Etnicità e potere: la prospettiva dell’Artico russo Etnicità e potere: la prospettiva dell’Artico russo
Nel pensiero contemporaneo lo spazio circumpolare è diventato una realtà culturale e politica unica ed i paesi artici, tra i quali la Russia, considerano... Etnicità e potere: la prospettiva dell’Artico russo

Nel pensiero contemporaneo lo spazio circumpolare è diventato una realtà culturale e politica unica ed i paesi artici, tra i quali la Russia, considerano i loro territori polari come una risorsa strategica di fondamentale importanza. Quasi la metà della popolazione artica (il 40%, circa 2,5 milioni di persone) risiede in Russia1. La popolazione dell’Artico russo è polietnica, perciò le questioni di etnopolitica sono particolarmente rilevanti. Tra le numerose popolazioni dell’Artico russo si possono annoverare i Pomory, i Sami, i Komi, i Nenci, gli Chanty, gli Evenchi, gli Eveni, gli Jukaghiri, i Tavgi, i Dolgani, gli Jakuti, i Čukči, i Coriachi, i Cherechi, gli Inuit etc.2; gran parte di questi appartengono al gruppo dei popoli indigeni minori della Russia3.

Le esperienze nelle diverse regioni dell’Artico, come Alaska, Nunavut, Troms, Jamal, Lapponia e Groenlandia, mostrano che i migliori modelli di posizionamento delle minoranze nordiche sono basate sulla modellizzazione dell’identità regionale, che unisce i valori tradizionali delle popolazioni indigene e quelli degli abitanti non indigeni. Negli anni post-sovietici la regionalizzazione della Russia aveva un «orientamento indigeno»: le popolazioni locali, nonostante la loro non elevata numerosità, hanno avuto un ruolo chiave nello sviluppo del nuovo fenomeno socioculturale. Il distacco delle nuove popolazioni da quelle indigene si è modificato con il mantenimento delle tradizioni e delle culture locali, viste come il nucleo del patrimonio culturale della coscienza regionale.

Durante la colonizzazione della regione artica la Russia ha acquisito territori differenti l’uno dall’altro dal punto di vista geografico, geopolitico ed etnico. Ogni regione dell’Artico russo (Jamal, Čukotka, Penisola di Kola e altre) ha una sua storia multisecolare nella relazione tra la capitale (il potere) e gli indigeni (l’etnicità). Oggi queste zone includono nella loro strategia di sviluppo regionale la cultura originale indigena, che è vista come un ricco patrimonio culturale dell’Artico. È emblematica la politica del Circondario autonomo Jamalo-Nenec: una delle regioni dell’Artico caratterizzata dalla crescita più dinamica. Grazie all’unicità delle risorse, al clima ed al potenziale culturale, Jamal rappresenta una base per lo sviluppo dell’Artico russo ed è difficile immaginare come in passato fosse solo una periferia del Nord-Est della Siberia.

Da più di quattro secoli, a partire dalla conquista della Siberia ad opera di Ermak4 e fino alla deposizione della monarchia russa, gli indigeni furono sotto il potere degli zar. La relazione tra la capitale e la provincia siberiana si è modellata sulla base dell’interazione fra la cultura politica russa, rappresentata dalla figura dello «zar bianco» (così era chiamato dagli indigeni il monarca russo) e l’élite indigena. Nel XV–XIX secolo per i popoli della Siberia lo zar non era solo una figura astratta o una fantasia. Tanti «principi» indigeni si consideravano onorati di essere persino presentati ai monarchi russi. L’élite indigena si recava nella capitale per affermare la propria sottomissione e per regolare il pagamento dello yasak (tributo). Alla corte dello zar le «ambasciate» indigene arrivavano con dei ricchi doni, soprattutto pellicceria. A loro volta i monarchi russi accoglievano gli ospiti siberiani con attenzione, affetto e regali (abiti, medaglie, armi).

