La valenza strategica dell’Artico La valenza strategica dell’Artico
Le principali rotte di volo per le forze aerospaziali del blocco sovietico e degli Stati Uniti, durante la guerra fredda, furono identificate attraverso il... La valenza strategica dell’Artico

Le principali rotte di volo per le forze aerospaziali del blocco sovietico e degli Stati Uniti, durante la guerra fredda, furono identificate attraverso il Polo Nord. Ancora oggi, la traiettoria sopra l’Artico è la via più breve per collegare i territori statunitensi con quelli russi. Con il termine operazioni globali aerospaziali, ci riferiamo alla capacità di colpire obiettivi attraverso sistemi d’arma che provengono dallo spazio esterno. Dal 1960 ad oggi, le traiettorie di volo per i missili balistici intercontinentali (ICBM) e lanciati da sottomarini (SLBM) degli Stati Uniti cosi come quelli russi, passano sopra l’Artico, considerato il principale settore strategico aerospaziale.

Tralasciando lo scenario ipersonico ed il concetto di attacco globale rapido statunitense, soffermiamoci sulle capacità attuali delle forze nucleari strategiche. Appare evidente, considerando il tempo di volo di attacco, che proprio l’Artico diverrebbe il principale teatro operativo. Parliamo di uno scenario da First Strike, ovvero lancio preventivo di testate nucleari contro un paese X.

