Geopolitica dello sport: la seconda Guerra Fredda tra Russia e Occidente Geopolitica dello sport: la seconda Guerra Fredda tra Russia e Occidente
L’apertura dei Giochi olimpici che stanno avendo luogo in questi giorni a Rio de Janeiro è stata contrassegnata da una serie ben nota di... Geopolitica dello sport: la seconda Guerra Fredda tra Russia e Occidente

L’apertura dei Giochi olimpici che stanno avendo luogo in questi giorni a Rio de Janeiro è stata contrassegnata da una serie ben nota di polemiche: a tenere banco sono state infatti non solo le proteste della popolazione brasiliana ed i notevoli ritardi che hanno interessato l’organizzazione e la funzionalità delle strutture, ma soprattutto la vicenda del doping che ha coinvolto l’équipe russa di atletica leggera, accusata già nel novembre 2015 dalla World Anti-Doping Association (WADA) della presunta assunzione di sostanze dopanti da parte di un certo numero di tesserati.

Lo scandalo è andato poi allargandosi a macchia d’olio nei mesi successivi, quando il report a firma di Richard McLaren, diffuso in luglio dalla WADA, ha messo in discussione i risultati sportivi ottenuti dalla Russia nelle Olimpiadi invernali di Soči 2014,  accusando Mosca non solo di aver falsificato le provette al fine di alterare il risultato dei controlli, ma addirittura imputando la grave connivenza del Ministro dello Sport Vitalij Mutko, con la partecipazione straordinaria dell’FSB, i servizi di sicurezza russi, nella gestione di tutta l’operazione1. Un vero e proprio caso di “doping di Stato”, in virtù del quale l’intera squadra olimpica russa ha rischiato fino all’ultimo di non partecipare ai Giochi di Rio de Janeiro, nonché la Russia stessa di essere privata dell’organizzazione dei mondiali di calcio già assegnatale dalla FIFA per il 2018 (entrambe ipotesi alla fine scongiurate). Tuttavia questi avvenimenti, se non esclusivamente ricondotti, possono essere almeno analizzati in un quadro d’insieme che ha ben poco a che fare con ragioni meramente sportive.

La “strategia sportiva” di Putin: il ruolo dello Stato e l’immagine russa nel mondo

I grandi totalitarismi del Novecento intuirono e si giovarono per primi dei benefici derivanti dall’organizzazione di eventi sportivi di portata internazionale: si pensi ai Mondiali di calcio ospitati dall’Italia fascista nel 1934 ed alla storica edizione delle Olimpiadi del 1936, organizzate dalla Germania hitleriana. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, anche l’Argentina della giunta militare nel 1978, la rinnovata Spagna post-franchista del 1982 e l’Unione Sovietica nel 1980 hanno approfittato dell’assegnazione dell’organizzazione di questi eventi internazionali per attirare investimenti, appaltare la costruzione di nuove infrastrutture e, soprattutto, ricevere attenzioni mediatiche fornendo al mondo una chiara prova di forza nei termini di immagine e prestigio internazionali. Non è quindi un caso che recentemente alcuni Paesi in via di sviluppo, che ambiscono ad un ruolo internazionale di maggior peso, si siano mossi o si stiano muovendo in tale direzione: si pensi al Brasile (Paese ospitante i mondiali di calcio nel 2014 e appunto le Olimpiadi in corso), al Sudafrica (Mondiali di calcio 2010) ed alla Cina (che ha ospitato le Olimpiadi del 2008 tenutesi a Pechino).

In questo contesto, dopo aver riacquisito un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale, la Russia di Vladimir Putin non poteva certo restare ai margini. Negli ultimi dieci anni, Mosca è riuscita innanzitutto ad attuare una vera e propria “geopolitica dello sport” basata sull’organizzazione di eventi di primaria importanza congiuntamente all’ingresso di grandi brands russi nei giri d’affari più remunerativi riguardanti l’intrattenimento sportivo europeo. Tutto ciò non risponde solo a criteri di redditività economica: la Russia, in questo modo, ha soprattutto cercato di rilanciare la propria immagine internazionale come Paese moderno, dinamico ed efficiente, lontano dalle ristrettezze dell’era El’cin, dotandosi di infrastrutture moderne e funzionali e tentando di scrostare quella patina di arretratezza e grigiore sovietico ancora dura a morire nell’immaginario collettivo occidentale. Il magnate della Sibneft, Roman Abramovič, ha aperto la strada nel 2003 con l’acquisto del pacchetto di maggioranza del Chelsea Football Club, diventato così il primo club “russo” d’Europa. Successivamente, il colosso energetico Gazprom è riuscito a farsi largo nel mondo dello sport europeo sponsorizzando diversi club in numerose competizioni sportive in tanti Paesi europei sino a siglare, nel 2012, un accordo di partenariato con la UEFA Champions League, la massima competizione calcistica del continente2.

