Misure statunitensi contro il riciclaggio in Corea del Nord: senza la Cina non danneggeranno Pyongyang Misure statunitensi contro il riciclaggio in Corea del Nord: senza la Cina non danneggeranno Pyongyang
Da tempo Pyongyang si trova nel mirino delle istituzioni che si occupano di contrasto al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo. Anche lo scorso... Misure statunitensi contro il riciclaggio in Corea del Nord: senza la Cina non danneggeranno Pyongyang

Da tempo Pyongyang si trova nel mirino delle istituzioni che si occupano di contrasto al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo. Anche lo scorso anno il GAFI (Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale) ha reiterato la segnalazione della Corea del Nord tra i Paesi che presentano un maggiore rischio per il transito di denaro sporco, considerando in particolare che la Repubblica Democratica Popolare di Corea non aderisce a nessuno dei meccanismi internazionali di prevenzione e contrasto al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo ed è estremamente reticente a fornire informazioni riguardo le proprie attività economiche e finanziarie, che appaiono – nel migliore dei casi – estremamente opache.

Nonostante non sia possibile ottenere informazioni certe sui metodi di finanziamento del regime Nord-coreano, si conosce l’esistenza in seno al governo di due uffici dedicati appositamente a “generare fondi per costruire un’economia socialista forte”1, ai quali il regime si riferisce come “fondo rivoluzionario” ma che costituiscono in realtà un fondo privato ad uso della famiglia Kim e dell’élite governante. Si tratta dell’Ufficio 38 – che si occupa dei fondi ad uso del Partito – e dell’Ufficio 39, che gestisce i fondi ad uso privato della famiglia Kim ed è il principale gestore delle attività lecite e non che vengono usate per garantire valuta straniera al sistema Nord-coreano2. Questi vengono usati tra le altre cose per comprare la lealtà dei collaboratori del regime, come d’altronde usava fare Kim-Jong Il prima di Kim-Jong Un. L’ammontare complessivo gestito dai due Uffici è incerto, ma si pensa superi i due miliardi di dollari l’anno per il solo Ufficio 393.

Nell’autunno 2009, l’Ufficio 38 era stato incorporato nell’Ufficio 39 per facilitare la gestione dei fondi. Ciononostante, a causa delle sanzioni internazionali il compito di gestire le finanze del regime divenne troppo gravoso e nel marzo dell’anno successivo vennero separati nuovamente4. Il compito dell’Ufficio 39 è principalmente quello di massimizzare i guadagni derivanti dalle miniere di zinco, agricoltura, allevamento e pesca, ma gestisce anche negozi e hotel esclusivamente per gli stranieri a Pyongyang. Nel corso degli anni passati, numerose fonti hanno confermato che parte del patrimonio del Partito gestito dai due Uffici provenisse da attività di costruzione di infrastrutture, edifici e monumenti in Africa. Esisteva ad esempio la DPRK-Rwanda Friendship Association, che formalmente promuoveva i rapporti amichevoli tra i due Paesi ma che è ragionevole presumere fosse in realtà più legata all’esportazione di armi che alla costruzione di monumenti.

Il Mansudae Art Institute – organizzazione fondata nel 1959 dedicata ad idolatrare la famiglia Kim attraverso opere d’arte e opere pubbliche – ha in passato costruito monumenti a supporto delle rivoluzioni avvenute in alcuni Paesi africani, come in Etiopia negli anni Settanta, allo scopo di creare relazioni cordiali con gli Stati socialisti. Nei primi anni del 2000 tuttavia l’istituto ha iniziato a lavorare nei Paesi africani principalmente per guadagnare valuta straniera, e non è da escludere che una sostanziosa parte delle sue opere servano a riciclare i guadagni derivanti dalla vasta gamma di attività illecite che finanziano il regime, tra cui contrabbando di sigarette, vendita di armi e produzione e esportazione di droghe. Un’altra attività lucrativa per il regime concerne l’invio all’estero di migliaia di lavoratori – qualificati e non – in Africa, ma anche in Russia e nel Medio Oriente. I salari vengono pagati direttamente allo Stato, che successivamente provvede a fornire ai lavoratori lo stretto necessario per soddisfare le proprie necessità primarie.

Gran parte delle informazioni sulle dinamiche interne ai due Uffici sono state ricavate tramite l’ausilio di disertori fuggiti dalla Corea del Nord. Si tratta di un network estremamente opaco di attività, peraltro supportate da dipendenti governativi che viaggiano all’estero allo scopo di fornire assistenza nelle attività di contrabbando. I due Uffici tuttavia conducono anche attività semi-legali, in particolare tramite una shell-corporation a direzione statale conosciuta come Daesong Group, che si occupa di esportare ginseng, pietre preziose e oro. Le sanzioni internazionali imposte al regime Nord-coreano hanno avuto un forte impatto negativo su queste attività di esportazione: se negli anni Ottanta la Kumgang Trading Co. – principale azienda di commercio d’oro del Paese e parte del Daesong Group – riusciva a vendere circa dieci tonnellate d’oro l’anno, negli ultimi anni non riesce ad esportarne più di quattro5.

