La mafia nell’agricoltura, un business da 16 miliardi La mafia nell’agricoltura, un business da 16 miliardi
Il sistema agroalimentare in Italia Il sistema agroalimentare è tra i principali settori dell’economia nazionale italiana: muove circa 274 miliardi di euro e occupa... La mafia nell’agricoltura, un business da 16 miliardi

Il sistema agroalimentare in Italia

Il sistema agroalimentare è tra i principali settori dell’economia nazionale italiana: muove circa 274 miliardi di euro e occupa 2,5 milioni di persone. L’Italia rappresenta agli occhi del mondo intero il paese del buon cibo, il regno dell’eccellenza alimentare, come testimoniato anche dal costante primato mondiale di prodotti certificati (circa 280 prodotti iscritti nel registro UE come Dop, Igp e Stg) e dal volume dell’export dei prodotti alimentari del nostro Paese. Un comparto che garantisce la qualità anche attraverso i 125 Consorzi di tutela per i prodotti agroalimentari Dop e Igp e 101 per i vini riconosciuti dal Mipaaf 1 .

«Il successo dell’agricoltura italiana sta nella sostenibilità, nella straordinaria qualità con caratteri distintivi unici, una varietà e un’articolazione sul territorio che non hanno uguali al mondo». Parole del Presidente di Coldiretti2 Roberto Moncalvo e contenute nel 4° Rapporto “Agromafie” sui crimini agroalimentari in Italia, presentato nel febbraio 2016 da Eurispes3, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare4 .

Alla luce dei dati presentati nel suddetto rapporto, l’agricoltura italiana sembra registrare nel 2015 un lieve trend positivo. «Il comparto agricolo rappresenta la principale risorsa trainante del Paese: il timido aumento del Pil dello 0,3% è infatti sostenuto in larga misura dalla settore primario, il cui valore aggiunto aumenta del 6% su base trimestrale, a dispetto dei settori secondari e terziari, privi di una significativa vitalità». Tali dati si riferiscono al primo trimestre del 2015 comparati con i dati del quarto trimestre del 2014. L’annata agraria 2014 si è rivelata particolarmente sfortunata. Il rapporto sulle agromafie descrive questa annata come «il requiem della produzione Made in Italy». Buona parte dei raccolti nazionali, infatti, ha registrato un calo che ha sfiorato in alcuni casi punte del 50%, prodotto da una serie di cause quali condizioni meteorologiche avverse e presenza di parassiti e batteri.

Il caso più eclatante, descritto dettagliatamente nel rapporto “Agromafie”, riguarda gli ulivi pugliesi piegati dal batterio della Xylella fastidiosa. Caso che si inserisce in uno scenario critico ben più ampio, che vede protagonisti anche il comparto delle coltivazioni legnose (-8.9%) e la produzione di altri avamposti dell’eccellenza italiana, quali agrumi (-25%), miele (ridottasi del 50%) e castagne (due terzi in meno rispetto a soli dieci anni fa). Le ragioni del trend positivo del 2015 sono inoltre da ricercare «nell’accelerazione dell’export agroalimentare che segna il 6,2% e nella crescita, dopo sette anni di impasse, dei consumi delle famiglie che registrano un incremento dell’1,4% rispetto al 2014».

Cambiamenti nelle abitudini alimentari degli italiani

Il consumatore italiano medio sembra mostrar sempre più una maggiore attenzione alla cultura del mangiar sano grazie anche ad una maggiore informazione e consapevolezza negli acquisti alimentari. Il maggiore interesse per la dieta vegana e vegetariana, così come per il cibo biologico e gli alimenti a km 0, l’audience dei programmi televisivi di cucina, le diverse mode del porn food, oltre al successo degli agriturismi e ai pacchetti enogastronomici come destinazione di vacanza, possono essere considerate tutte tendenze di mutamenti alquanto rilevanti, in un contesto conservatore quale quello tipico italiano quando si parla di cucina, che confermano la nostra passione per il buon cibo.

