Erdoğan e il suo nuovo esercito Erdoğan e il suo nuovo esercito
Neanche un mese dopo l’ultimo attentato terroristico ad Istanbul, un nuovo duro attacco colpisce la Turchia. Nella notte tra il 15 e il 16... Erdoğan e il suo nuovo esercito

Neanche un mese dopo l’ultimo attentato terroristico ad Istanbul, un nuovo duro attacco colpisce la Turchia. Nella notte tra il 15 e il 16 luglio si è consumato un tentativo di golpe militare. Nonostante un’organizzazione meticolosa che ha lasciato pensare nelle prime fasi dell’operazione ad un piano progettato da tempo, il quadro si è capovolto molto velocemente già dalle prime ore della mattina, fino alla dichiarazione ufficiale del suo definitivo fallimento. Sono seguiti centinaia di arresti tra i militari coinvolti, mentre il conto delle vittime degli scontri è per ora di circa 200, di cui 41 ufficiali di polizia, due soldati, 47 civili e 104 “complottisti”, come riferisce il Generale Umit Dundar, neo Capo delle Forze armate.  

Alcune frange dell’esercito hanno preso in poco tempo il controllo dei principali edifici governativi della capitale, le sedi dell’intelligence turca, nonché dell’aeroporto Ataturk di Istanbul e della sede della Tv di stato TRT. Successivamente, è arrivato il comunicato della presa del potere e dell’istituzione della legge marziale e del coprifuoco, pubblicato dall’Agenzia pro-governativa Doğan. Nel comunicato i militari hanno sostenuto di voler proteggere la democrazia e restaurare i diritti civili.

Appena la notizia ha iniziato a diffondersi, la gente si è riversata nei negozi e verso i bancomat, nel timore di rimanere priva di beni di prima necessità e di contanti. Dopo le prime ore, durante le quali il Presidente è rimasto lontano dagli schermi, suscitando le più disparate teorie, dalla fuga ad una non meglio specificata complicità nel golpe, Erdoğan, intorno alla mezzanotte, si è collegato con la CNN turca tramite cellulare. Nel messaggio alla nazione, ha smentito le voci che lo volevano in volo verso l’Europa1, affermando di essere diretto ad Istanbul e ha invitato il popolo a scendere nelle strade ribellandosi al coprifuoco appena imposto dai militari.

L’appello è stato accolto da migliaia di persone, che si sono riversate sulla strada che porta all’aeroporto di Ataturk (target di un altro sanguinoso attacco terroristico il 28 giugno), sui ponti del Bosforo, in piazza Taksim, oltre che nella capitale e in altre città, come Izmir e Gaziantep. Sui ponti di Istanbul occupati dai militari, che impedivano il transito da una sponda all’altra, si sono verificate sparatorie e presto si sono registrate le prime vittime. I partiti di opposizione (i nazionalisti del MHP e i repubblicani del CHP) hanno dichiarato il proprio appoggio al governo e condannato il tentativo di colpo di stato.

Le prime ore del golpe, concitate e incerte, lasciavano presagire un ipotetico successo lampo dell’operazione che, però, ha iniziato a mostrare le sue crepe con le prime dichirazioni di Erdoğan che ha chiamato la nazione in sua difesa servendosi degli smarthphone e dei muezzin.

Nel frattempo sono proseguiti gli scontri tra la polizia lealista e i golpisti, soprattutto presso la sede della TV di stato ad Ankara. Esplosioni anche contro il Parlamento, dove i deputati presenti si erano barricati per non permettere ai militari insorti di occupare l’edificio. A quanto ha dichiarato l’agenzia di stampa Anadolu, il Capo dello Stato maggiore sarebbe stato arrestato dai golpisti e tenuto in ostaggio, mentre le sedi della polizia venivano circondate dai militari.

Alle prime luci dell’alba il coup è stato dichiarato fallito. Erdoğan ha parlato ai sostenitori all’esterno dell’aeroporto di Istanbul: «Vi ringrazio per quello che avete fatto stanotte a nome mio e della nazione», ha dichiarato.

