Riflessioni sull’instabilità del Delta del Niger – Intervista a Joshua Evangelista Riflessioni sull’instabilità del Delta del Niger – Intervista a Joshua Evangelista
Nell’ambito degli studi IsAG sul complesso quadro nigeriano Giuliano Luongo, Direttore del Programma di ricerca IsAG “Africa e America Latina”, ha intervistato il Direttore... Riflessioni sull’instabilità del Delta del Niger – Intervista a Joshua Evangelista

joshua evangelistaNell’ambito degli studi IsAG sul complesso quadro nigeriano Giuliano Luongo, Direttore del Programma di ricerca IsAG “Africa e America Latina”, ha intervistato il Direttore della testata online «Frontiere News» Joshua Evangelista cercando di fare il punto sulla difficile situazione politico-sociale del Delta del Niger.

Giuliano Luongo: Quali sono le principali forze anti-governative non legate all’attività di Boko Haram attive sul territorio nigeriano? In quali aree del Paese sono maggiormente attive?

Joshua Evangelista: Partiamo da un presupposto fondamentale. Quando parliamo di Nigeria intendiamo uno Stato in cui si intersecano le dinamiche di oltre 250 gruppi etnici. Dopo l’indipendenza del 1960, ha assistito a nove colpi di Stato, non sempre riusciti. L’anziano presidente Muhammadu Buhari è stato protagonista di spicco di gran parte delle fasi cruciali del doloroso percorso del Paese. Stiamo parlando di ferite etniche e socio-economiche mai sanate. Tutte le letture semplicistiche dei conflitti sociali (musulmani contro cristiani, governo centrale contro amministrazioni locali, Igbo contro Hausa/Fulani o Yoruba, popolo contro funzionari corrotti) sono fondamentalmente sbagliate. La complessità della realtà nigeriana va inserita in un contesto estremamente frammentario e in continua evoluzione. Detto questo, al momento i principali gruppi identitari che mettono costantemente in discussione la legittimità del governo Buhari e la coesione nazionale sono sei.

Nel Nord martoriato da Boko Haram, che per ora tralasciamo, va studiata con attenzione la realtà della minoranza sciita. L’Islamic Movement in Nigeria (IMN), che punta a creare uno Stato confessionale attraverso una rivoluzione simile a quella iraniana del 1979, è una preoccupazione costante per il governo di Abuja. Dopo l’arresto dello sceicco Ibrahim El-Zakzaky, leader spirituale del movimento, varie manifestazioni dei suoi seguaci sono state placate nel sangue dall’esercito nigeriano, non ultima la strage perpetuata tra il 12 e il 14 dicembre 2015, dove secondo i testimoni centinaia di manifestanti sono stati uccisi dalle forze speciali.

Nella cosiddetta middle belt del Paese operano invece i pastori Fulani. Si tratta di gruppi estremamente interessanti, presenti in diversi punti semi-aridi del Sahel, e che in Nigeria durante la transumanza si scontrano su base regolare con gli agricoltori stanziali del centro-Sud, per lo più di etnia Igbo e di religione cristiana. Si sospetta che nel solo 2014 circa 1.230 persone siano state uccise dai pastori militanti, sempre alla ricerca di nuovi pascoli. Per ovviare alle tensioni, Buhari ha promesso un’accurata mappatura delle aree adatte al passaggio del bestiame. Una misura poco incisiva secondo molti analisti, che di certo non riesce a colpire il cuore di un problema che prima di tutto è sociale. A tal proposito va detto che la proposta del Land Grazing Bill, in cui si proponeva la creazione di un’area protetta per i pascoli aveva trovato opposizione proprio negli Stati del Sud, non disposti a cedere parte delle proprie terre alla transumanza dei pastori nomadi.