Sebbene unità navali e bombardieri strategici possano lanciare i loro missili da crociera ad alta precisione sopra l’artico, appare improbabile che il primo e determinante attacco volto a decapitare la linea decisionale nemica, possa essere affidata a tali asset. Sarà, invece, la componente sottomarina strategica a lanciare dalle profondità (120 metri). Sebbene la triplice capacità strategica di Usa e Russia, conferisca diverse opzioni d’attacco, è un retaggio della guerra fredda che non tiene conto di un asset moderno. La stessa definizione di potenza scalabile è meramente teorica: l’impiego di testate nucleari tattiche a bassa resa esplosiva sarebbe inverosimile sia in caso di attacco preventivo che come arma di rappresaglia localizzata. Così come le palesi simmetrie di un asset fisso, come quello rappresentato dai missili balistici intercontinentali riposti nei silos. Ostaggio della loro stessa geo-localizzazione, verrebbero rilevati dalla rete satellitare già nella fase di spinta. L’impiego della componente fissa potrebbe comportare una risposta nucleare prima ancora che il missile raggiunga il bersaglio. La sua posizione, negli scenari del futuro, è il principale nemico della componente strategica terrestre in un attacco preventivo. Senza considerare, infine, la possibile traiettoria balistica di attacco che potrebbe innescare una risposta nucleare non voluta di un terzo paese, a seguito della violazione dello spazio aereo sovrano. Ecco perché il valore militare e politico della regione artica assume un’immensa valenza strategica. Ciò è dimostrato dal fatto che i pattugliamenti artici dei boomer della US Navy non si sono mai conclusi, mentre da alcuni mesi sono ripresi quelli inglesi (per effetto della ridondanza, gli USA hanno sempre otto Ohio in mare sui 14 disponibili, nel 2020, la Russia avrà quindici sottomarini lanciamissili balistici con la classe Borei e Delfin). Mosca ha già avviato un’attività sistematica volte a rafforzare la propria presenza militare nella regione. Il dispiegamento di truppe russe nell’Artico è iniziato nel dicembre del 2012, con l’invio di unità di guerra elettronica mentre presso la città di Vortuka, a nord del circolo polare, sono iniziati i lavori per la costruzione della rete radar. La Russia prevede di completare la rete di rilevazione radar artica entro il 2018. Risultano già attivi i radar classe Voronezh (seimila chilometri di scoperta con capacità di tracciare simultaneamente 500 target), interfacciati alla rete Voronezh che sostituirà gli obsoleti sistemi classe Dnepr e Daryal. Il disegno di Mosca prevede anche un radar di difesa aerea completamente automatizzato, interfacciato con gli S/300 –S/400, in grado di rilevare ogni tipo di minaccia, compresi missili da crociera e velivoli senza pilota, ad una distanza massima di 3 000 chilometri. Il radar di allarme precoce automatizzato, soprannominato “Container”, permetterà di coprire la maggior parte dell’Europa. In totale, i russi prevedono di realizzare o riattivare nell’Artico 13 campi di aviazione e dieci aree di supporto per il tracciamento radar. L’infrastruttura militare dell’Artico è alle dipendenze della Flotta del Nord, sebbene sia stata strutturata su una linea di comando più maneggevole per far fronte alle attività connesse nel campo aerospaziale. Appare evidente quanto il rafforzamento della presenza militare russa nella regione artica, passi dal ripristino del campo radar come, ad esempio, quello riattivato a Wrangel Island e Cape Schmidt, già in allerta da combattimento. Con le basi nella regione artica, la Russia sarà in grado sia di sfruttare le risorse nel sottosuolo che di monitorare le rotte strategiche. Così facendo, Mosca proteggerà il suo accesso alle potenziali risorse e ritornerà ad avere un ruolo principale nell’equilibrio militare tra le super potenze. Qualsiasi scenario nucleare riguarderà l’Artico dal momento che è il percorso di volo più breve tra i due paesi. E così, la militarizzazione dell’Artico, con la costruzione di nuove basi o il riutilizzo dei vecchi impianti sovietici, rimarrà una delle priorità della leadership russa nei prossimi anni. L’attività si concentrerà principalmente sul teatro sottomarino, con l’interdizione delle aree ai vettori nemici. Operazioni, quindi, volte a monitorare e controllare le mosse di altre potenze militari nella regione nella strategia anti-access area-denial (A2AD). Proprio nella acque territoriali della regione artica, Mosca sta sviluppando una rete sonar in grado di monitorare i segnali acustici in immersione ed in superficie, trasmettendo le informazioni ad un centro di controllo a terra via satellite. Secondo le specifiche diramate dalla Almaz Antey, la rete sonar sarà testata nel 2017 e coprirà centinaia di chilometri quadrati. Potrebbe trattarsi di un’evoluzione della rete SOSUS, utilizzata alla fine degli anni ’60 dalla US Navy per monitorare i sottomarini sovietici. SOSUS è ancora operativo nel GIUK gap, braccio di mare tra la Groenlandia, l’Islanda ed il Regno Unito e nell’Oceano Pacifico. Il Sound Surveillance System, sistema di rilevazione acustica progettato dagli Stati Uniti, è alla base dell’Underwater Great Wall Project cinese, per la realizzazione di una rete di sensori navali che potrebbero erodere in modo significativo il vantaggio tattico in una guerra sottomarina. L’Underwater Great Wall Project è stato progettato per controllare l’attività nel Mar Cinese Meridionale rivendicato da Pechino. Gli Stati Uniti ripongono fiducia nel programma Upward Falling Payloads della DARPA. Secondo le specifiche, conferirebbe agli USA la capacità di disporre di una flotta di droni kamikaze nelle griglie di tutto il pianeta. Il primo rischieramento è previsto proprio nell’Artico. Rilasciato da un vettore, il modulo di protezione con all’interno il drone scende in profondità, ancorandosi al fondale. L’UFP comunica la sua posizione costantemente ed entra in stand-by con un’autonomia (stimata) di anni. Quando necessario, i militari attiverebbero l’UFP: dalle profondità del mare, emergerebbe un drone (o sciami) in grado di volare e colpire un nemico. In realtà, l’UFP è stato concepito come un guscio protettivo per svariati carichi utili, come ad esempio sistemi d’armi di diversa natura incapsulati al suo interno o per missioni di Intelligence, Surveillance and Reconnaissance (ISR). L’Upward Falling Payloads americano nasce in risposta agli ultimi droni sottomarini russi in grado di immergersi fino a seimila metri. Il Klavesin-2R-PM, dimostratore tecnologico della futura flotta Autonomous Underwater Vehicle russa, è lungo 6,5 m, 1 metro di diametro e ha un peso di 3,7 tonnellate. E’ in grado di operare ad una portata massima di 50 km dalla nave madre. La profondità del mare sotto il Polo Nord è di 4261 metri. I Klavesin, due quelli fino ad oggi realizzati, sembrano trarre ispirazione dall’eccellente disegno idrodinamico del Progetto 971. Possono essere armati.

NOTE:

Franco Iacch, analista militare, accreditato presso la NATO, ha maturato un’esperienza decennale nel campo della Difesa con i rischieramenti militari dell'Alleanza sia in Italia che all'estero. Collabora con diversi think tank in materia di sicurezza internazionale.


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