L’Eurispes ha indagato i comportamenti di acquisto di un campione rappresentativo di cittadini italiani nell’ambito dei prodotti alimentari Made in Italy e di qualità, privilegiati dalla grandissima maggioranza degli italiani (80,2%). Ben il 74,7% del campione dichiara di controllare, l’etichettatura e la provenienza dei prodotti alimentari che acquista. L’81% privilegia i prodotti di stagione. La maggioranza degli italiani preferisce i prodotti a km 0 (55%) e dichiara di acquistare spesso prodotti con marchi Dop, Igp e Doc (53,8%). Più di un terzo (37,1%) compra spesso prodotti alimentari biologici. Infine quasi un italiano su quattro (19,3%) acquista prodotti alimentari online, con un dato più che raddoppiato rispetto al 2014 (6,1%).

Le mafie del settore agroalimentare

Il Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia focalizza l’attenzione principalmente sulle infiltrazioni delle mafie nel comparto agroalimentare. Un business che ha superato i 16 miliardi di euro nel 2015. Agromafie è il termine con cui comunemente vengono qualificate quelle organizzazioni criminali, non solo di stampo mafioso, che operano nel settore agricolo-pastorale e in generale in quello enogastronomico, realizzando adulterazioni, sofisticazioni, contraffazioni di false etichettature e di marchi di tutela5.

É ormai noto che tra i settori economici maggiormente a rischio di infiltrazioni malavitose vi è senza dubbio quello legato al mondo dell’agricoltura. Il contesto rurale delle campagne è quello nel quale, per motivi socio-culturali, hanno trovato origine e diffusione le organizzazioni criminali. La difficoltà del settore agricolo di mutare lo sviluppo e la modernità, tipica degli altri settori economici, oltre che i facili profitti e la possibilità di riciclare il denaro proveniente dalle varie attività criminali, hanno facilitato un’intensa infiltrazione nel settore agricolo delle mafie, che hanno pervaso l’intera filiera agroalimentare. Dalla produzione agricola, alla distribuzione fino alla promozione e alla commercializzazione dei prodotti agricoli.

L’industria del cibo ha da sempre rappresentato un terreno fertile per le attività illegali della criminalità organizzata, capace di sfruttare le principali vulnerabilità proprie del comparto. Le diverse organizzazioni criminali esplicano le loro attività illecite sia attraverso il proprio coinvolgimento diretto, sia mediante l’intermediazione di altri soggetti, coinvolti, a diverso titolo, nell’attività criminosa. La quasi totalità degli alimenti, infatti, con l’avvento del sistema produttivo di massa, segue un percorso lungo meglio noto come  filiera alimentare “dal campo alla tavola”. Tale processo vede coinvolti diversi attori del sistema: agricoltori, produttori di mangimi, sementi, fertilizzanti ed agro-farmaci, allevatori, industriali della trasformazione, trasportatori e distributori, commercianti all’ingrosso e al dettaglio. Tali operatori vengono danneggiati dai fenomeni di criminalità organizzata che si insinuano nel sistema provocando delle strozzature di filiera.

Infiltrandosi nel comparto alimentare le mafie hanno così la possibilità di affermare il proprio controllo sul territorio. Potendo contare costantemente su una larghissima e immediata disponibilità di capitale e sulla possibilità di condizionare parte degli organi preposti alle autorizzazioni ed ai controlli, si muovono con maggiore facilità rispetto all’imprenditoria legale. Per raggiungere i loro obiettivi i clan mafiosi ricorrono a tutte le tipologie di reato tradizionali: usura, racket estorsivo e abusivismo edilizio, ma anche a furti di attrezzature e mezzi agricoli, abigeato, macellazioni clandestine o danneggiamento delle colture con il taglio di intere piantagioni.

A questo si aggiunge l’ingerenza sulla distribuzione dei prodotti agricoli nei grandi mercati italiani, con il controllo delle imprese di trasporto e dei mercati ortofrutticoli all’ingrosso, nonché sulla distribuzione. Utilizzando i classici strumenti dell’estorsione e dell’intimidazione, infatti, le mafie impongono la vendita di determinate marche e determinati prodotti agli esercizi commerciali, che a volte, approfittando della crisi economica, arrivano a rilevare direttamente.

