Nagorno Karabakh, poche prospettive per la pace Nagorno Karabakh, poche prospettive per la pace
Gli eventi bellici dell’aprile scorso nel Nagorno Karabakh, territorio a maggioranza armena amministrato nel periodo sovietico dall’Azerbaigian e resosi indipendente dopo una sanguinosa guerra... Nagorno Karabakh, poche prospettive per la pace

Gli eventi bellici dell’aprile scorso nel Nagorno Karabakh, territorio a maggioranza armena amministrato nel periodo sovietico dall’Azerbaigian e resosi indipendente dopo una sanguinosa guerra di indipendenza tra il 1988 ed il 1994, pongono un serio interrogativo sulle reali intenzioni delle parti coinvolte nel conflitto e sulle prospettive di una sua risoluzione che paiono oggi sempre meno chiare. Sono passati infatti ben ventotto anni dall’inizio della guerra che ha contrapposto Armeni ed Azeri per il controllo della ex «regione autonoma del Nagorno Karabakh», come effettivamente era denominata durante il periodo sovietico. Un tempo senza fine per un conflitto mai pienamente risolto ed i cui esiti non sono mai stati pienamente accettati dalle parti, creando le condizioni per una “pace temporanea” e precaria, a tutt’oggi osservabili.

Da quando il cessate-il-fuoco siglato a Biškek nel maggio 1994 iniziò di fatto il processo di congelamento del conflitto, si sono avute numerose periodiche violazioni degli accordi, portando ad una carneficina di giovani soldati inviati nelle trincee lungo la linea di contatto a pattugliare il confine sancito dagli accordi di pace più fragili di tutto il Caucaso. Praticamente ogni mese, dal 1994 ad oggi, vi sono stati morti e feriti da entrambi i lati delle barricate, colpiti soprattutto dal tiro dei cecchini e sporadicamente da armi di grosso calibro il cui impiego contrasta con gli accordi di cui sopra. In alcuni episodi più gravi invece, come quello dello scorso aprile, si è arrivati quasi alla ripresa del conflitto su larga scala, a dimostrazione che lo “status quo” non potrà reggere all’infinito, soprattutto di fronte al progressivo riarmo delle parti.

La ripresa del conflitto

Gli eventi scatenanti che hanno riacceso il 2 aprile scorso il conflitto nel Karabakh orientale sono tutt’ora oggetto di studio e fonte di accuse reciproche tra le parti, un aspetto che rende più che mai difficile ricostruire le dinamiche al di là della documentazione militare. Secondo le fonti azere sarebbero stati i blindati armeni ad attraversare il confine definito dalla linea di contatto, creando i presupposti per una risposta di Baku con impiego di mortai, veicoli blindati e forze aeree. Secondo invece le fonti armene, diversi mezzi militari azeri avrebbero superato nella notte il confine, violando gli accordi e provocando quindi la reazione armena (ufficialmente non l’esercito armeno, bensì dell’autoproclamata «Repubblica del Nagorno Karabakh – Artsakh»).

Ciò che è appurato è che, a partire dalla notte del 2 aprile, carri armati, mortai ed artiglieria leggera di entrambe le parti sono stati impegnati per pochi giorni in un violento scambio di colpi che ha causato la morte di numerosi militari ed un numero imprecisato tra i civili che abitano le zone lungo la linea del fronte. Particolarmente eclatante, nella prima fase di ripresa del conflitto, l’abbattimento di un elicottero militare azero MI-24 con dodici militari a bordo, di cui nessuno sarebbe sopravvissuto.

Le prime manovre militari sarebbero avvenute, secondo il portavoce del Presidente del Karabakh Davit Babayan, in direzione dei villaggi di Talish e Seysulan1. Le autorità di Stepanakert, incolpando come prevedibile i militari azeri, hanno inizialmente dichiarato di avere respinto l’attacco su un fronte piuttosto esteso, identificato da entrambe le parti come il settore Nord-Est del Karabakh compreso nella provincia di Martakert, a pochi chilometri dalla linea del fronte. Si tratta di un’area abitata perlopiù da alcune centinaia di civili, ma di grande importanza strategica per entrare nel Karabakh da Est. Con il proseguimento del conflitto nei tre giorni seguenti, ad essere interessate sono state anche le porzioni meridionali del territorio “cuscinetto” di Dzhabrail, vicino al confine con l’Iran, dove alcuni centri abitati minori sono stati conquistati dai soldati azeri ed in parte ripresi da quelli armeni in un periodo di combattimento relativamente breve.

