Le radici del fondamentalismo islamico in Bangladesh Le radici del fondamentalismo islamico in Bangladesh
L’attacco terroristico di Dhaka del 1° luglio scorso ha messo in luce la vulnerabilità di un Paese come il Bangladesh. Non si tratta del... Le radici del fondamentalismo islamico in Bangladesh

L’attacco terroristico di Dhaka del 1° luglio scorso ha messo in luce la vulnerabilità di un Paese come il Bangladesh. Non si tratta del primo episodio terroristico per uno Stato, quarto al mondo per numero di musulmani, che a partire dal 2013 è attraversato da una spirale di brutali attacchi causata da gruppi radicali islamici e conflittualità tra partiti politici. L’ultimo sanguinoso attentato, avendo come obiettivo degli Occidentali, ha contrassegnato di una dimensione internazionale un problema che caratterizza la politica interna del Bangladesh da almeno un decennio.

Fin dal 1947 e dalla sua indipendenza dal Pakistan nel 1971, il Bangladesh è stato teatro di episodi di violenza di carattere socio-politico più o meno eclatanti. Negli ultimi due anni gli attacchi di diversi gruppi radicali islamici (in Bangladesh si contano almeno 125 sigle terroristiche), che fanno principalmente riferimento alla galassia wahabita, sono stati indirizzati contro blogger critici verso l’Islam radicale, minoranze religiose (indù, cristiani, ahmadi e sciiti), attivisti di organizzazioni governative e stranieri. Tra questi ultimi, oltre ai morti dello scorso 1° luglio, si possono citare il cooperante Cesare Tavella, ucciso il 25 settembre 2015, o il missionario Piero Parolari, ferito a colpi di arma da fuoco il 18 novembre dello stesso anno.

Questi atti di terrorismo sono stati rivendicati da Daesh, altri dall’organizzazione Ansarullah Bangla Team, affiliata ad al-Qaeda, e dal Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (JMB), che secondo la rivista online dello Stato Islamico «Dabiq» avrebbe aderito al progetto dell’ISIS. In base alle indagini delle autorità bengalesi il JMB sarebbe responsabile dell’attentato del 1° luglio. Il recente operato dei gruppi islamici bengalesi è analizzabile in base a due aspetti: il primo è intrecciato alla politica interna bengalese, il secondo ha una valenza internazionale e riguarda la guerra in corso tra Daesh e al-Qaeda per la gestione delle attività terroristiche in Asia meridionale.

Per quanto concerne il primo aspetto, dal 2013 sono state uccise in Bangladesh almeno quarantanove persone, in particolare nel periodo successivo al febbraio 2013 in seguto all’emergere di un movimento popolare di protesta noto come Shahbagh movement. Le manifestazioni di piazza avevano come obiettivi la pena capitale per gli accusati di crimini di guerra perpetrati durante la guerra di liberazione del Bangladesh, l’esclusione dalla politica del partito Jamaat-e-Islami e il boicottaggio delle sue istituzioni. Il Jamaat-e-Islami è il più importante partito politico islamista del Bangladesh che ha come obiettivo l’introduzione della Shari’a nel Paese. I leader di questo partito erano contrari all’indipendenza dal Pakistan nel 1971 e alcuni membri di esso formarono gruppi e milizie per sostenere l’esercito pachistano durante la guerra.

La situazione interna del Paese degli ultimi anni è stata influenzata dalla decisione del governo di portare avanti un processo contro alcuni esponenti del Jamaat-e-Islami per il loro coinvolgimento nel massacro di 300.000 civili nel 1971. Il governo d’ispirazione secolare di Sheikh Hasina, (partito del Bangladesh Awami League – BNP), ha reso possibile la creazione nel 2009 di un Tribunale per i Crimini Internazionali del Bangladesh, godendo di un ampio supporto popolare. Tuttavia, il maggiore partito d’opposizione, il Bangladesh Nationalist Party (BNP), nazionalista, d’ispirazione islamica e vicino al Jamaat-e-Islami, ha sostenuto attraverso la leader Khaleda Zia che l’intera questione, piuttosto che essere guidata da un desiderio di giustizia avrebbe avuto finalità espressamente politiche, indirizzate a puntellare il potere dell’Awami League, mettere fuori gioco il Jamaat-e-Islami e compromettere le possibilità di un governo guidato dal BNP.

Mentre i due partiti si sono scambiati reciproche accuse di essere anti-democratici, dal dicembre 2013 quattro membri del Jamaat-e-Islami sono stati giustiziati per crimini di guerra, scatenando la risposta del partito islamista e di altri gruppi radicali che hanno agito con estrema violenza in tutto il Paese. La polarizzazione politica è la causa principale dell’attuale instabilità, che ha radici lontane, ma che si è manifestata in maniera chiara durante le ultime elezioni del 2014, boicottate dal BNP, il quale non ha attualmente propri rappresentanti in Parlamento.

