capacità di vivere in ambienti ostili reagendo a crisi climatiche che sono sempre più frequenti. A questo proposito il Consiglio economico e sociale ha convocato una riunione speciale sulle conseguenze del fenomeno di El Niño (2015/16), su richiesta dell’Assemblea generale (A/RES/70/110), il 6 maggio 2016. L’incontro ha fornito l’occasione per ricevere un aggiornamento sulla corrente di El Niño e le sue dimensioni economiche, sociali e ambientali, e per discutere le misure intraprese dai Paesi per aumentare la loro capacità di recupero.

Anche il Segretario Generale Ban-ki-moon è intervenuto nella questione nominando commissari speciali per analizzare l’impatto de El Niño: l’ex Presidente dell’Irlanda Mary Robinson e l’ambasciatore del Kenya alle Nazioni Unite, Macharia Kamau. L’ONU spera che la nomina del veterano diplomatico irlandese a fianco di un ambasciatore africano di primo piano possa portare alla luce dell’opinione pubblica internazionale la devastazione lasciata sulla scia di El Niño. Infatti dal punto di vista umanitario, gli effetti di El Niño hanno ricevuto scarsa attenzione globale, attenzione si è concentrata molto sulla crisi dei rifugiati e migratoria che ha coinvolto Nord Africa e Europa, parte della quale è stata discussa anche al World Humanitarian Summit a Istanbul, Turchia. In questo Summit è stato lanciato da Fao, Wfp e Ue un nuovo network per gestire in maniera congiunta sia valutazioni globali sulla sicurezza alimentare che risposte alle crisi alimentari, incluse quelle inerenti a fenomeni quali El Niño. La comunità internazionale insomma, si impegna in un modo o nell’altro nella lotta al cambiamento climatico, alla gestione delle emergenze umanitarie e alle risposte alle crisi legate ad eventi catastrofici ma, ancora una volta, è restia a riconoscere il legame fra cambiamento climatico e migrazioni.

Possiamo individuare un atteggiamento ambivalente: da un lato le previsioni dell’UNHCR, in un futuro prossimo gli eventi legati al cambiamento climatico come siccità, inondazioni e tempeste diventeranno la principale causa dello spostamento della popolazione mondiale, tanto all’interno come all’esterno delle frontiere nazionali; dall’altro la stessa agenzia si è pronunciata contro l’utilizzo dell’espressione “rifugiato ambientale”, per evitare che una modifica della convenzione in questo senso possa indebolire o creare nuove difficoltà per la sua applicazione.

In un intervista del 26 aprile 2016, a MigraMundo la ricercatrice Fernanda de Salles Cavedon, rappresentante della Resama e partecipante alla COP21 evidenzia come «la migrazione ambientale è già una realtà; nonostante questa constatazione continuiamo a trovarci di fronte all’assenza assoluta di una base legale internazionale che riconosca lo status di rifugiato ambientale e che ne garantisca la protezione integrale. È stato da tempo oltrepassato il momento appropriato per adottare misure che portino ad uno statuto giuridico internazionale per gestire le migrazioni ambientali. L’ampliamento del concetto di rifugiato, in modo tale da includere le persone che si spostano per motivi ambientali e ottenere i meccanismi adeguati per fronteggiare il problema e garantire la protezione dei migranti, non è stato previsto come opzione da parte della comunità internazionale».

Una posizione diversa sembra essere quella italiana, espressa in più occasioni dal Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Parlando nel corso di una conferenza sull’Ambiente organizzata dall’Arma dei carabinieri e dal Corpo Forestale dello Stato, è tornato sul tema dei rifugiati climatici, sottolineando come «Il cambiamento climatico ci farà fare i conti con il fenomeno dei rifugiati climatici. Ci sono aree del mondo dove le persone si spostano per motivi legati al cambiamento del clima».

Precedentemente il Ministro aveva spezzato una lancia per accordare alle persone in fuga da cataclismi climatici un tipo di protezione legale simile a quella che spetta a chi scappa da guerre e persecuzioni. Al momento si parla ancora di El Niño e dei devastanti effetti climatici che ha avuto in svariate aree del nostro Pianeta. Ma gli esperti del settore si stanno già proiettando oltre perché pare che nel prossimo autunno avremo a che fare col fenomeno opposto, La Niña, ovvero il raffreddamento delle acque superficiali del Pacifico equatoriale.

L’influenza della “fluttuazione fredda” può essere altrettanto devastante, perché potrebbe agire su cicloni e uragani, sulle correnti oceaniche e sulle variazioni climatiche a larga scala. Le inondazioni che colpirono Cina e Bangladesh durante l’ultimo episodio (oltre quattro anni fa) sono risultate le più violente nella storia del Pianeta. Nei mesi da settembre 2011 a marzo 2012, La Niña causò danni agricoli irreparabili (mais e soia) in Argentina e in Brasile, mentre in Texas causò la peggiore siccità in cent’anni. Secondo gli esperti nel periodo che va dal 2000 al 2099 avremo almeno otto di questo tipo di fenomeni.

È purtroppo facile prevedere che questo porterà intere popolazioni a subire enormi difficoltà nel soddisfacimento dei bisogni elementari, specie se alla scarsità delle risorse e alla gravità dei fenomeni meteorologici estremi si assoceranno conflitti per il controllo delle risorse, aumento della violenza e disgregazione sociale. Gli effetti del cambiamento climatico interagiscono inoltre con altre variabili, di tipo socio-economico ma anche di politiche di uso del suolo e di gestione della risorsa idrica: cementificazione e pratiche agricole che riducono la capacità del terreno di assorbire l’acqua, accaparramento di terre e “land grabbing” sono tra quelle pratiche destinate ad amplificare gli effetti dei cambiamenti climatici, ponendo le premesse per migrazioni forzate.



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