Brexit: e ora? La parola agli esperti Brexit: e ora? La parola agli esperti
Il 23 giugno gli elettori britannici hanno votato a maggioranza per abbandonare l’Unione Europea. Perché hanno preso questa scelta e quali saranno le conseguenze,... Brexit: e ora? La parola agli esperti

Il 23 giugno gli elettori britannici hanno votato a maggioranza per abbandonare l’Unione Europea. Perché hanno preso questa scelta e quali saranno le conseguenze, politiche ed economiche, della Brexit sulla Gran Bretagna e sull’UE? Abbiamo chiesto ad alcuni esperti di darci la loro opinione.

 
PAOLO CASARDI
Diplomatico, è Ambasciatore in pensione

paolo-casardi«Il Brexit ha vinto perché in Inghilterra e in Galles, alla tradizionale diffidenza nei confronti del Continente, si è aggiunta una propaganda nazionalista, rivelatasi efficace soprattutto nei confronti dei ceti più deboli e meno istruiti, volta ad attribuire all’UE, e in particolare all’ asse franco-tedesco, le responsabilità per una difficile situazione economica fuori dai grandi centri e per una politica considerata scriteriata nei confronti degli immigrati.

«L’uscita della Gran Bretagna dalla dimensione economica dell’Unione avverrà attraverso una serie di procedure tecniche, in parte già previste, della durata probabile di circa due anni. L’uscita dalla dimensione politica di sicurezza e di difesa potrà essere più breve. Si suppone che possa continuare, anche se vanno precisate le nuove condizioni, la partecipazione ai programmi comuni d’armamento. È da sottolineare come resti aperto il discorso sulla partecipazione della Gran Bretagna ad alcuni aspetti della dimensione comunitaria, che potrebbero essere negoziati nel prossimo futuro.

«La politica estera britannica subirà dei piccoli cambiamenti di tipo “funzionale “ per adeguare i compiti dell’Esecutivo alla nuova situazione. Sul piano della sicurezza ci potrebbero essere le novità più significative con un eventuale indurimento delle procedure di immigrazione dopo la costituzione di un nuovo governo in autunno. A seconda dell’andamento delle elezioni americane, tale nuovo atteggiamento potrebbe essere più o meno pronunciato. Sul piano della Difesa, dati gli scarsi progressi dell’identità di Difesa europea, non ci dovrebbero essere traumi, però la Gran Bretagna dovrà uscire da quelle poche strutture permanenti già esistenti, come la pianificazione, salvo rientrarvi sulla base di accordi specifici».

 
JOHN LAUGHLAND
Filosofo britannico, dirige l’Institut de la Démocratie et de la Coopération di Parigi

john-laughland«Il voto in favore dell’uscita del Regno Unito dall’UE è un avvenimento di una portata storica enorme, di quelli che capitano forse una volta per generazione, comparabile per importanza alla caduta del Muro di Berlino nella notte del 9 novembre 1989. Alla fine, l’Unione Europea crollerà proprio come il Patto di Varsavia a cui in fondo tanto somiglia.

«Per capire Brexit bisogna considerare quanto l’immigrazione incontrollata ha cambiato il volto della società britannica. Da tempo ormai Londra non è più una città inglese visto che, secondo l’ultimo censimento, i Britannici bianchi sono in minoranza. Con la sua economia dinamica e il suo mercato flessibile, la Gran Bretagna aveva attratto immigrati dal mondo intero. Ma l’arrivo di milioni di stranieri, soprattutto a partire dal 2004 con l’allargamento ai Paesi dell’Est Europa, non è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso, bensì una vera e propria marea che rischiava di annegare il popolo britannico stesso. Il principio di libera circolazione di persone, servizi, merci e capitali, è alla base del progetto dell’Unione Europea: e i cittadini britannici hanno appena dimostrato, con il loro rifiuto dell’immigrazione incontrollata, che questo progetto è inaccettabile nella sua essenza e nei suoi stessi principi. E tuttavia, proprio come i bolscevichi della prima ora, i burocrati che portano avanti il progetto dell’Unione Europea sono accanitamente convinti di essere alla testa di un processo storico irreversibile e di un percorso di costruzione d’una civiltà ineguagliabile.