Non solo si appropriano di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza ed il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma compromettono in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani ed il valore del marchio Made in Italy. Ciò in particolare, considerando il fenomeno dell’agropirateria, ossia la contraffazione dei marchi e delle certificazioni di origine dei prodotti. Il fatturato dell’Italian sounding, la falsificazione, contraffazione e imitazione del Made in Italy alimentare nel mondo, ha superato i 60 miliardi di euro nel 2015.

Tra i prodotti alimentari più colpiti figurano i prodotti tipici, protetti da denominazione d’origine e marchi aziendali, la cui contraffazione consente di realizzare rilevanti guadagni illeciti, in virtù dell’alto valore aggiunto conferito dalla tipicità, dall’origine e dalla notorietà ad essi attribuita. Sono circa settanta le tipologie di prodotti contraffatti, formaggi Dop in primis, ma anche vini, spumanti e falsi aceti balsamici Igp. Senza considerare molti altri prodotti dell’agricoltura e dell’industria agroalimentare per i quali non è obbligatoria l’indicazione d’origine, rendendone di fatto impossibile la tracciabilità6.

Riciclaggio, frodi comunitarie e caporalato

Il fenomeno delle dirette infiltrazioni mafiose nel settore agroalimentare è ritenuto diffuso principalmente in tutto il centro-Sud ed interessa anche le organizzazioni criminali ormai radicate pure in regioni diverse da quelle di origine e capaci di operare in contesti commerciali, economici e finanziari nazionali. In tali ambiti le organizzazioni criminali realizzano operazioni di riciclaggio e di reimpiego dei beni ed altre utilità di provenienza illecita. Si stima, ad esempio, che almeno 5.000 locali di ristorazione (bar, ristoranti, pizzerie) in Italia siano in mano alla criminalità organizzata, spesso attraverso l’intestazione a prestanome che, oltre a garantire profitti diretti, assicurano una facile copertura per riciclare denaro sporco.

Le organizzazioni malavitose sono inoltre riuscite ad assicurarsi potere e risorse grazie allo sfruttamento di cospicui finanziamenti pubblici, anche di natura comunitaria, di sostegno all’agricoltura. La maggior parte dei sequestri operati dalle forze dell’ordine a contrasto delle indebite percezioni di fondo stanziati dall’Unione Europea a sostegno dell’agricoltura, ha riguardato la Calabria (62,3%, per un valore di quasi 9 milioni di euro), la Sicilia (25%), la Toscana (4,7%) e la Puglia (3,8%). In ultimo non vanno sottovalutate le distorsioni indotte sul mondo del lavoro, se si considerano sia il lavoro nero sia le relative truffe ai danni dell’Inps e anche un ciclo perverso dell’erogazione delle indennità di disoccupazione agricola, che non facilita l’emersione delle situazioni irregolari.

Nel rapporto viene ben esplicato inoltre il fenomeno del caporalato. Un fenomeno tornato tristemente in auge nel nostro Paese, dal Mezzogiorno fino a regioni come il Piemonte, dove le organizzazioni mafiose impongono un pizzo su ogni bracciante straniero impiegato nei campi. Nella sola Puglia si calcolano, secondo un recente rapporto della Cgil, oltre 50.000 braccianti in nero distribuiti in cinquantacinque ghetti7. Con un fatturato di 9 miliardi di euro, il consolidato modello di sfruttamento del lavoro nelle campagne italiane, ha un costo per le casse dello Stato, in termini di evasione contributiva, pari a 600 milioni di euro.

La difficile lotta alle agromafie

Altro capitolo del rapporto Eurispes è dedicato agli immobili del settore agricolo confiscati alla criminalità organizzata. Il processo di sequestro, confisca e destinazione dei beni di provenienza mafiosa si presenta lungo, confuso e spesso non efficace. Il mancato utilizzo dei beni confiscati comporta uno spreco di circa 20-25 miliardi di euro stimati ogni anno. Secondo i dati forniti dall’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati8, il 5% delle imprese sequestrate o confiscate risulta operare nel settore agricolo, mentre il 20% del totale dei beni definitivamente confiscati sono terreni destinati alla coltivazione.

