Giustizia africana: svolta e implicazioni del caso Hissène Habré Giustizia africana: svolta e implicazioni del caso Hissène Habré
Nato a Faya Largeau nel 1942, Hissène Habré è stato per otto anni Presidente della Repubblica del Ciad. Nel giugno del 1982, alla guida... Giustizia africana: svolta e implicazioni del caso Hissène Habré

Nato a Faya Largeau nel 1942, Hissène Habré è stato per otto anni Presidente della Repubblica del Ciad. Nel giugno del 1982, alla guida del gruppo ribelle Forces Armées du Nord (FAN), ha rovesciato il governo nazionale di transizione (GUNT) di Goukouni Oueddei e ha in seguito instaurato uno dei regimi più sanguinari che abbiano visto la luce nell’Africa post-coloniale. Un regime «dove impunità e terrore dettavano legge» (come riportato nella sentenza di condanna, Parte 4, Let. E, Par. 3) che Habré ha guidato avvalendosi in particolar modo dell’azione della Brigade Spéciale d’Intervention Rapide (BSIR), braccio armato della polizia politica da lui stesso creata, la Direction de la documentation et de la sécurité (DDS).

Otto anni di violenze e repressione indirizzata in particolar modo contro la popolazione civile di etnia Zaghawa, la comunità degli Hadjerai e i ribelli Codos nelle regioni del Sud del paese, dove Habré ha ferocemente schiacciato la resistenza dei guerriglieri in quello che è passato alla storia come il “Settembre Nero” del Ciad (1984). Otto anni di esecuzioni sommarie, ricorso sistematico alla tortura, violenze sessuali, sequestri e sparizioni conditi da un conflitto internazionale contro la Libia (1978-1987), nel corso del quale è risultato fondamentale il sostegno francese e americano al regime di Habré, considerato un baluardo da appoggiare in funzione anti-Gheddafi.

Nel dicembre del 1990 la dittatura di Habré viene a sua volta rovesciata con un colpo di Stato del Mouvement Patriotique du Salut guidato da Idriss Déby Itno, ancora oggi Presidente del Ciad e Presidente di turno dell’Unione Africana dal gennaio 2016. Habré, rifugiatosi in Senegal dal 1991, è stato fin da subito accusato di aver pianificato, ordinato e partecipato in prima persona alla commissione di diversi efferati crimini internazionali.

Il Tribunale africano straordinario istituito a Dakar ha emesso l’attesa sentenza nei confronti di Hissène Habré, ex dittatore del Ciad dal 1982 al 1990. Accusato di svariati crimini, Habré è stato condannato all’ergastolo.

“Pinochet africano” e “Orchestratore della repressione”: due definizioni che dicono molto su ciò che hanno rappresentato gli otto anni di governo Habré per la popolazione del Ciad. Le gravi violazioni commesse dal regime sono state oggetto di un’indagine avviata fin dal 1990 dalla Commissione nazionale d’inchiesta creata dal nuovo governo ed ha portato nel 1992 alla pubblicazione di un rapporto nel quale viene dimostrato che, tra omicidi politici e persone che hanno subito sistematicamente atti di tortura o altre forme di grave violazione dei propri diritti, vi sarebbero state più di 40.000 vittime. Dal 1991 alcune di queste si sono riunite in un’associazione (Association des Victimes des Crimes du Régime de Hissène Habré) e nel 2000 hanno presentato una denuncia di fronte agli organi di giustizia senegalesi per poter perseguire penalmente l’ex dittatore: l’affaire Habré iniziava così il suo percorso giudiziario.

Il tortuoso cammino verso il processo

Il dibattito giuridico intorno al caso Habré è fondamentalmente ruotato intorno a due principi di diritto:

  1. il principio conosciuto con l’espressione aut dedere aut iudicare (o estradare o punire) in base al quale lo Stato, sul cui territorio si sia rifugiata una persona colpevole di gravi crimini, deve giudicarlo secondo il proprio codice penale o, in alternativa, acconsentire alla sua estradizione su richiesta di altri Stati.
  2. il principio della giurisdizione universale fondato sull’idea che esistono crimini talmente gravi da offendere la comunità internazionale nel suo insieme e quindi meritevoli di essere perseguiti e puniti da qualsiasi Stato membro di tale comunità, indipendentemente dal luogo in cui questi crimini sono stati commessi e dalla nazionalità dell’autore o della vittima.