«Il crollo dell’Unione Europea è un fatto secondo me inevitabile, perché il Brexit dimostra che le nazioni fiere rifiutano di eclissarsi: a mio parere, il voto va interpretato proprio come un sussulto d’orgoglio dinanzi a una minaccia alla sopravvivenza. Quale sarà la prossima nazione a organizzare un referendum per uscire dall’UE? Forse i Francesi, che nel 2005 avevano votato contro la Costituzione europea ma la cui volontà è stata poi tradita dalla ratifica di una versione appena rimaneggiata del medesimo testo? Oppure gli Olandesi, ormai disillusi dal loro stesso modello di tolleranza multiculturale aperto agli immigrati intolleranti e che d’altronde hanno già votato, ad esempio, contro l’accordo UE con l’Ucraina? Magari gli Austriaci, che per un soffio non hanno eletto un membro del Partito della Libertà alla guida del Paese? Oppure ancora gli Ungheresi, che l’anno scorso hanno disobbedito al diktat dell’Unione Europea erigendo un muro per difendere i propri confini? La caduta del Muro di Berlino scatenò una reazione a catena che in poche settimane fece cadere tutti i leader del Patto di Varsavia. La disgregazione dell’Unione Europea sarà un processo certo più lungo, e speriamo che avvenga in modalità più civili, ma è arrivato il momento di esigere che i rappresentanti politici traggano veramente una lezione da questo risultato storico».

 
GUGLIELMO PICCHI
Deputato, è Segretario della Commissione Esteri e iscritto al Partito Conservatore del Regno Unito

guglielmo-picchi«Il risultato del voto britannico, in primo luogo, toglie un velo all’ipocrisia europea: la verità è che l’Unione Europea non ha mai voluto capire i popoli dei Paesi che la compongono e, soprattutto dopo la crisi del 2008, ha seguitato in un sostanziale immobilismo. Da un lato, si può dire quindi che Brexit rappresenta una consultazione che va ben al di là del Regno Unito perché esprime un sentimento di disaffezione di cui non erano mancate le avvisaglie in tutto il continente: il caso della Grecia, con Tsipras messo alla berlina solo per aver pensato ad un referendum; l’emergenza immigrazione sempre più drammatica; l’avanzata di Le Pen in Francia e di Hofer in Austria che hanno sfiorato la vittoria. Anche l’Italia non è esente da questo diffuso sentimento anti-establishment: in alcune zone di Roma, alle ultime elezioni amministrative Virginia Raggi ha ottenuto oltre l’80% dei voti. Questo accade perché continua a perpetuarsi un malessere enorme delle periferie e di gran parte della popolazione, a cui non interessa granché se c’è un aumento di qualche punto percentuale del PIL che non ha alcuna influenza sulla vita reale.

«Dall’altro lato, analizzando nello specifico l’esito del Brexit, occorre sottolineare che si tratta di un voto “di testa”, e non di pancia. Se si guarda la geografia dei risultati elettorali, quasi tutte le aree rurali e meno abbienti dell’isola hanno votato per il leave. Il cittadino britannico medio – e in particolar modo inglese – sente estremamente distanti le istituzioni comunitarie che però considera responsabili di un peggioramento dei servizi e di politiche che hanno condotto a una sostanziale deindustrializzazione del Paese. E quando sento un politico come Gianni Pittella, Presidente del Gruppo Socialisti e Democratici all’Europarlamento, affermare “prendiamo atto del risultato, ciò che serve ora è un’Europa più coesa”, ho l’impressione che non si capisca veramente nulla del momento storico che stiamo vivendo. Le istituzioni britanniche, al contrario, dimostrano invece tutta la solidità della propria tradizione democratica: non bisogna dimenticare infatti che il referendum è soltanto consultivo, cioè non vincola giuridicamente, ma solo politicamente, il Paese a lasciare l’UE. Ma se per assurdo il Parlamento decidesse di non rispettare la volontà popolare, la Regina d’Inghilterra, garante della sovranità della nazione, interverrebbe per scioglierlo.