In aggiunta, è importante dire che non è sempre facile trovare il confine identitario tra i militanti di Boko Haram e quei pastori che, armati fino ai denti, si spingono verso Sud commettendo razzie nei villaggi a maggioranza cristiana. È il caso, ad esempio, del massacro di Wukari, nello Stato di Taraba, perpetuato circa due anni fa, in cui alcuni dei pastori assalitori avrebbero confessato di essere originari di Borno e Yobe e di essere affiliati a Boko Haram. Connessioni quasi mai dimostrabili, ma che tengono vive le attenzioni degli analisti verso la liquidità dei gruppi armati provenienti da Nord.

La tensione si avverte anche dalle prese di posizione dalle autorità locali: il Sultano di Sokoto Muhammad Sa’ad Abubakar III ha invitato i Nigeriani ad evitare di apporre ogni accezione etnica o religiosa ai massacri verso i fattori Igbo, in quanto le azioni perpetuate dagli assalitori non sono “peculiari” dei Fulani. Mentre i capi dei villaggi igbo invitano i fattori ad armarsi e a tenersi pronti a sparare verso i pastori in arrivo da Nord. Chi sembra assente, in questa guerra tra i poveri, è lo Stato.

Del resto questo è uno dei punti alla base della rottura che gli attivisti per l’indipendenza del Biafra intendono compiere con il governo centrale. Organizzazioni con una forte presa sulla popolazione, come il MASSOB (Movement for the Actualization of the Sovereign State of Biafra) e, soprattutto, l’IPOB (Indigenous People of Biafra), che ho avuto modo di seguire maggiormente, stanno lavorando in modo capillare tra gli abitanti del Sud-Sud e del Sud-Est per risvegliare sentimenti di appartenenza mai davvero sopiti. Sin dalla fine della guerra civile, nel 1970, la diaspora in Europa si è data un gran da fare per mantenere viva la memoria storica dell’autoproclamata Repubblica del Biafra. Oggi, a quarantacinque anni dalla fine delle ostilità, il leader carismatico dell’IPOB, Nnamdi Kanu, è in carcere dopo che i servizi segreti lo hanno arrestato in un albergo di Lagos lo scorso 14 ottobre 2015.

L’arresto e i seguenti macchinosissimi processi nei confronti di Kanu, cittadino britannico e direttore di Radio Biafra, ha smosso un sentimento anti-Buhari piuttosto generalizzato e a una serie di manifestazioni pacifiche alle quali sono susseguiti arresti e uccisioni di attivisti. È difficilissimo fare una stima delle vittime della repressione dell’esercito, spesso i corpi vengono spostati o nascosti e molte violenze non vengono denunciate per paura di rappresaglie da parte delle forze armate. Ma dai rapporti di Amnesty International, così come dalle testimonianze dirette che ho avuto modo di raccogliere, appare sicuro e incontrovertibile che i militari hanno aperto il fuoco in ripetute occasioni contro manifestanti disarmati.

E infine, nella nostra breve panoramica, non possiamo non parlare dei gruppi che dai primi anni 2000 si sono formati per la liberazione del Delta del Niger. L’ultimo, in ordine di tempo, è quello dei Niger Delta Avengers, responsabili di svariati attacchi alle strutture di estrazione del petrolio.
La relativa pace che andava avanti dal 2009, quando il Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend) e altri gruppi militanti avevano accettato l’offerta di amnistia del governo ha subito una brusca frenata pochi mesi dopo l’insediamento di Buhari.

Sin da subito i NDA hanno affiancato la loro lotta per la gestione delle risorse locali alla richiesta di scarcerazione di Kanu («Non fermeremo i nostri attacchi fino a quando Kanu non verrà liberato», avevano scritto i leader del movimento in un comunicato). Un fattore estremamente rilevante. Perché l’endorsement dei combattenti del Delta è stato prontamente raccolto dai vertici dell’IPOB, un movimento a favore della non violenza e il cui obiettivo dichiarato è raggiungere l’indipendenza del Biafra attraverso un referendum (interessante, a tal proposito, la campagna twitter Biafrexit, con chiari riferimenti alle ben note vicende britanniche) ma che allo stesso tempo riconosce la lotta – armata e non pacifica – dei “fratelli” Avengers. Nel frastagliatissimo panorama delle sigle e delle identità contrapposte del Sud-Est e Sud-Sud della Nigeria questa partnership, con conseguente invito all’unione tra “fratelli oppressi”, andrebbe seguita con molto più interesse dai nostri media.