Per molti anni i tribunali senegalesi avevano sempre dichiarato la loro incompetenza a pronunciarsi sui crimini commessi da un cittadino straniero, per di più ex Capo di Stato, sul territorio di un altro paese, invocando l’assenza di una norma che nel codice penale senegalese attribuisse giurisdizione universale ai tribunali nazionali. Nel 2005, questa volta in Belgio, un giudice istruttore aveva emesso un mandato d’arresto nei confronti di Habré, chiedendo di conseguenza la sua estradizione affinché potesse essere giudicato da un tribunale belga: ancora una volta le autorità giudiziarie senegalesi si opposero al provvedimento.

La violazione del principio aut dedere aut iudicare, unita alla continua pressione portata dalle associazioni delle vittime del regime di Habré e dalle varie ONG che sostenevano la loro causa (Human Rights Watch su tutte), aveva così determinato l’intervento sia del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura (Committee Against Torture – CAT) sia dell’Unione Africana che nel luglio 2006 chiese alle autorità senegalesi di giudicare Habré “in nome dell’Africa”.

Di fronte all’ennesimo tentennamento da parte del Senegal, nel 2010 è stata la Corte di giustizia della Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO) a richiedere alle autorità di Dakar di giudicare Habré suggerendo la creazione di un tribunale speciale a carattere internazionale. Infine, nel 2012, la Corte Internazionale di Giustizia aveva ordinato al Senegal di istituire il processo contro l’ex dittatore o, qualora impossibilitato, di procedere immediatamente alla sua estradizione verso il Belgio, senza ulteriori ritardi.

La svolta storica

La svolta nel caso Habré si è dunque avuta nell’agosto del 2012 quando, infine, è stato firmato un accordo tra il Senegal e l’Unione Africana che stabiliva la creazione delle Chambres Africaines Extraordinaires (CAE) aventi giurisdizione universale, bypassando così quel limite legato alla territorialità e alla nazionalità di Habré e delle sue vittime che fino ad allora aveva costituito un ostacolo alla giustizia.

In passato vi erano stati i precedenti di due giurisdizioni sovranazionali chiamate a pronunciarsi sui crimini commessi in Ruanda (TPIR) e Sierra Leone (SCSL). Tuttavia, le CAE costituiscono una novità nel panorama giuridico internazionale perché sono il primo tribunale “internazionalizzato” interamente africano (quasi al 100% senegalese), con sede in un paese del continente, chiamato ad applicare le norme derivanti tanto dal diritto penale internazionale quanto dal codice di procedura penale senegalese e che, come stabilito nello Statuto al suo articolo 3, ha competenza a giudicare le gravi violazioni del diritto, delle consuetudini e delle convenzioni internazionali ratificate dal Ciad e commesse sul suo territorio nell’arco di tempo che va al 7 giugno 1982 al 1 dicembre 1990.

Nel corso del processo all’ex dittatore, iniziato nel luglio 2015, novantasei sono state le vittime chiamate a testimoniare di fronte ai giudici del tribunale e cinquantasei le prove giudicate ammissibili al fine di valutare la responsabilità di Habré. Il 30 maggio si è dunque giunti all’atto conclusivo della vicenda. Turbante bianco e occhiali da sole, Habré ha ascoltato impassibile il verdetto pronunciato dal Presidente del tribunale ed ex giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (TPIR), Gberdao Gustave Kam, che lo ha condannato alla pena «d’emprisonnement à perpetuité».

Il futuro della giustizia africana

Il caso Habré offre tanti spunti di riflessione. Da un punto di vista giuridico è un evento storico perché per la prima volta un paese africano, il Senegal, ha fatto valere il principio della giurisdizione universale mettendo la parola fine ad una ingiustizia che durava da più di quindici anni.