Il rapporto tra Mosca e l’élite politica indigena si regolava in base alle lettere patenti degli zar agli indigeni, che confermavano il diritto dei «principi» locali al regolamento delle proprietà terriere e definivano le dimensioni dei tributi ed i tempi dei pagamenti. Tali lettere patenti venivano redatte in presenza dei «principi» indigeni, tenendo in considerazione le loro esigenze. I doni reali erano molto apprezzati dall’élite e venivano anche trasmessi ai propri eredi5. I titolari di questi doni si sentivano superiori e privilegiati rispetto agli altri uomini della stirpe: «Il Kaftan cambiava tutto nel principe Tajšin: il modo di camminare, la postura, lo sguardo. Salutandolo, si poteva notare che gli era stato insegnato il galateo… Porgeva anche la mano come un gentiluomo. Godendo tra gli ostiacchi di un enorme rispetto, Tajšin in ogni momento mostrava il suo potere»6.

Un altro motivo delle visite dei «principi» indigeni a Mosca, San Pietroburgo o nella capitale della Siberia Tobolsk, era l’affiliazione alla religione ortodossa. Nel XVI–XVII secolo il cristianesimo era diffuso solo nell’élite politica indigena. Gli indigeni battezzati si liberavano per alcuni anni dal tributo e ricevevano in cambio ricchi doni. Spesso le madrine ed i padrini dei «principi» indigeni erano i rappresentanti delle famiglie imperiali. All’inizio del XVIII secolo la politica cambiò radicalmente e cominciò la cristianizzazione forzata della Siberia dell’Est. I santuari e gli idoli pagani venivano bruciati, su quei luoghi venivano costruite le chiese e le cappelle ed i pagani dovevano essere tutti battezzati. A quelli che esprimevano spontaneamente il desiderio di essere battezzati venivano regalati i kaftan, veniva offerto del pane ed i tributi venivano ridotti.

Nonostante ciò la cristianizzazione fu piuttosto superficiale e gli indigeni continuarono a praticare i loro riti e le loro tradizioni pagane. La figura della religione ortodossa più amata dagli indigeni fu San Nicola: anche nei ciùm (tende tradizionali) più lontani si poteva trovare una sua icona; gli venivano dedicati templi e gli venivano offerti i regali più importanti come pellicce, renne e denaro. Facilmente si poteva incontrare l’immagine di San Nicola sui tamburi degli sciamani, spesso si rivolgevano a lui durante le preghiere e, insieme agli dèi pagani, la figura di San Nicola danzava davanti alla pelliccia d’orso durante i riti della Festa dell’Orso7.

Gli indigeni provavano un rispetto particolare verso la personalità dello «zar bianco». Il linguista finlandese Ahlqvist scriveva che, durante i suoi viaggi in Siberia, gli indigeni gli chiedevano spesso dello zar, di come fosse la sua casa e se lui indossasse le pellicce che gli inviavano come tributo8. Infatti gli indigeni riconoscevano le immagini degli zar e sapevano bene che il paese dove abitavano era la «terra dello zar bianco». Le immagini dello «zar bianco» (zar russo) e del «dio russo» (religione ortodossa) vivevano insieme, ogni tanto confuse. Questo fenomeno si è sviluppato soprattutto durante il regno di Nicola I e Nicola II, le cui figure per gli indigeni si mescolavano con quella di San Nicola. In linea generale, per la cultura indigena di questo periodo è tipica la sacralizzazione dello zar e degli attributi del potere9.

I simboli russi del potere sono entrati fortemente nella pratica rituale della vita degli indigeni. Ahlqvist ha notato che gli idoli dei pagani avevano i volti realizzati in argento o latta: per esempio il principe Tajšin a questo scopo usava un piatto d’argento che aveva ricevuto insieme ad altri regali dall’imperatore Nicola10. Un altro esempio curioso riguarda un idolo, protettore degli allevatori di renne, ai cui vestiti si applicava lo stemma dell’Impero Russo (Aquila Bicipite). Dopo la morte dell’ultimo Imperatore russo questo simbolo veniva applicato alla rovescia11.