«Politicamente, Brexit è una vittoria di Boris Johnson, che non è un “antieuropeo” perché considera la civiltà europea il vertice dello sviluppo umano. È però un critico acceso del centralismo burocratico dell’Unione, un uomo molto popolare in patria perché simbolo di quella mobilità sociale inglese che gli ha consentito di usufruire di borse di studio per formarsi a Eton e Oxford, una mobilità che oggi i suoi connazionali non conoscono più. Infine, molti dei timori sull’economia britannica post-Brexit sono a mio parere esagerati. Il Regno Unito risparmierà 26 miliardi di euro all’anno che versava nelle casse comunitarie, e che potranno ora essere spesi in altro modo, per esempio per finanziare servizi o politiche industriali. Nel breve periodo, una sterlina debole potrebbe persino favorire le esportazioni; nel lungo periodo, il Regno Unito potrà fare come già la Norvegia e la Svizzera, che sono fuori dall’UE ma hanno accordi di libero commercio con tutti i Paesi ed economie in buona salute. E la lezione per gli altri Paesi europei è semplice: qualunque siano i governi in carica, Italia compresa, sarà indispensabile lavorare per riscrivere i trattati e formulare nuove regole, perché le burocrazie non possono decidere contro i popoli».

 
UMBERTO TRIULZI
Economista, è Professore Ordinario all’Università Sapienza di Roma

Umberto_Triulzi«Le conseguenze politico-finanziarie è probabile che ricadranno quasi interamente sui cittadini britannici che hanno votato per il “leave”; quelli che vivono per intenderci lontano dalle grandi città, dai luoghi di ricerca e di studio, dal commercio e dalla finanza. La classe dirigente, i giovani, la City sapranno trovare le soluzioni, sia interne alla Gran Bretagna sia esterne, per non pagare costi troppo alti. Ma la classe sociale meno acculturata, che vive nelle campagne, più vulnerabile socialmente e più svantaggiata economicamente e che oggi ha votato per chiedere più indipendenza dall’UE e per ridurre i flussi migratori non ha le risorse né le competenze per dare una soluzione ai tanti problemi che l’uscita della Gran Bretagna comunque determinerà nella vita quotidiana dei sudditi di questa grande nazione, a cui tutti noi siamo legati.

«La disgrazia della Gran Bretagna è anche la disgrazia dell’UE. Si parla già di effetto domino, di populismo ancora più dilagante e vociante nelle piazze di tanti paesi dell’Unione, di voglia di rifarsi di questi lunghi anni di politiche di rigore che non hanno salvato nessuno e prodotto fratture, all’interno soprattutto dei Paesi dell’Euro, che non si rimargineranno tanto facilmente né in tempi brevi. È probabile che molti cittadini dei 27 Paesi dell’UE saranno chiamati, prima o poi, a dare la loro opinione se restare o uscire. Spetta a noi, a chi ha lavorato e studiato l’Europa, a chi ha potuto, come il sottoscritto, vivere in pace per 60 anni ma anche a chi, e penso ai giovani che hanno votato no, può viaggiare a prezzi stracciati in tutta Europa grazie ai voli low cost garantiti dal mercato unico e sperare di fare esperienze di lavoro e di vita in un paese dell’UE grazie al libero movimento dei capitali, delle persone e delle imprese – spetta a tutti noi impegnarci ancora di più e meglio per fare conoscere l’Europa, per fare comprendere che l’Europa può e deve essere cambiata se vuole essere accettata e condivisa, e che il cambiamento deve iniziare questa volta dall’alto, dalle istituzioni europee restate cieche e distanti dai problemi dei suoi cittadini. A grande voce dobbiamo chiedere un cambiamento, non solo all’interno dei Paesi membri, ma a partire da chi ci ha guidato in questi ultimi sei anni. Non è solo la Gran Bretagna che ha deciso di uscire dall’UE: è ora che anche i cittadini di questa grande casa, che è e resta l’Europa, chiedano a grande voce che escano gli attuali amministratori incapaci di capire e interpretare i cambiamenti che questa crisi ha prodotto al suo interno e nei Paesi della sua periferia».



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