GL: Da dove deriva l’instabilità dell’area del Delta del Niger? Le motivazioni dei dissidenti sono principalmente di stampo politico, etnico o economico? O si tratta di un insieme di fattori?

J. Evangelista: Sin dagli anni Sessanta una fetta importante della popolazione è stata forzatamente costretta a rinunciare all’agricoltura e a riversarsi nella filiera d’estrazione e lavorazione del petrolio. La piccola porzione di terra che comunemente chiamiamo Delta del Niger e che racchiude nove piccoli Stati (Abia, Akwa Ibom, Bayelsa, Cross River, Delta, Edo, Imo, Ondo e Rivers) è abitata da ben oltre 30 milioni di persone (il 23% percento della popolazione nigeriana) e ha una delle densità di popolazione più alte al mondo (265 persone per chilometro quadro). Il tasso di povertà è altissimo e a vecchie ferite etniche si sono aggiunte sin da subito l’insoddisfazione per come le risorse sono state gestite dal governo centrale in combutta con leader locali corrotti. Lo scenario è quello di un’urbanizzazione improvvisata e costante non accompagnata da una crescita economica distribuita.

Nel malcontento generalizzato entrano sicuramente in gioco anche questioni etniche: la minoranza Ogoni è quella che maggiormente ha sofferto lo sviluppo dell’industria petrolifera dell’area. Negli anni Novanta si è formato un grande movimento popolare per la tutela della cultura Ogoni e per la protezione dell’ecosistema del Delta, con a guida intellettuali di caratura internazionale. Tra questi va menzionato sicuramente lo scrittore Ken Saro-Wiwa, ucciso dalle forze militari del dittatore Sani Abacha nel 1995. Dagli anni 2000 si sono formate varie sigle di movimenti per la liberazione del Delta del Niger, spesso in guerra tra loro e il cui operato non di rado è andato a confluire, o per lo meno a confondersi, in quello di realtà criminali più o meno organizzate.

Con l’amnistia del 2009 promossa dall’ex presidente Umaru Musa Yar’Adua abbiamo assistito a una diminuzione sostanziale di rapimenti e azioni di boicottaggio. Ma non dell’insoddisfazione della popolazione del Delta. Come dicevo prima, va osservata con molta attenzione l’evoluzione dell’ultimo gruppo indipendentista. I Niger Delta Avengers (NDA) si sono presentati al mondo ufficialmente nel marzo del 2016 e hanno provocato la chiusura di diversi terminali petroliferi, portando la produzione di greggio della Nigeria al livello più basso degli ultimi vent’anni. Una botta pesantissima per l’economia nigeriana, la cui produzione è stata perfino superata da quella dell’Angola.

L’azione dei NDA è interessante in quanto hanno più volte chiesto ai gruppi locali d’insurrezione di mettere da parte gli interessi singoli e di unirsi per la costruzione di uno stato sovrano, invocando a gran voce il rilascio di Kanu. In sostanza, lotte contigue potrebbero confluire contro Buhari, che finora non è stato assolutamente in grado di gestire i negoziati con gli insorgenti.

Giuliano Luongo: Qual è stata la posizione delle istituzioni nigeriane rispetto alle rivendicazioni delle comunità del Delta del Niger? Vi è anche un’asimmetria di politiche e posizioni tra le amministrazioni locali e il governo centrale?

J. Evangelista: Per Buhari l’unità nazionale non è negoziabile e gli indipendentisti vengono considerati terroristi alla stregua di Boko Haram. Chiaramente con queste premesse i tentativi di dialogo tra il governo e i Niger Delta Avengers sono state finora fallimentari e gli attacchi alle pipelines continuano ad essere perpetuati. C’è stato un cessate il fuoco durante le due settimane in cui il Presidente, molto malato, è andato a farsi curare in Inghilterra (secondo alcune fonti, nel Regno Unito Buhari avrebbe avuto colloqui con esponenti di spicco del NDA per trattare la fine delle ostilità in cambio del rilascio di Nnamdi Kanu).