Nei primi anni dopo la Rivoluzione del 1917 la vita degli indigeni non cambiò notevolmente. Il loro rapporto con gli zar fu «trasmesso» direttamente alla relazione con il nuovo potere statale. L’inclusione della popolazione indigena nella lotta tra i «bianchi» ed i «rossi» avvenne spontaneamente e incoscientemente. In una delle leggende indigene si racconta: «Arrivarono i rossi e chiesero ad un principe dei Nenci a favore di chi fosse. Egli rispose che era a favore di chi gli avrebbe dato del tè e del pane. In città gli consegnarono un documento in cui si riportava che fosse a favore dei rossi». Il cambiamento di potere provocò tanta confusione nell’animo degli indigeni e loro non capivano il senso del potere sovietico.

Per gli indigeni non era più che un cambio di colore dal «bianco» al «rosso». I Nenci cominciarono a chiamare il nuovo leader politico «lo zar rosso» o «lo zar del partito». Tra gli abitanti delle tundre lontane si rincorrevano leggende sulla «gente rossa, arrivata da una terra diversa, che è riuscita a vincere la gente bianca» e che adesso avrebbe guidato i loro popoli indigeni12. Tuttavia i primi cambiamenti sovietici (la diminuzione delle forniture di pane, il divieto delle vendite private, l’abbassamento dei prezzi dei prodotti locali) spinsero gli indigeni a partecipare alla guerra civile (1918–1920). Con l’arrivo del potere sovietico si verificarono molti cambiamenti: le terre vennero nazionalizzate, i pascoli delle renne divennero statali, ovunque si crearono i kolсhoz13, i bambini vennero mandati forzatamente a scuola.

Gli anni Trenta del XX secolo si caratterizzarono per un’ondata di rivolte antisovietiche da parte degli indigeni nordici ed il potere rispose alle ribellioni con delle violente repressioni. La sorte dell’élite locale – «principi», sciamani, ricchi allevatori di renne – era segnata. Le repressioni furono talmente di ampio respiro che, nonostante la situazione politica sia cambiata ormai da tempo, i temi dello sciamanismo e della relazione familiare con l’élite sono rimasti a lungo un tabù. Dopo aver «eliminato» dalla taiga e dalla tundra l’élite locale, il processo di socializzazione si è svolto molto più rapidamente.

La politica sovietica è continuata con la crescita dei kolchoz, il cambiamento forzato dello stile di vita dei nomadi, obbligati a diventare sedentari, la creazione di villaggi al posto dei campi nomadi con i ciùm. Tale politica ha portato alla distruzione parziale della specificità etnica, all’aumento del numero dei matrimoni misti, alla distruzione dei legami all’interno della società locale ed al distacco degli indigeni dai loro lavori tradizionali. Uno degli obiettivi più grandi del potere centrale era la creazione di una élite indigena sovietica. L’attenzione si concentrava soprattutto sull’istruzione: per i popoli del Nord venne creata una forma scritta delle loro lingue, vennero organizzate numerose scuole ed a Leningrado (odierna San Pietroburgo) fu fondato l’Istituto delle Popolazioni Nordiche.

L’attiva partecipazione degli indigeni alla costruzione del socialismo ha portato al cambiamento dell’ideologia. Nella cultura dei popoli indigeni dell’Artico entrarono dei simboli nuovi: i miti tradizionali ed il pantheon dei pagani vennero sostituiti con altri miti e dèi, quelli sovietici. Il “sogno” di ogni indigeno è rappresentato nel quadro di Istomin «Lenin a Jamal»: nel quadro è possibile osservare il leader del proletariato mondiale vestito di pelliccia di renna, ai suoi piedi giace il bastone per guidare le renne, egli è appena arrivato con la slitta al campo dei Nenci ed adesso parla con gli abitanti.