Nei primi anni del duemila l’oro arrivava a Vienna e veniva venduto tramite una banca controllata dal regime chiamata Golden Star. Nel 2003, le autorità austriache accusarono la Golden Star di condurre attività illecite collegate al programma di armamenti Nord-coreano, portando alla sua chiusura l’anno successivo. In tempi più recenti dunque l’oro è stato trasportato di contrabbando in Cina, dove veniva mischiato a oro cinese (più puro) e quindi venduto. Nel 2013, molte compagnie americane confermarono di aver trovato dell’oro Nord-coreano nelle loro filiere a causa di errori nell’identificazione della fonte del metallo prezioso, fermo restando che l’importazione di materiali dalla Corea del Nord era vietata sin dal 2008.

La valuta estera ottenuta dalle vendite di oro e dalle altre attività collegate agli uffici 38 e 39 è fondamentale per la sopravvivenza del regime, dal momento che il Won – la valuta Nord-coreana – è praticamente priva di valore fuori dal Paese e che si cerca per quanto possibile di evitare il suo utilizzo anche sul territorio nazionale. La crescita della richiesta di contante è anche dovuta al crescente desiderio della privilegiata élite del Paese di usufruire di beni di consumo.

Ciononostante, la maggiore attenzione della Comunità Internazionale rispetto ai flussi finanziari e alle attività illecite della Corea del Nord hanno costretto gli uffici 38 e 39 a dare priorità alle attività tramite le quali è possibile evitare problemi legati al trasferimento di denaro. Grazie agli sforzi internazionali è diventato ancora più difficile per la Corea del Nord ricavare fondi da attività illecite. Nel corso degli scorsi anni infatti sono state intercettate numerose spedizioni di armi dalla Corea del Nord, tra cui nel 2013 un carico di munizioni nei pressi di Panama. Negli anni precedenti inoltre è stato scoperto che il regime ha perpetrato frodi assicurative e sfruttato i canali della finanza internazionale in maniera impropria e ripetuta per finanziare le proprie attività6. Si pensa dunque che Pyongyang si sia rivolta in maniera crescente alla produzione e alla vendita di metanfetamine e altre droghe7.

Le élite governanti Nord-coreane riescono in buona sostanza a trovare quasi sempre dei canali alternativi per garantire la sopravvivenza del sistema e non piegarsi alle richieste della Comunità Internazionale. In particolare il già menzionato Daesong Group è fondamentale in questa operazione, in quanto compagnia più grande del Paese che collabora e stringe partnership con istituzioni straniere, aggirando il regime sanzionatorio. Nel corso del 2014 ad esempio sono comparsi a Pyongyang un gran numero di Taxi con il logo KKG, che richiedevano – come d’altronde molti esercizi commerciali in Corea del Nord – di pagare il servizio in valuta straniera8. La compagnia di taxi KKG è il prodotto della collaborazione instauratasi tra un gruppo di investitori basato ad Hong Kong – detto Queensway Group e che rassomiglia più ad un’associazione di uomini d’affari con comprovati legami con Stati canaglia – e l’Ufficio 39 tramite il Daesong Group.

La KKG non è certo l’unica compagnia la cui proprietà è riconducibile ai leader della Corea del Nord, ma tracciare un quadro completo delle società operanti nel Paese e dal Paese è un’impresa ardua data la difficoltà nel reperire informazioni e la velocità con cui queste cambiano nome e scopo. La caratteristica che le accomuna, comunque, è il bisogno di trovare organizzazioni che gli permettano di entrare in contatto con gli altri Paesi, scopo al quale è egregiamente servito il Queensway Group. Per quanto riguarda la KKG, la sua natura è poco chiara dal momento che non ci sono registrazioni di società che corrispondano al profilo della suddetta operanti in Corea del Nord.

Un’importante informazione alla quale è stato possibile risalire tuttavia è che il contatto del Queensway Group con la Corea del Nord è stato promosso da uno dei dirigenti dell’organizzazione, conosciuto con lo pseudonimo di Sam Pa. Un’indagine condotta dal “Financial Times” ha sottolineato che Pa ha contatti – oltre che con i poteri forti di Pechino, inclusa l’intelligence cinese e importanti compagnie di proprietà dello Stato – anche con alcune grandi multinazionali occidentali, come la BP, con cui ha collaborato in Angola. Si suppone che il suo primo contatto con il regime sia avvenuto nel 2006, quando Pyongyang, sempre più isolata dal sistema finanziario globale, era alla ricerca di nuovi partner. L’anno precedente infatti il Banco Delta Asia, istituzione basata a Macau, fu accusata dagli Stati Uniti di riciclare denaro per conto del regime Nord-coreano, quasi provocando il fallimento della banca e dunque scoraggiando altri a stabilire contatti con la Repubblica Democratica Popolare9.