In questo periodo, il ministro Ibe Kachikwku aveva effettuato degli incontri preliminari con alcuni dei leader locali per tentare una mediazione che, a quanto pare, non ha avuto un seguito degno di nota. Il gruppo indipendentista accusa Buhari di aver avviato una nuova guerra alle comunità del Delta del Niger attraverso una strenua militarizzazione dell’area. Nel frattempo, un gruppo di autorità locali, sotto l’egida del Concerned Niger Delta Leaders, ha definito i Niger Delta Avengers “criminali” e “controproducenti” le loro azioni di sabotaggio. Il governatore dello stato del Delta, Ifeanyi Okowa si è schierato contro gli attacchi agli oleodotti, aggiungendo che lo Stato sta perdendo su tutti i fronti, sia a livello economico e finanziario sia ambientale, con le conseguenze dei bombardamenti ai gasdotti su agricoltura e pesca difficilmente quantificabili.

Pur chiamando i militanti “fratelli” che stanno distruggendo la propria gente. Resta il fatto che l’invito a perseguire uno “sviluppo sostenibile”, come l’ha definito il Presidente dei Concerned Niger Delta Leaders Lobiyo sembra davvero una boutade priva di riferimenti concreti. Allo stesso tempo rimangono le critiche al governo centrale di Abuja per la totale assenza di investimenti nelle infrastrutture e perché le operazioni militari contro gli Avengers hanno portato gravi conseguenze contro la popolazione civile, specialmente a Gbaramatu. Resta inoltre la questione caldissima dell’avvio dei corsi dell’Università marittima, già previsto dal programma di amnistia stipulato nel 2009. Si tratta di uno dei punti del diktat del NDA verso il governo di Abuja. Del resto è innegabile che la possibilità di formare in loco una nuova classe dirigente esperta di petrolio ed in grado di gestire direttamente le esportazioni porterebbe benefici sostanziali alle comunità locali.

GL: In che misura il ruolo delle multinazionali attive nell’area contribuisce all’instabilità della stessa?

J. Evangelista: È interessante vedere che la lista delle dieci richieste fondamentali che i Niger Delta Avengers hanno posto al governo di Buhari sono state estese anche a tutte le entità straniere operanti nell’area. È evidente che ci sia la convinzione che l’attuale condizione di inquinamento e povertà in cui verte la regione continui ad essere dovuta alle commistioni tra Abuja, la corruzione locale e il non rispetto delle regole da parte delle multinazionali.

Le grandi imprese straniere non hanno ancora provveduto alla bonifica delle aree colpite da fuoriuscite di greggio risalenti a decine di anni fa e, come ha evidenziato anche Amnesty International nel suo ultimo rapporto annuale, il governo di Buhari non le persegue penalmente. Il portavoce del NDA Mudoch Agbinibo ha fatto i nomi delle aziende contro cui intendono protrarre la lotta armata. Ha invitato Buhari a visitare Ugborodo, che ospita Chevron, Ogulagha e Bonny Island dove è presente la Shell, Ibeno (ExxonMobil) e l’oleodotto Obi Brass nello stato di Bayelsa dove c’è il terminale di esportazione di Eni Agip.

«Signor Presidente», ha scritto Agbinino, «venga a vedere di persona cosa stanno passando le comunità locali per colpa del governo e delle multinazionali». Comunque la si pensi dei sabotaggi, qualunque negoziato dovrebbe partire dal presupposto che le popolazioni del Sud e del Sud-Est della Nigeria sono stanche e totalmente sfiduciate nei confronti di Buhari. Il successore dovrà fare i conti con nuove generazioni di insoddisfatti, alimentate da coetanei della diaspora istruiti e attenti, che faranno di tutto per mettere in discussione lo status quo.



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