Erdoğan ha incolpato l’ex alleato ed ora arci-nemico Fethullah Gülen, definendo il colpo un atto di tradimento2. Il movimento islamista di Gülen ha negato il proprio coinvolgimento nell’operazione ribadendo il proprio sostegno alla democrazia e l’opposizione ad ogni intervento militare, ma sarebbero in corso nuovi tentativi per estradarlo dagli USA.

Poco dopo, è iniziata la purga dell’esercito. Il Premier Yildrim ha dichiarato che 2.800 militari sono stati arrestati e che i morti sono più di 200. L’ex Capo delle Forze aeree Akin Ozturk sarà processato per tradimento e Umit Dundar è stato nominato nuovo Capo di Stato maggiore per sostituire Hulusi Akar, preso in ostaggio durante il golpe e poi liberato da un blitz di forze speciali. La maggior parte dei golpisti proveniva dalla Gendarmerie, la branca dell’esercito responsabile dell’ordine pubblico, ha dichiarato Dundar. Inoltre, 2.745 giudici sono stati rimossi dall’incarico e 9 membri della Corte Suprema hanno ricevuto un ordine di arresto.

Nel frattempo la tv mostrava le scene dei militari che si sono arresi sul ponte del Bosforo ad Istanbul, lo stesso dove nella notte si erano verificati gli scontri più cruenti e gli assalti dei manifestanti ai carri armati abbandonati dai golpisti.

Erdoğan ha invitato, tramite sms, la popolazione a rimanere nelle strade, perché vi sarebbero ancora “sacche di resistenza”. Inoltre, i media riportano come 8 golpisti siano fuggiti in Grecia in elicottero per chiedere asilo. Sarebbero arrivati nel porto di Alessandropoli, nel Nord della Grecia. Il Ministro degli Esteri Cavusoğlu ne ha immediatamente chiesto l’estradizione e ora sarebbero in corso i contatti tra l’Ambasciata turca e i funzionari greci.Nel frattempo sono arrivate anche le condanne del golpe da parte dei leader internazionali, tutti schierati a sostegno del governo eletto.

Conclusioni

Da tempo ormai il governo turco cercava di uscire da una condizione di isolamento a livello internazionale e di debolezza interna. Il riavvicinamento a Mosca, con le scuse ufficiali per l’abbattimento del jet militare a novembre 2015, e la riconciliazione con Israele sono le mosse più recenti in questo senso. La minaccia interna da parte dei militari, che hanno sottostimato il consenso popolare di cui gode il Presidente e mal calcolato la propria forza e coesione contro di esso, è un tassello in più nel preoccupante puzzle turco.

Se, da un lato, il fallimento del golpe ha dimostrato l’avversione di gran parte della popolazione e delle forze politiche a sommovimenti anti-democratici, dall’altro, il partito di governo, ed in particolare il presidente Erdoğan, non ha dimostrato maggior rispetto verso lo stato di diritto ed i principi democratici.

Alla luce di ciò, lo scenario più pessimistico, ma anche il più realistico, è un ulteriore inasprimento della stretta autoritaria cui il golpe fallito fornirebbe legittimazione. La volontà di Erdoğan di punire i responsabili è chiara e la sua tendenza ad ampliare la cerchia dei presunti oppositori, terroristi e traditori è, ormai, cosa nota. Eventuali misure emergenziali, come l’attribuzione di più ampi poteri alla figura del Presidente, e le destabilizzazioni in seno all’esercito indebolirebbero ulteriormente un paese già tremendamente vulnerabile.

NOTE:

Nerina Schiavo è collaboratrice del Programma "Nordafrica e Vicino Oriente" dell'IsAG.

1. Nel frattempo media USA diramavano notizie sulle possibili destinazioni del Presidente, passando da Berlino, a Roma fino a Londra.
2. Tra il 2007 e il 2010 i loro rapporti si deteriorano fino a sfociare in un aperto scontro che dura tuttora. Erdoğan accusa Gülen e il suo movimento Hizmet di aver creato uno “Stato parallelo” e di tentare di sovvertire le istituzioni del paese. A più riprese ha tentato di ottenere l’estradizione dagli USA, dove Gülen si è auto esiliato e ha dichiarato Hizmet un’organizzazione terroristica.


No comments so far.

Be first to leave comment below.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Solve : *
5 + 16 =