In questo complesso quadro che unisce operazioni illecite, lecite e nondimeno operazioni illecite condotte con mezzi regolari, l’ultimo tentativo internazionale di neutralizzare il pericolo che le operazioni economiche del regime costituiscono per la stabilità regionale e internazionale è avvenuto il 2 marzo 2016, quando il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha richiesto ai Paesi membri, con la risoluzione 2270, di interrompere tutte le relazioni con le istituzioni finanziare Nord-coreane entro un termine di novanta giorni. Inoltre, il 1° giugno scorso il Dipartimento del Tesoro statunitense ha emanato un avviso di accertamento nel quale, definendo la Repubblica Democratica Popolare di Corea una giurisdizione ad alto rischio di riciclaggio ai sensi della sezione 311 del Patriot Act10, per mezzo del Financial Crimes Enforcement Network (FinCEN) ha intrapreso delle misure speciali volte a isolare ancora di più la Corea del Nord dal sistema finanziario internazionale.

Si tratta dell’insieme di provvedimenti più severo previsto per i Paesi considerati a rischio riciclaggio dalla suddetta normativa, in quanto proibiscono sia alle istituzioni finanziarie statunitensi che a quelle di Paesi terzi che hanno rapporti con banche americane di aprire o mantenere corrispondenze con le banche Nord-coreane, oltre ovviamente a impedire l’uso di conti corrispondenti statunitensi per processare transazioni per conto di istituzioni finanziare della Repubblica Democratica Popolare. Accompagnando l’annuncio delle nuove misure, il Sottosegretario statunitense al Terrorismo e all’Intelligence Finanziaria Adam J. Szubin ha dichiarato che gli Stati Uniti, i suoi partner e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono consci della grave minaccia posta dalla Corea del Nord alla stabilità del sistema finanziario mondiale, dal momento che il regime è notoriamente non trasparente nelle sue attività anche al fine di continuare lo sviluppo illegale di armi e la proliferazione nucleare. In accordo con le recenti linee espresse dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’azione intrapresa dagli Stati Uniti è stata descritta come un considerevole avanzamento verso la completa interruzione delle relazioni bancarie con la Corea del Nord, volto non solo a spingere verso un allineamento alle richieste di disarmo e non-proliferazione, ma anche ad impedire al regime e ai suoi sostenitori di abusare delle istituzioni finanziarie globali creando instabilità a livello regionale e internazionale.

L’elemento di maggior preoccupazione, oltre all’uso di istituzioni finanziare controllate dallo Stato e società-guscio per condurre transazioni volte a supportare la proliferazione e lo sviluppo di missili balistici e armi di distruzione di massa, è il fatto che le attività finanziarie del regime sono di fatto poco controllabili, in quanto il Paese non aderisce a nessuno dei meccanismi internazionali di prevenzione e contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo. Quello Nord-coreano è – come descritto – un sistema chiuso ed estremamente autoreferenziale, in cui dilaga la corruzione di ufficiali e funzionari a supporto delle attività promosse dal Governo. In questo contesto, unitamente ai netti rifiuti di collaborazione anche minima da parte del regime, è praticamente impossibile per le istituzioni internazionali operare gli opportuni controlli di compliance e trasparenza.

Le misure prese sono state non a caso annunciate a breve distanza dal summit di Pechino tra USA e Cina. Si può verosimilmente pensare che questa coincidenza temporale sia anche una maniera per spingere la Cina ad esplicitare ed interrompere i propri legami con il regime Nord-coreano. La maggior parte delle banche e delle istituzioni che saranno direttamente o indirettamente colpite dalle nuove misure statunitensi infatti – quelle che in buona sostanza fanno da “ponte” tra istituti americani e Nord-coreani – sono cinesi. Nondimeno, il dettato delle nuove norme prescrive che qualsiasi banca che intenda avere rapporti con le istituzioni statunitensi dovrà non solo interrompere i propri contatti con la Corea del Nord ma anche fare in modo di non avere relazioni in alcuna forma con banche terze che potrebbero essere in qualche modo collegate con la Repubblica Democratica Popolare.

