La minaccia terroristica in Tunisia: tra salafismo e progressismo politico La minaccia terroristica in Tunisia: tra salafismo e progressismo politico
Il periodo del Ramadan è un momento cruciale per la sicurezza dei paesi arabi. I movimenti estremisti considerano il mese sacro particolarmente adatto a... La minaccia terroristica in Tunisia: tra salafismo e progressismo politico

Il periodo del Ramadan è un momento cruciale per la sicurezza dei paesi arabi. I movimenti estremisti considerano il mese sacro particolarmente adatto a dare maggiore legittimità ai propri attentati.

Gli attacchi avvenuti in Turchia il 6 di giugno e in un campo profughi vicino ad Amman, in Giordania, un giorno prima, hanno fatto suonare il campanello di allarme in Tunisia. Risale proprio al periodo del Ramadan l’attacco all’Imperial Marhaba Hotel di Susa. La Tunisia, per ovviare ai problemi di sicurezza, ha – da una parte – siglato un memorandum d’intesa con l’India il 3 giugno, dove entrambe le parti s’impegnano a combattere la minaccia terroristica, a testimoniare che il pericolo non riguarda solo la regione del Medio Oriente e del Nord Africa ma anche l’Asia meridionale. Dall’altra parte, invece, ha aumentato le forze di sicurezza sul campo.

I diversi attentati che si sono susseguiti in Tunisia, dal 2011 a questa parte, sottolineano un’eterogeneità di attori coinvolti e di tattiche utilizzate che meritano una lettura approfondita.

Caduta di Ben Ali: gli albori della transizione democratica

Gli attentati che hanno luogo nella prima fase della ricostruzione tunisina sono frutto di un vuoto di potere istituzionale. Essi, infatti, assumono i connotati di una lotta anti-sistema e anti-politica. È uno scontro asimmetrico tra il potere centrale e i dissidenti armati.

I primi scontri avvengono a Rouhia, città del governatorato di Silana, nel centro-nord della Tunisia, il 18 maggio 2011. Non viene riconosciuto un movente specifico per gli attacchi, ma l’arresto dei due responsabili rivela che entrambi erano Libici, ed erano entrati in Tunisia con passaporti falsi. Con loro avevano munizioni e kalashnikov e una carta di siti turistici tunisini. Tutti elementi che facevano pensare alla pianificazione di un attentato su più larga scala. È stata proprio la nazionalità libica dei due attentatori a far pensare che gli attacchi fossero etero diretti. Questa pista viene confermata negli anni immediatamente successivi agli scontri di Rouhia.

Omicidi politici e Salafismo

Nel 2012, dagli scontri a Bir Ali Ben Khalifa si scopre che alcuni dei responsabili sono affiliati ad Al-Qaeda nel Maghreb. A Fernana, le forze di polizia indagano su dei movimenti sospetti nella regione Nord-Ovest del paese, al confine con l’Algeria. Durante un’operazione di polizia rivolta a individuare un presunto terrorista a Douar Hicher, una cittadina non troppo lontana da Tunisi, vengono uccise diverse vittime innocenti. In risposta a ciò si crea un gruppo d’ispirazione salafita il “Battaglione Om Youma”, il cui obiettivo è vendicarsi dell’azione di polizia subita.

La Tunisia è sempre stato forse l’unico paese del Nord Africa a essere immune alle tendenze islamiche. Durante la fase di ricostruzione democratica che ha visto l’entrata in scena del partito d’ispirazione religiosa Ennahda, il dibattito fondamentale verteva intorno allo scontro tra le forze moderniste, Niddaa Tunis, e il partito islamista. Ennahda, che ha guidato la coalizione di governo fino al 2014, aveva goduto in passato del consenso della popolazione soprattutto di quella più emarginata. Il fatto che il partito si sia avvicinato all’assetto istituzionale ha provocato un allontanamento dell’elettorato, soprattutto quello più giovane, che faticava a riconoscersi sia in Ennahda, sia nell’élite istituzionale. La terza via a un tale impasse ideologico per loro era rappresentata dal salafismo.

Tra il 2012 e il 2013, le reazioni da parte delle correnti salafite diventano più estreme: nel settembre 2012 viene attaccata l’Ambasciata USA in Tunisia. Nel 2013, il terrorismo s’intensifica con l’uccisione dell’esponente della sinistra, Chokri Belaid. È il primo assassinio politico dopo la Rivoluzione. Nello stesso anno vengono scoperti arsenali di armi sia a Mnhila che a Medenine. A questo segue un altro assassinio politico, per mano del gruppo terrorista salafita “Ansar al-Sharia”: il commissario di polizia Mohamed Sboui viene ritrovato senza vita a Jbel Jelloud, nel governatorato di Kasserine.