Sicuramente l’esperimento delle Camere africane rappresenta un passo in avanti verso l’indipendenza giuridica del continente, dimostrando che anche in Africa è possibile condurre dei procedimenti senza dover inevitabilmente attendere che siano gli organi di giustizia internazionali a dover farsi carico delle pronunce. Anche perché l’Unione Africana ha spesso criticato l’operato della Corte penale internazionale (CPI), accusata di amministrare la giustizia in maniera selettiva e di perseguire solamente leader o responsabili africani.

Tuttavia, questa vicenda ha mostrato come il livello dell’attenzione, mediatica e non, su fatti gravi come quelli che hanno coinvolto Habré sia fondamentale per far trionfare la giustizia. In questo caso ci sono voluti ben sedici anni. È lecito dunque chiedersi se, senza le pressioni provenienti dai difensori dei diritti umani e dalle autorità di altri paesi (Belgio) e senza l’aiuto economico di diversi paesi europei, anche questo caso si sarebbe chiuso con un nulla di fatto. Troppo spesso gli Stati sono riluttanti o semplicemente rifiutano di intromettersi nelle vicende di altri paesi e di perseguire i crimini con i quali non hanno alcun legame, territoriale o nazionale.

Questa sentenza storica dimostra come in Africa sia oggi possibile condurre dei processi, rispettando gli alti standard richiesti in materia di giusto processo, e senza dover ricorrere necessariamente alla giustizia internazionale.

Mancanza di volontà, immunità e alleanze politiche o semplici limiti economici rendono difficile l’istituzione di questi processi e sono spesso alla base dell’impunità di cui godono numerosi Capi di Stato africani. Di esempi ve ne sono diversi: Paul Kagame, Presidente della Repubblica del Ruanda, è accusato di genocidio dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) in un rapporto pubblicato nel 2010; Omar Al-Bashir, Presidente del Sudan, verso il quale pende un mandato d’arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità che la CPI ha emesso nel 2009 e che puntualmente è stato ignorato da diversi paesi (Kenya, Etiopia, Egitto, Nigeria).

Infine, e paradossalmente, il 2 settembre 2015 anche Idriss Déby Itno è stato denunciato di fronte alle Camere straordinarie di Dakar. L’uomo forte del Ciad, che da ventisei anni governa il paese e che ha finanziato il processo contro Habré, potrebbe essere il prossimo imputato del tribunale speciale, visto che era proprio lui a comandare l’esercito durante il “Settembre Nero” del 1984 e che la denuncia riguarda alcuni fatti accaduti prima del dicembre 1990 e sui quali, quindi, le CAE hanno giurisdizione.

Se si considera solo l’epoca che ha avuto inizio con il processo di decolonizzazione del continente, si potrà notare che molti paesi dell’Africa subsahariana, in periodi diversi, sono stati sconvolti da fatti drammatici. Numerose sono state, e sono tutt’oggi, le violazioni e i crimini commessi; ancora, numerosi sono i criminali che devono essere giudicati. Crimini imprescrittibili, che producono ancora oggi effetti devastanti sul tessuto sociale africano e che devono essere perseguiti. La speranza per il futuro è che processi come quello ad Habré non costituiscano un fatto eccezionale e isolato e che si possa effettivamente parlare di un “nuovo corso” per la giustizia africana.

NOTE:

Andrea Gasperini è collaboratore del programma "Africa e America Latina" dell'IsAG.

Bercault O., Brody R.; La plaine des morts – Le Tchad de Hissène Habré 1982-1990; « Human Rights Watch»; 3 dicembre 2013.
The Case of Hissène Habré before the Extraordinary African Chambers in Senegal; «Human Rights Watch»; 3 maggio 2016.
Moubitang E.;L’affaire Hissène Habré, un tournant dans l’histoire de la justice africaine; «Sentinelle Droit International»; 9 maggio 2015.


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