Da questo momento è stato un susseguirsi di dichiarazioni incrociate più o meno attendibili tra le parti, riguardanti il numero delle perdite civili e militari, uomini e mezzi di ogni genere, in un gioco di cifre quasi impossibile da verificare. Nelle fasi più caotiche della ripresa del conflitto si è parlato anche insistentemente di legami con il terrorismo internazionale, se è vero che, secondo la Tv russa Lifenews, alcune decine di combattenti daesh di nazionalità azera ed attivi in Siria siano tornati in patria attraverso la Turchia per unirsi ai combattimenti. Analogamente, le forze armate armene del Karabakh avrebbero beneficiato dell’appoggio di molti cittadini armeni, arruolatisi nelle fasi finali del conflitto tramite varie organizzazioni di veterani per contrastare l’ingresso delle forze azere nel territorio indipendentista.

Complessivamente, gli scontri sono continuati apertamente fino alla mattina del 5 aprile, giorno in cui, ancora una volta grazie all’intermediazione russa, è stato raggiunto un nuovo cessate-il-fuoco entrato in vigore su tutta la linea di contatto. Come sempre, a tale dichiarazione sono seguiti vari scambi di accuse sul mancato rispetto dell’accordo. In una escalation di dichiarazioni più che mai accese, le autorità azere si sono dette pronte a riprendere le operazioni militari spingendosi fino a colpire Stepanakert qualora dal Karabakh si fosse continuato a sparare contro i villaggi azeri vicino al confine; a loro volta, secondo l’agenzia Novosti-Armenija le autorità del Karabakh hanno minacciato di utilizzare i temuti missili “Iskander” e “Tochka-U” per colpire i sistemi di trasporto del gas azero, risorsa di vitale importanza per il Paese2.

Di fronte agli ampli scenari aperti dalla ripresa del conflitto in Karabakh, diventa quasi secondario cercare di fare chiarezza sulle responsabilità delle parti e su chi per primo abbia dato via alle operazioni militari su larga scala. In ogni caso, alla fine delle operazioni militari sancita dal cessate-il-fuoco del 5 aprile, le perdite della Repubblica del Nagorno Karabakh ammontavano a ventinove militari uccisi e centouno feriti, oltre alla morte di sei combattenti volontari e cinque civili. Il Ministero della Difesa azero avrebbe invece dichiarato la morte di trentuno militari, oltre alla perdita di un elicottero ed un carro armato. Già il 4 aprile l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari censiva trentatré decessi ed oltre duecento feriti.

Dopo il cessate-il-fuoco?

Che il silenzio imposto all’artiglieria nella zona di conflitto rappresenti un risultato più “diplomatico” che concreto, è testimoniato dalle innumerevoli segnalazioni di violazioni avanzate da entrambe le parti in conflitto. Poche ore dopo l’annuncio della fine delle ostilità sono cominciate le segnalazioni di rito sulle violazioni degli accordi,  con il conteggio dei colpi sparati, la determinazione del calibro delle armi, la definizione dell’area in cui sono stati sparati i colpi, ecc. Così come da copione fino al 24 aprile scorso, quando da parte azera è stata dichiarata perfino l’incursione notturna di un carro armato armeno nella zona di Martakert controllata da Baku, una sorta di imboscata che si sarebbe conclusa con la perdita del mezzo e l’uccisione del relativo equipaggio. La notizia, come spesso accade, non è stata confermata da fonti armene.

Ora, ad oltre due mesi dalla nuova esplosione del conflitto, le diplomazie di Armenia ed Azerbaigian sono di nuovo l’una di fronte all’altra, con pochi risultati, decine di vittime da entrambe le parti e alcune centinaia di ettari di territorio conquistato da Baku. Da tempo l’Azerbaigian si attende progressi decisi e concreti sul tema del conflitto nel Karabakh, forte di un generale appoggio internazionale che ribadisce sostanzialmente la difesa della «integrità territoriale» del Paese. Da anni a Baku si ripete che l’Azerbaigian è pronto a difendere i suoi diritti ed il suo territorio, sbloccando la situazione di stallo anche militarmente, se necessario, grazie ad ingenti spese militari e diplomatiche che a Erevan guardano ovviamente con timore.