Lenin

Nella propaganda sovietica un ruolo importante era dedicato ai simboli del potere, visto che rappresentavano la presenza della nuova ideologia. Prima che l’Unione Sovietica cessasse di esistere, era difficile trovare un luogo dove non ci fosse un monumento dedicato a Vladimir Lenin. Tali monumenti si trovavano anche nei piccoli villaggi degli indigeni. I pionieri della scuola di Nyda davanti al monumento di Lenin ripetevano: «Lenin non è un dio! Lenin è il leader del proletariato mondiale!». Questa frase nacque dopo un caso di sacrificio di una renna fatto dai Nenci davanti al monumento di Lenin: arrivati dalla tundra, gli allevatori di renne disposero davanti al monumento doni e pietanze e versarono il tè e la vodka nei bicchieri (il primo bicchiere fu offerto a Lenin ovviamente). In quel momento da quelle parti passava il Segretario del Partito della Regione, Antonov. Quando venne invitato anche lui ad unirsi al gruppo, il leader politico, scioccato, cercò di spiegare che Lenin non era un dio, ma i vecchietti continuarono a pensare ai propri affari senza badarci.

La sovietizzazione si è profondamente diffusa nella cultura spirituale degli indigeni siberiani e l’ideologia sovietica ha portato alla creazione di una nuova identità locale, che ha unito le norme sovietiche agli elementi della cultura tradizionale. Nonostante l’opposizione del potere al paganesimo ed il tentativo a partire dal XVII secolo di combatterlo, lo sciamanesimo ed i santuari pagani continuarono ad esistere e rimangono tuttora al centro della leadership spirituale della società locale. Tutti gli avvenimenti importanti, che siano guerre o catastrofi naturali, secondo i Nenci necessitano della partecipazione degli sciamani per essere risolti.

Nella metà degli anni Sessanta, dopo numerose ricerche, nella Siberia dell’Est sono stati trovati ricchi giacimenti di petrolio e gas. Questa scoperta ha stravolto la vita della zona artica russa che da «regione senza prospettiva» è diventata area centrale, con un ruolo chiave nello sviluppo della Russia. In pochi anni, a partire dallo sviluppo dell’energia industriale, la vita degli indigeni è notevolmente cambiata. La veloce industrializzazione ha comportato serie conseguenze come la riduzione delle biorisorse e l’inquinamento e l’occupazione delle terre con strutture e macchinari industriali. Tutto ciò ha influenzato la vita tradizionale degli indigeni, cambiando le vie utilizzate per le migrazioni, diminuendo la quantità e la qualità dei campi per le renne ed impedendo loro di occuparsi delle attività tradizionali: pascolo delle renne e pesca. Fino agli anni Novanta la relazione tra le nuove industrie della zona artica e le popolazioni indigene non venne praticamente monitorata. Solo negli ultimi venticinque anni, con l’arrivo dell’economia di mercato, è cominciato il passaggio verso la realizzazione di una partnership tra i nuovi attori dell’Artico – industrie ed abitanti locali.

Il crollo del sistema sovietico e la democratizzazione della società hanno mobilizzato l’etnicità multinazionale del paese: l’alto livello dell’attività etnica ha definito il contesto etnopolitico ed etnoculturale dello sviluppo delle regioni nordiche. Secondo le ideologie regionali del Nord della Russia, il patrimonio etnoculturale delle regioni artiche occupa il secondo posto, dopo il gas ed il petrolio, tra le risorse dello sviluppo. Si può notare la crescente considerazione delle culture tradizionali indigene se oggi si guarda ai loro simboli tradizionali, alle loro raffigurazioni ed ornamenti, usati negli stemmi e nelle bandiere delle regioni artiche russe. A differenza di altre raffigurazioni e simboli, gli stemmi e le bandiere godono di uno stato di diritto particolare. Nel mondo contemporaneo tale scelta dimostra non solo un segno visuale di identificazione, ma anche una forma di posizionamento politico.