Dal 2011 ad oggi la Tunisia è stata scossa da numerosi attentati terroristici che hanno messo a dura prova la sperimentazione democratica del paese.

Nel luglio del 2013, dopo solo due mesi dall’assassinio del commissario della polizia, viene ucciso un altro membro dell’opposizione Mohammed Brahmi. Da allora continuano gli scontri tra forze dell’ordine e gruppi armati. Tra questi, la più sanguinosa è l’imboscata  fatta alla Guardia Nazionale sul monte Chaambi, di cui, di nuovo, molti responsabili risultano essere di origine algerina.

L’imboscata del monte Chaambi è l’inizio di una nuova strategia. Le cellule terroristiche, che fino a quel momento sembravano de-strutturate e atomizzate, si rivelano essere organizzate in gruppi. È interessante osservare come proprio in quest’anno Ennahda dichiari Ansar al-Sharia un movimento terroristico, vietando all’organizzazione la libertà di associazione. Una politica di questo tipo non indebolisce un nascente apparato terroristico ma anzi lo fortifica. La risposta di Ennahda nei confronti del movimento salafita è stata una decisione dettata anche, se non soprattutto, dalle critiche che venivano dall’opposizione secondo le quali Ennahda si presentava troppo debole e accondiscendente nei confronti delle tendenze salafite.

Gli attentati suicidi: i lupi solitari

Alla fine di ottobre 2013 inizia la fase degli attentati suicidi. Un giovane uomo di 22 anni, si fa esplodere in un attacco kamikaze sulla spiaggia di Susa, davanti all’Hotel Riadh Palms, senza provocare alcuna vittima. In seguito a continui confronti con presunti gruppi terroristici, nel 2014 le forze di polizia vengono accusate di non essere in grado di contenere la minaccia terroristica. In quest’ottica hanno luogo le operazioni di smantellamento di cellule terroristiche a Roued, a Ennasin e sul monte Chaambi, dove pare si nascondano membri di Al-Qaeda. Anche l’attacco all’abitazione del Ministro dell’Interno nel maggio 2014 viene rivendicato da Al-Qaeda nel Maghreb.

Al-Qaeda ha sempre optato per la strategia di sfruttare i momenti di transizione e di vuoti di potere per stabilire la propria presenza. Per questo, motivo, in una Tunisia dilaniata da insoddisfazione sociale per via di mancanza di politiche strutturali adeguate soprattutto nei confronti dei giovani, riesce anche ora a insinuarsi tra le trame della storia tunisina.

Il Museo del Bardo: radicalizzazione del jihadismo?

Gli attentati dal 2015 in poi, sia al Bardo sia a Susa, mostrano negli obiettivi una vocazione più internazionale: quello di danneggiare l’economia tunisina e la sua immagine agli occhi della vicina Europa. Il paese simbolo del progresso democratico sembra allontanarsi dal mondo arabo per avvicinarsi al modello occidentale, e questo crea dei malcontenti nella parte più conservatrice del paese. Gli attacchi non sono più nel Nord-Ovest, non vengono fatte più imboscate e non vengono più toccati esponenti politici. I target si trovano in punti nevralgici non solo per la politica interna ma anche per la politica estera. Se fino a ora gli attacchi di cui abbiamo parlato sembravano evidenziare uno scontro tra una parte della popolazione e l’apparato statale, è l’attentato del 26 giugno 2015 a testimoniare un altro cambiamento nella strategia di attacco.

L’attentato all’Imperial Marhaba Hotel a Sousse s’inserisce nella serie di attentati che si rifanno allo Stato Islamico. Il responsabile della strage, giovane studente a Kairoun, non era propriamente un foreign fighter. Non ci sono fonti da cui possiamo dedurre che sia mai andato a combattere in Iraq e in Siria. Tuttavia, è proprio l’ISIS a rivendicare l’attentato. La Tunisia ha un problema di radicalizzazione. Vi sono tutti gli elementi che rendono il paese un terreno fertile per questo fenomeno. In primis, una popolazione giovane con poche possibilità sia lavorative, sia in termini di accesso all’educazione. Questo svantaggio è ancora più grave in determinate zone, la parte centro-settentrionale e quella del confine con la Libia. Il secondo elemento è un fattore identitario. Come già è stato detto precedentemente, la Tunisia ha fallito nella convivenza tra identità musulmana e progressismo democratico, una fase di transizione in cui i giovani non sanno riconoscersi. Come rilevato dal North African Risk Consulting «la Tunisia non ha un problema con il jihadismo di per sé ma con la sicurezza. Ci sono molti punti sensibili ma forze di polizia che fino a ora sono state poco addestrate». Vi sono, infatti, dei punti del paese dove la sicurezza ha perso il controllo di determinate zone. Ed è questo il caso del confine Sud-orientale.