Per contro l’Armenia, che nel complesso ha la possibilità di investire in armamenti capitali decisamente minori, sembra meno interessata modificare lo status quo rispetto all’Azerbaigian; Erevan non ha sostanzialmente interesse a spingere le autorità del Karabakh ad accelerare eventuali progressi diplomatici anche nel contesto del Gruppo di Minsk, in quanto lo stallo non danneggia più di tanto l’autoproclamata Repubblica, che anzi ad oggi si estende effettivamente su un territorio perfino più vasto rispetto a quello dell’omonima regione autonoma di epoca sovietica. Un territorio comunque strategicamente importante che, per quanto poco densamente abitato e privo di risorse, costituisce una sorta di “cuscinetto” che evita un eccessivo avvicinamento delle truppe di Baku entro un’area che lungo il confine Sud-Est dell’Artsakh è decisamente meno impervia di quella a Nord.

Osservando gli eventi a posteriori, l’Armenia sembrerebbe perfino essere stata colta di sorpresa dagli eventi, considerando che al momento dell’attacco il Presidente armeno Sargsyan si trovava in viaggio verso gli Stati Uniti per partecipare ad un vertice sulla sicurezza nucleare, secondo quanto dichiarato dal suo addetto stampa Vladimir Akopyan.

Il ruolo della diplomazia russa

Come detto, il cessate-il-fuoco ottenuto da Mosca costituisce una importate vittoria politica della Russia sul piano internazionale. Innegabile infatti il ruolo russo nel raggiungimento della pace, per quanto precaria, a partire dai colloqui di Putin con il Presidente kazako Nazarbaev e dal ruolo di mediatore svolto dai diplomatici russi fino alla firma del cessate-il-fuoco del 5 aprile ed oltre. Ruolo che è stato poi consolidato dal lavoro di Dmitrij Medvedev, che nei giorni immediatamente successivi alla firma dell’accordo è volato a Erevan il 7 aprile da Sargsyan e quindi a Baku per incontrare Aliev e ribadire che, per il bene delle parti e della stessa Russia, non esiste alternativa militare alla risoluzione pacifica del conflitto del Karabakh3. Negli stessi giorni il Ministro degli Esteri Lavrov incontrava i rispettivi rappresentanti di Iran ed Azerbaigian.

La diplomazia russa continua oggi attivamente ad esaminare la situazione nella regione ed a valutare le mosse più idonee per contrastare il ripetersi di violazioni su larga scala. Il rischio che Mosca non vuole correre è quello di sottovalutare l’allargamento del conflitto in una zona, quella del Caucaso, da sempre culla di differenti culture, tradizioni e religioni, oltreché alleanze mutevoli ed interessi divergenti in grado di conflagrare in tempi assai brevi.

Non è un caso che il Caucaso, alle porte dell’Europa, sia stato interessato negli ultimi trenta anni da una moltitudine di conflitti mai completamente risolti: Ossetia del Sud (prima negli anni Novanta, poi nel 2008), Nagorno Karabakh, Abkhazia, Distretto di Prigorodnyj–Alania, Cecenia, Dagestan, solo per citare gli esempi più eclatanti.

Purtroppo, ad oggi, a margine di un costante lavoro diplomatico della Russia e degli altri attori regionali, non si intravede una soluzione pacifica che eviti di scontentare pesantemente o Baku, o Erevan, o Stepanakert. Cosicché il vicolo cieco in cui si trovano le diplomazie di Armenia ed Azerbaigian, appare nel complesso ben poco diverso da quello osservato nel 1994.

NOTE:

Luca Bionda è ricercatore del Programma “Eurasia” dell’IsAG.

1. Press-sekretar' presidenta NKR: vse popytki azerbajdžanskoj storony provalilis', « news.am», April 2, 2016.
2. Azerbajdžan podtverdil prekraščenie boevych dejstvij v Karabache, «Rosbalt», April 5, 2016.
3. Medvedev predložil presidentu Armenii idei po uregulirovaniju karabachskogo konflikta, «Rosbalt», April 8, 2016.


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