Considerato questo quadro, l’elemento di maggiore preoccupazione è il fatto che le diverse organizzazioni terroriste bengalesi, spesso in competizione tra loro, osservano in Daesh o in al-Qaeda dei potenti mezzi per portare avanti i propri progetti. È ipotizzabile, come sta avvenendo in Africa occidentale, che anche in quest’area sia in gioco non solo l’avversione verso l’Occidente e i governi locali, ma anche una guerra interna tra gruppi terroristi rivali, che ricalca su più larga scala uno scontro tra Daesh e al-Qaeda. Il confronto coinvolge altri territori dell’Asia meridionale, considerata la presenza di gruppi dell’ISIS in Pakistan e l’intenzione dei vertici di al-Qaeda di rafforzare la propria presenza in Afghanistan in seguito al previsto ritiro delle forze occidentali.

Nonostante il recente attentato, il governo presieduto da Sheikh Hasina ha sempre negato la presenza dello Stato Islamico e dei suoi affiliati nel Paese. Nei mesi scorsi, le notizie a tal riguardo sono state derubricate dai responsabili di governo come tentativi dell’opposizione indirizzati ad indebolire l’esecutivo, sostenendo, in base a quanto dichiarato dal Ministro degli Interni Asaduzzaman Khan Kamal, che tutti gli atti di violenza perpetrati dai gruppi radicali islamici sarebbero stati episodi isolati di violenza. Il governo avrebbe dunque trattato la questione valutandola come un complotto interno per rovesciare l’esecutivo, cercando il consenso anche tra alcune organizzazioni religiose avverse a forme di occidentalizzazione e al libero pensiero espresso nei blog e mettendo in dubbio i reali caratteri laici del governo.

Un problema attuale del Bangladesh è dunque il fatto che la battaglia contro il radicalismo islamico si confonde con la battaglia politica interna, ricalcando una situazione simile al Pakistan. Una continua situazione di violenza ha reso possibile il rafforzamento del fondamentalismo e in particolare il propagarsi del messaggio dell’ISIS. La situazione del Bangladesh degli ultimi dieci anni ricalca in maniera simile le politiche di islamizzazione del generale pachistano Muhammad Zia-ul-Haq degli anni Settanta. A questo proposito è bene ricordare che sia il governo di Sheikh Hasina sia quello guidato da Khaleda Zia tra anni Novanta e Duemila si sono dimostrati restii nel riconoscere il problema, privilegiando lo scontro tra partiti. Il fondamentalismo in Bangladesh, nonostante un certo radicalismo fosse presente da anni, emerse con maggior forza tra il 2001 e il 2006, durante il governo di Zia, seguendo un graduale crescendo fino all’attacco del 1° luglio, che ha dato una dimensione internazionale al problema.

La presenza dei gruppi terroristi in Bangladesh non è dunque una novità. Le politiche tese a sconfiggere i gruppi radicali, che ebbe parziale successo tra il 2007 e il 2008, sono scomparse a partire dal 2013 perché le attività dei partiti sono state maggiormente indirizzare verso la lotta tra Awami League e BNP. In questo vuoto di potere i movimenti, come il JMB che aveva rallentato la sua azione nel 2008, sono riemersi collegandosi anche al contesto internazionale e all’onda lunga rappresentata da Daesh. Se è ancora presto per affermare che una reale rete di affiliati dell’ISIS sia presente in Bangladesh, nonostante ci siano tutti i presupposti, l’ascendente dell’organizzazione è sicuramente presente nei diversi strati della società.

Nonostante le ripetute minacce degli anni passati poste dall’ISIS e da al Qaeda, il governo non ha messo in atto le misure adatte per prevenire una tale situazione. Le conseguenze di medio-lungo periodo comporteranno un rafforzamento della risposta governativa, ma al tempo stesso un’azione più dura da parte delle sigle terroristiche con i rischi connessi al fenomeno dei combattenti reclutati nelle comunità della diaspora. Tuttavia, la stessa opposizione che si fonda sul nazionalismo bengalese e sulla teoria delle due nazioni per il subcontinente, ha creato le condizioni affinché i gruppi organizzati attorno all’islamismo politico radicale potessero organizzarsi e rafforzare la loro presenza all’interno della società bengalese in un retroterra culturale dal passato tradizionalmente multiculturale.

Le principali organizzazioni radicali in Bangladesh1
In conclusione possono essere considerati, tra i numerosi gruppi terroristi bengalesi, tre sigle principali.