Il messaggio sembra almeno in apparenza essere stato recepito da Pechino che, alla vigilia dell’incontro annuale tra gli ufficiali americani e cinesi riguardo a questioni strategiche ed economiche ha fatto sapere che parteciperà pienamente all’attuazione delle misure in parola11. Nonostante questo, permangono alcune riserve dettate non solo dalla strategia regionale a geometria variabile della Cina, che è già stata in precedenza invitata più volte ad interrompere i propri legami con Pyongyang, ma anche dalla reale volontà degli Stati Uniti di applicare eventuali sanzioni severe a Pechino. È ragionevole pensare infatti che se la rigidità dei provvedimenti fosse la medesima applicata a Cuba o all’Iran, le aziende cinesi dovrebbero tendere alla cooperazione. È lecito dubitare tuttavia della reale intenzione degli USA di ricorrere a misure così severe nei confronti di quello che rimane un fondamentale partner economico e la più grande potenza asiatica.

In che misura il Regime di Kim Jong-un sarà colpito da questi provvedimenti è dunque una questione incerta. A causa delle sanzioni già gravanti sul Paese, come già spiegato l’economia Nord-coreana dipende in larga misura dal contante e tende a trasferire fondi in maniera informale in particolare con l’ausilio degli Uffici 38 e 39. Quanto le banche del regime saranno colpite dalle nuove interdizioni e quanto questo potrebbe essere efficace contro la leadership del Paese non è chiaro. Ciò che è certo è però che si tratta di una strategia che impedisce alla Corea del Nord di implementare qualsiasi piano di lungo periodo per la sopravvivenza economica, a meno che non accondiscenda infine al disarmo e all’adozione delle riforme richieste dalla comunità internazionale12.

È anche vero tuttavia che Pyongyang è ormai abituata a sopravvivere nel breve e medio periodo sotto regime sanzionatorio, reinventando le proprie istituzioni economiche e finanziarie, anche a livello informale. Per questa ragione non è detto che la maggiore severità delle ultime misure possa costituire una reale spinta al cambiamento. Anche un provvedimento di questa entità potrebbe essere aggirato a causa dei rapporti “fiduciari” e di corruzione su cui si basa il potere dell’élite Nord-coreana, inoltre molte delle piccole banche regionali che hanno rapporti con Pyongyang non effettuano transazioni in dollari o potrebbero aiutare le istituzioni Nord-coreane a mascherare le transazioni, così come è possibile per il regime continuare comprare la collaborazione di colletti bianchi fuori dal Paese13.

Ammesso un elevato grado di incertezza dovuto a questi ultimi fattori, l’ago della bilancia che determinerà quanto saranno efficaci le nuove misure è dunque Pechino, unitamente all’importanza relativa che gli Stati Uniti daranno all’applicare effettivamente eventuali sanzioni, a costo di interrompere i contatti con le imprese cinesi che dovessero trasgredire. Vale la pena notare che a ridosso della manifestazione di disponibilità ad ottemperare alle decisioni prese a livello internazionale contro il regime, durante la visita de Vicedirettore per le relazioni internazionali del Partito dei Lavoratori di Corea, il Presidente Xi Jinping ha enfatizzato l’importanza di legami amichevoli tra i due Paesi14, sollevando vivi dubbi sull’efficacia della strategia statunitense che rischia di risultare infine l’ennesimo vano tentativo di forzare la leadership della Repubblica Democratica Popolare coreana all’allineamento con le norme internazionali.

NOTE:

Valentina Gullo è ricercatrice associata del programma «Asia-Pacifico» dell'IsAG.

1. Alastair Gale, Defectors Detail How North Korea's Office 39 Feeds Leader's Slush Fund, The Wall Street Journal, 15 settembre 2014.
2. North Korea Leadership Watch, Third Floor, 18 ottobre 2012.
3. Alastair Gale, op. cit.
4. North Korea Leadership Watch, The Restoration of Office #38, 22 giugno 2010.
5. Alastair Gale, op. cit.
6. Blaine Harden, Global Insurance Fraud By North Korea Outlined, Washington Post Foreign Service, 18 giugno 2009.
7. Alastair Gale, op. cit.
8. Tom Burgis, North Korea: The secrets of Office 39, Financial Times, 25 giugno 2015.
9. Tom Burgis, op. cit.
10. U.S. Department of the Treasury, Treasury Takes Actions To Further Restrict North Korea's Access to The U.S. Financial System, 1 giugno 2016.
11. Tom Burgis, op. cit.
12. FreeKorea.US, The evidence of China’s compliance with North Korea sanctions is still mixed, 6 luglio 2016.
13. Choson Exchange, Treasury slaps a 311 on DPRK, 1 giugno 2016.
14. John Power, Will US Money-Laundering Designation Hurt North Korea?, The Diplomat, 3 giugno 2016.


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