Lo stemma e la bandiera del Circondario autonomo Jamalo-Nenec sono decorati con un nastro sul quale è possibile riconoscere l’ornamento tradizionale dei Nenci chiamato «le corna delle renne». Girato alla rovescia questa raffigurazione rappresenta il ciùm, l’abitazione tradizionale dei popoli indigeni dell’Artico russo. Le figure più importanti nello stemma della regione sono la renna bianca nordica, la stella polare e gli orsi bianchi. È simbolica l’immagine della corona: alla sua sommità si trova il fuoco, che rappresenta le ricchezze naturali (il gas ed il petrolio), però la stessa corona è ornata con dei disegni tradizionali, che portano il messaggio del rispetto della cultura indigena. Così come riporta la descrizione ufficiale, lo stemma rispecchia le particolarità della natura e del clima della regione ed il suo orientamento verso le attività tradizionali dei popoli indigeni del Circondario autonomo14.

Stemma Nenci

La cultura indigena è la base del patrimonio culturale dell’Artico ed oggi diventa anche un nuovo «brand» politico dei territori artici. Infatti nel 2005 a Salechard (capoluogo del Circondario) è stato inaugurato un monumento dedicato alla renna nordica. Il Circondario autonomo Jamalo-Nenec è il centro mondiale dell’allevamento delle renne e la renna è uno dei simboli della regione: gli allevatori sono parte dell’economia ed allo stesso tempo un fattore di conservazione dell’etnicità. L’inclusione delle culture etniche nello spazio socioculturale dei centri amministrativi crea una sensazione di partecipazione verso le culture indigene originali. Tra le tradizioni indigene divenute importanti e seguite a livello regionale vi sono la festa del «Giorno dell’allevatore delle renne» ed il «Giorno del pescatore». Entrambe le feste fanno parte del «brand» dell’Artico russo.

Il processo di politicizzazione dell’etnicità avviene sia a livello regionale che statale. Infatti, dal 27 al 30 marzo 2013 a Salechard ha avuto luogo il VII Congresso dei popoli indigeni minori della Russia. La cerimonia si è aperta con dei rituali tradizionali durante i quali i rappresentanti dei popoli hanno ringraziato la terra di Jamal e lo sciamano con il tamburo ha pronunciato le sue preghiere. Dopo la cerimonia d’apertura del Congresso, è risuonato l’inno dell’Associazione dei popoli indigeni minori della Russia chiamato «Noi siamo gli indigeni» (il cui autore è Tuzakova, rappresentante dei Selkupi). Hanno inviato i propri saluti al Congresso il capo del Circondario autonomo Jamalo-Nenec Kobilkin, il Presidente della Federazione Russa Putin, il Primo Ministro Medvedev ed altri attori politici russi e stranieri.

In occasione del VII Congresso dei popoli indigeni minori della Russia è stato inoltre nominato il nuovo Presidente dell’Associazione: il confronto parlamentare è finito con la vittoria di Ledkov (rappresentante dei Nenci). Da venticinque anni i Nenci, tra tutti i popoli indigeni dell’Artico russo, conservano e tramandano il potere politico sia al livello statale che internazionale15. L’élite politica dei Nenci ha una notevole esperienza di partecipazione ai lavori degli organismi dei poteri regionali e nelle organizzazioni internazionali. Nel Paese, Jamal ricopre anche un ruolo importante grazie alla quantità di iniziative legislative destinate a proteggere i diritti e migliorare la vita dei popoli indigeni.

La politica della Russia imperiale verso gli indigeni invitava ad agire con cautela e diligenza (se non prendiamo in considerazione la cristianizzazione forzata) ed ha avuto un impatto minimo sulla vita tradizionale degli abitanti delle zone artiche. Nonostante tutte le contraddizioni, l’evento epocale nella cultura e nella mentalità dei popoli nordici fu la sovietizzazione. È importante sottolineare che la memoria storica degli indigeni ha conservato sia gli aspetti positivi che quelli negativi del periodo.