Harkat-ul-Jihad-al Islami Bangladesh (HuJI-B), è stato creato nel 1992 con l’assistenza dell’International Islamic Front (IIF) di Osama bin Laden e prendendo spunto dal regime Taliban in Afghanistan (lo slogan del gruppo è Amra Sobai Hobo Taliban, Bangla Hobe Afghanistan [Diventeremo tutti Taliban e trasformeremo il Bangladesh in un Afghanistan]). Il gruppo continua a mantenere collegamenti con al Qaeda. Operativo lungo la costa da Chittagong a Cox’s Bazaar fino al confine con il Myanmar, ha da sempre come obiettivo la trasformazione del Bangladesh in uno Stato islamico, uccidendo gli intellettuali progressisti e operando attraverso la pirateria e il traffico di armi. Non è chiaro quanti combattenti abbia a disposizione, probabilmente 15.000, e tra i essi vi sono sia Bengalesi che stranieri. I rifugiati dal Myanmar rappresentano una risorsa importante per il gruppo, e tra di essi vi sono alcuni Rohingya, musulmani colpiti negli ultimi anni da persecuzioni religiose in Myanmar. Altre fonti per il reclutamento sono le madrase, finanziate da enti caritatevoli arabi, così come i collegamenti con Afghanistan, Arabia Saudita e Pakistan (gruppi Jaish-e-Mohammed – JeM – e Lashkar-e-Toiba – LeT) attraverso organizzazioni non governative, e l’ULFA (United Liberation Front of Asom), che ha come obiettivo l’indipendenza dell’Assam dall’India. Quadri dell’HuJI-B sono stati operativi in Jammu & Kashmir, Cecenia e Afghanistan. Per quanto concerne l’Afghanistan, molti Bengalesi lasciarono il proprio Paese per combattere l’Unione Sovietica: una volta rientrati in Bangladesh aderirono al HuJI-B. Secondo alcune fonti giornalistiche il BNP e il Jamaat-e-Islami proteggerebbero l’HuJI-B in funzione anti-Awami League.

Ansarullah Bangla Team, gruppo bengalese affiliato ad al-Qaeda nel subcontinente indiano (AQIS), che ha rivendicato l’uccisione di quattro blogger lo scorso anno, così come l’uccisione di due attivisti, uno dei quali era promotore dei diritti gay e membro di una ONG americana. L’organizzazione iniziò ad avere risalto nel 2013, in seguito all’uccisione del blogger Ahmed Rajib Haider. Il gruppo è particolarmente attivo in rete, mediante la creazione di blog, gestiti da amministratori residenti in Bangladesh e all’estero.

Jama’atul Mujahideen Bangladesh. Il governo di Dhaka, negando i collegamenti con ISIS, sostiene che i terroristi dell’attacco del 1° luglio provengano da questa organizzazione, che è stata fondata nel 1998 nel distretto di Jamalpur da Shaikh Abdur Rahman, un insegnante di religione educato in Arabia Saudita. Venne alla ribalta nel 2001, in seguito a un conflitto con un gruppo comunista nel distretto di Dinajpur, Bangladesh settentrionale. Il Partito dei Mujahideen ha come obiettivo la creazione di uno Stato islamico in Bangladesh attraverso la lotta armata. Il gruppo è contrario a organizzazioni culturali, sale cinematografiche, forme di occidentalizzazione e organizzazioni non governative, sostenendo la necessità della liberazione dei musulmani dall’influenza di “forze anti-islamiche”. Il JMB ha aumentato la sua operatività in seguito all’avvento al potere del BNP guidato dall’allora Primo Ministro Khaleda Zia nel 2001. Diversi membri del JMB, e di un’altra organizzazione che alcuni analisti considerano collegata, il Jagrata Muslim Janata Bangladesh (JMJB), erano quadri dell’Islami Chhatra Shibir (ICS), ala studentesca del Jamaat-e-Islami. Questi collegamenti hanno reso possibile la crescita del JMB, favorendo inoltre un supporto decisivo nei momenti in cui le autorità deputate hanno tentato di portare avanti una serie di arresti. In particolare, a partire dall’agosto 2005, quando questa organizzazione si rese responsabile di una serie di attentati in 63 distretti bengalesi su 64, il governo di Dhaka ricevette numerose pressioni internazionali affinché avviasse una decisa azione contro il JMP. L’organizzazione avrebbe a disposizione 10.000 militanti a tempo pieno e circa 100.000 part-time. I quadri provengono da diversi settori della società, includendo professori universitari, religiosi e gente comune. Ci sono divere ali organizzative: finanze, pubbliche relazioni, pubblicità e reclutamento. Particolarmente sviluppato anche il settore dedito all’intelligence, con cellule presenti in diverse organizzazioni sia politiche che non governative. Secondo il South Asia Terrorism Portal il gruppo ha ricevuto donazioni individuali provenienti da Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Pakistan, Arabia Saudita e Libia, così come da numerose organizzazioni non governative basate principalmente nei Paesi del Golfo. Altri introiti derivano da investimenti in diverse attività commerciali in Bangladesh e dal riciclaggio di denaro.

NOTE:

Francesco Brunello Zanitti è Direttore Scientifico dell'IsAG.

1. Terrorist and Extremist Groups - Bangladesh, Key radical Islamist groups in Bangladesh, "Times of India", July 3, 2016.


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