Secondo il rapporto, sono circa 25.000 i terreni, su tutto il territorio nazionale, a disposizione dei soggetti condannati in via definiva per associazione a delinquere di stampo mafioso e contraffazione. Il 53,5% si concentrata in Sicilia, mentre la restante parte riguarda soprattutto le altre regioni a forte connotazione mafiosa, quali la Calabria (17,6%), la Puglia (9,5%) e la Campania (8%). Sono inoltre numerosi i casi in cui i controlli hanno rilevato che alcuni beni, anche confiscati definitivamente, sono di fatto ancora in mano ai soggetti mafiosi, o a loro parenti e prestanome. Nell’anno 2014 la Guardia di Finanza ha sottoposto a sequestro oltre 1,4 milioni di kg di beni oggetto di frode commerciale e/o sofisticazione (legumi 53%, olio d’oliva 23%, altri prodotti alimentari 13%). Confiscati inoltre 526.000 litri di bevande alcoliche e analcoliche, di cui circa il 98% del totale, pari a circa 514.000 litri, riguarda il genere vini e spumanti.

Dalla descrizione dell’attività operativa dei Reparti del corpo risulta come la Camorra, ugualmente a Cosa Nostra, siano interessate soprattutto al riciclaggio nel segmento della ristorazione, in quanto la stessa mostra una particolare propensione a reimpiegare proventi illeciti mediante l’acquisizione di attività ristorative, soprattutto bar e ristorante. La ‘Ndrangheta, invece, appare maggiormente rivolta sia all’acquisizione di vasti appezzamenti di terreno e nella gestione di società operanti nel settore agricolo, sia al conseguimento illecito di contributi comunitari in materia di politica agricola.

La riforma in materia di reati agroalimentari

La disparità tra le singole normative nazionali per l’immissione dei prodotti sul mercato e la poca chiarezza della legislazione comunitaria sono un serio ostacolo per combattere la piaga delle agromafie. «È necessario aggiornare le norme attuali, ormai obsolete, intensificare i controlli e inasprire le sanzioni per reprimere un fenomeno come la contraffazione, così diffuso e vario, che produce danni assai rilevanti ai produttori “onesti” e ai consumatori, che spesso acquistano prodotti non solo artefatti, ma anche di scarsa qualità e talvolta anche pericolosi e dannosi per la salute», dichiara Gian Carlo Caselli, presidente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nel settore agroalimentare. Lo stesso è stato nominato Presidente della Commissione di studio per riformare la materia dei reati agroalimentari, recentemente decisa dal Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

Lo scorso ottobre la Commissione ha concluso i lavori consegnando al Ministro uno schema di disegno di legge recante Nuove norme in materia di reati agroalimentari e le relative Linee Guida. Gli ambiti di intervento della Commissione mirano principalmente a «garantire un più elevato di tutela della salute pubblica, ad assicurare una maggiore coerenza alla tutela delle frodi commerciali e di estendere i casi di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche quale strumento di prevenzione contro la commissione di reati alimentari». Tali provvedimenti risultano essere passi aggiuntivi verso una maggiore strutturazione del disordine che regna nel settore agroalimentare, nel quale le organizzazioni malavitose ne hanno prontamente riconosciuto la possibilità di profitto. Le uniche soluzioni per contrastare le attività illecite sembrano pertanto essere la disposizione di regole specifiche, efficaci ed immediate che consentano di difendere e tutelare l’enorme ricchezza del patrimonio agroalimentare italiano.

NOTE:

1. MIPAAF - Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.
2. Coldiretti (Confederazione Nazionale Coltivatori Diretti) è la maggiore associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana.
3. L'Eurispes è un ente privato italiano che si occupa di studi politici, economici e sociali, ed operante nel campo della ricerca politica, economica, sociale e della formazione.
4. Fondazione promossa e fondata nel 2014 da Coldiretti per diffondere la conoscenza e la consapevolezza del patrimonio agroalimentare italiano, con l’obiettivo di creare un sistema coordinato e capillare di controlli idonei a smascherare i comportamenti che si pongono in contrasto con la legalità.
5. Agromafie.
6. Il business del cibo è sempre più un affare per la mafia.
7. Agricoltura e lavoro migrante in Puglia. 3° Rapporto - CGIL Puglia - Bari, novembre 2015 - download disponibile dal sito: Agricoltura e lavoro migrante. Report 2015.
8. ANBSC - Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.


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