Il fardello libico e l’influenza dell’ISIS

Nel marzo 2016, Ben Guerdane, nel Sud-Est del paese, diventa teatro di scontri tra le forze dell’ordine e militanti jihadisti: alcuni di questi avevano attaccato delle basi di sicurezza che si trovavano intorno alla cittadina. In maggio viene fatto un raid da parte delle forze di sicurezza a Minihla, nel governatorato di Ariana, dove qualche anno prima era già stato identificato un arsenale. Il giorno dopo una stessa operazione viene fatta a Tataouine, in relazione sempre alle operazioni di Mnihla. In quest’occasione due terroristi, coinvolti anche negli scontri a Ben Guerdane, vengono abbattuti e vengono confiscate armi e munizioni. Le due operazioni, sebbene avvenute in due parti opposte del paese, sono in qualche modo legate. Entrambe sono state di tipo preventivo, basate su elementi identificativi di cellule dormienti. Anche l’obiettivo era lo stesso: individuare i legami di soggetti che unirebbero cellule terroristiche da due parti diverse del paese. Ed è proprio quello l’elemento preoccupante: la creazione di un asse di cellule terroristiche coordinate, che mirano contro la capitale e centro istituzionale. Un cambio di strategia rispetto a una struttura terroristica più dispersiva e “individualistica”.

La geopolitica degli attentati

Ripercorrendo la storia moderna del terrorismo tunisino, ci si rende conto di uno spostamento di asse anche geografico degli attentati, sintomatico dell’evoluzione degli obiettivi. Nel Nord-Ovest del paese, approfittando della conformazione collinare, gli attentati ambivano a proteggere arsenali o potenziali terroristi. A parte qualche cellula sporadica, non c’era una vera organizzazione. Da non sottovalutare in ogni modo le forti influenze algerine e di Al-Qaeda. Gli omicidi politici sono un colpo al cuore della città, in un momento in cui ci sono forti scontri tra la coalizione di governo guidata da Ennahda e l’opposizione, Niddaa Tunis. Questa tipologia di attentati sortisce l’effetto di creare malcontenti e sospetti tra i partiti, indebolendo ancor di più la transizione democratica.

L’attenzione verso mete turistiche come il Bardo o la spiaggia di Susa sono, invece tipiche dello Stato Islamico. È la strategia dei lupi solitari che colpiscono target precisi, meglio dotati di un’eco internazionale.

La più recente tendenza degli scontri concentrati nella parte meridionale rivela due cose. In primis, i confini porosi che dividono il confine libico con quel tunisino rendono la zona di Ben Guerdane un passaggio per i foreign fighters. Un secondo punto, legato al quell’immediatamente precedente, è che quella zona diventa un fertile terreno per lo scambio di armi e munizioni. Attività questa molto remunerativa per i giovani della zona.

Conclusioni

Il traffico di armi, così come l’arruolamento in cellule salafite, è esternazione di problemi strutturali della Tunisia. Lo sviluppo del paese è a due se non tre velocità, dove le zone più svantaggiate coincidono con i teatri degli attentati. La popolazione tunisina percepisce come una minaccia tanto il terrorismo quanto la mancanza di accesso a opportunità lavorative e scolastiche, da cui nasce un sentimento di esclusione e una tendenza antisociale e anti-istituzionale. La deriva di questo comportamento è il numero elevato di foreign fighters che la Tunisia registra.

A questo si accompagna un sistema di polizia che fino a ora è stato assente in alcune zone. I problemi dello Stato tunisino sono frutto di politiche economiche accentratrici e non strutturali, che creando dei vuoti istituzionali lasciano spazio al propagarsi di ideologie estremiste. A questo si accompagna un cammino istituzionale tumultuoso, che deve lavorare sulla convivenza tra identità musulmana e politica progressista. Il tentativo di Ennahda di presentarsi come una forza “musulmano-democratica” segna un’inversione di tendenza e una volontà di conciliare i suoi obiettivi con quelli di Niddaa Tunis, ora alla guida del paese, in modo da garantire stabilità e progresso sul lungo termine.

NOTE:

Monica Esposito è collaboratrice del programma "Nordafrica e Vicino Oriente" dell'IsAG.


No comments so far.

Be first to leave comment below.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Solve : *
8 + 3 =