Tra quelli positivi i più rilevanti sono la creazione di una forma scritta delle lingue locali e la nascita dell’intellighenzia nordica indigena. Tuttavia anche oggi l’espansione industriale acutizza il conflitto per il possesso delle risorse naturali. Fino ad oggi, i più grandi cambiamenti sono stati la partecipazione attiva dei popoli indigeni agli organi del potere legislativo ed esecutivo, la nascita dell’interesse verso la cultura tradizionale delle regioni e l’apprezzamento dei brand nordici ed artici. Le tendenze del XXI secolo fanno sperare in una armonizzazione della vita tradizionale dei popoli indigeni dell’Artico con lo sviluppo industriale della regione.

NOTE:

Anna Perevalova è dottoranda in Studi Politici Militari presso l'Università Federale degli Urali. Ha collaborato in veste di Assistente di Ricerca per la pubblicazione di “Osservatorio Strategico – Prospettive 2016” con il Ce.Mi.SS (Ministero della Difesa). È stata Collaboratrice Scientifica per il progetto “Mobilità dell’Artico: le tradizioni etniche e le innovazioni tecnologiche” presso l’Accademia Russa delle Scienze, dove ha curato inoltre la stesura e la traduzione in lingua russa del volume “Arctic Human Development Report”. Da maggio 2016 collabora con l’IsAG nel Programma “Artico e Antartide”.

1. Enciclopedia Artica. [ultima consultazione 07.05.2016].
2. Pivneva E. (2015) Dinamika tradizii v arctičeskom izmerenii, [La dinamica della tradizione nella dimensione Artica], Ekaterinburg, UrO RAN (in Russo).
3. A questa categoria appartengono quaranta popolazioni, circa 244.000 persone, 82,5 mila abitano nell’Artico russo. Ufficialmente ai popoli indigeni minori possono appartenere quei popoli che non superano le 50.000 persone, perciò Komi e Jakuti, che vivono nell’Artide, non ne fanno parte.
4. Militare russo cosacco ed esploratore della Siberia: la sua campagna militare segnò l’inizio dell’espansione russa in quelle regioni.
5. Perevalova E. (2008) «Belij zar» v ugorsko-samodijskoj tradicii [«Lo zar bianco» nella tradizione ugrica-samodieda] in Narodonaselenije Sibiri: strategii i pracktiki mežkulturnoj kommunikacii (XVII-XX), Novosibirsk (in Russo.
6. Popov T. (1890) Ostjackije knjazja (1864–1884) [I principi ostiacchi] in Russkaja starina № 11: 157–160, San Pietroburgo (in Russo).
7. Perevalova E. (2008) Altych Mikola-Torum (milostivyj bog Nikolaj) [Altych Mikola-Torum (gentile dio Nicola)] in Uralskij istoricheskij vestnik, № 4 (21): 119–130, Ekaterinburg (in Russo).
8. Ahlqvist A. (1992) Sredi chantov i mansi. Putevyje zapiski i etnograficheskije zametki [Tra chanty e mansi. Note di viaggio ed appunti etnografici], Tomsk (in Russo).
9. Perevalova E. (2008) «Belij zar» v ugorsko-samodijskoj tradicii [«Lo zar bianco» nella tradizione ugrica-samodieda] in Narodonaselenije Sibiri: strategii i pracktiki mežkulturnoj kommunikacii (XVII-XX), Novosibirsk (in Russo).
10. Ibid.
11. Baulo A. (2002) Kultovaja atributika berezovskich chantov[Gli attributi di culto degli chanty di Berezovo], Novosibirsk (in Russo).
12. Evladov V. P. (1992) Po tundram Yamala k Belomu ostrovu. Ekspedicija na Krajnij Sever poluostrova Yamal v 1928-1920, [Per le tundre di Yamal verso l’isola Belij. La spedizione all’Estremo Nord della penisola Yamal nel 1928-1920, Tumen (in Russo).
13. Abbreviazione di kollektivnoe chozjajstvo: “proprietà agricola collettiva”.
14. La legge «Sullo stemma del Circondario autonomo Jamalo-Nenec» (№41 -ЗАО del 13.10.2003) [ultima consultazione 07.05.2016].
15. VII Congresso dei popoli indigeni minori della Russia [ultima consultazione 07.05.2016].


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