Tra il 2013 e il 2018 sono state pianificate in Russia ben otto competizioni sportive di livello internazionale. Tra quelle già disputate, si segnalano i Mondiali di Atletica di Mosca nel 2013, lo svolgimento a Soči delle Olimpiadi invernali del 2014 e del Gran Premio di Formula Uno (quest’ultimo per la prima volta nella storia avvenuto in Russia), i Mondiali di nuoto di Kazan’ del 2015 e i Mondiali di hockey 2016. Tra le manifestazioni in calendario, l’attenzione è tutta puntata sui Mondiali di calcio del 2018. Considerati gli ingenti investimenti pubblici stanziati per finanziare l’organizzazione di queste rassegne, nonché il tempo trascorso dall’ultimo evento organizzato a queste latitudini (i Goodwill Games di Mosca del 1986, allora URSS in piena perestrojka),  appare del tutto evidente che ci si trova di fronte ad una volontà precisa, di recente definita come la “strategia sportiva” di Vladimir Putin3. Attraverso la leva dello sport, il Cremlino ha cercato di esercitare un proprio soft power per poter affermare lo status della Russia presso la comunità internazionale e mantenere i consensi del suo elettorato interno, oltre a tentare di coinvolgere nel discorso nazionale alcuni centri culturalmente e geograficamente distanti da Mosca e Pietroburgo: esemplare in tal senso la scelta di puntare su Soči e Kazan’, ossia sul Caucaso e sul Tatarstan, rispettivamente per le Olimpiadi invernali 2014 e i Mondiali di nuoto 2015.

Lo scandalo FIFA e le Olimpiad di Soči: la risposta USA alla Sports Strategy di Putin

Se da una parte lo sport riesce senza dubbio a catalizzare la voglia di dimostrare al mondo il prestigio di un Paese, dall’altra può rappresentare una ghiotta opportunità per screditare quella realtà stessa da parte dei suoi competitors. Un caso paradigmatico è rappresentato dalle Olimpiadi di Mosca del 1980: nel 1975 il Comitato Olimpico Internazionale (COI) decretò l’assegnazione delle Olimpiadi all’Unione Sovietica anziché agli USA, una decisione che preoccupò non poco i vertici statunitensi. Gli USA decisero alla fine di boicottare la manifestazione insieme ad altri 64 Paesi, creando un notevole danno di immagine all’intero evento. La causa di tale decisione era l’invasione sovietica dell’Afghanistan, considerata illegittima dal blocco NATO, ma la partita in gioco era più in generale la capacità di mostrarsi al mondo intero come capaci di vincere la Guerra Fredda sul piano della propaganda, dell’immagine, della credibilità presso l’opinione pubblica mondiale.

Questa tipologia di scontro sembra oggi perpetuarsi sullo sfondo delle scelte rivoluzionarie compiute recentemente non solo dal COI, ma soprattutto dalla FIFA: dopo aver scelto Francia, Corea del Sud/Giappone e Germania come sede degli ultimi mondiali, l’ex-presidente Joseph Blatter aveva infatti rivisitato completamente i contorni geopolitici del calcio globale, assegnando l’organizzazione delle successive competizioni a Sudafrica, Brasile, Russia e Qatar, dando così una importante chance a tre Paesi del gruppo BRICS. Lo scandalo che ha coinvolto la FIFA nel 2015, culminato proprio con le dimissioni di Blatter, ha avuto origine da un’indagine condotta dell’FBI riguardante l’assegnazione dell’organizzazione delle competizioni a Russia e Qatar4. Va ricordato che la Russia, nella votazione di Zurigo del 2010, aveva regolarmente battuto la concorrenza dell’Inghilterra per l’organizzazione del mondiale del 2018, mentre il Qatar era stato preferito direttamente agli Stati Uniti d’America per il 2022. Dopo lo scandalo FIFA, l’inizio della guerra civile ucraina e la questione della Crimea, dagli USA è arrivata la proposta di escludere la Russia evocando le sanzioni applicate alla Jugoslavia in occasione del Campionato Europeo di calcio del 19925. Anche l’ex Vice Primo ministro britannico Nick Clegg si è detto dello stesso avviso, ben conscio del potere mediatico generato da questo genere di iniziative: privare la Russia del diritto ad organizzare competizioni sportive avrebbe rappresentato, secondo Clegg, «una potente sanzione politica e simbolica»6. Il mondo occidentale (più precisamente anglosassone), ha dunque risposto all’ambizione di Mosca portando il discorso sul piano della liceità morale: un Paese corrotto, non democratico e imperialista, secondo Washington e Londra non può fregiarsi dell’onore di ospitare un evento di tale portata.

Questo modus operandi si riscontra non solo nell’analisi dello scandalo FIFA, ma anche in occasione delle Olimpiadi invernali del 2014 tenutesi a Soči. L’evento-vetrina per la nuova Russia di Vladimir Putin fu allora fortemente oscurato in parte dalla vicenda delle “Pussy Riot” (le cantanti arrestate per un’esibizione blasfema nella Cattedrale di Mosca, oggi forse dimenticate ma due anni fa tenute sulla cresta dell’onda dai mass media in quanto presentate come “artiste dissidenti”), e soprattutto dalle proteste occidentali riguardanti le leggi anti-propaganda omosessuale varate dal governo russo. Anche in questo caso, l’Occidente ha utilizzato con molta disinvoltura argomenti che esulano completamente dallo sport per screditare le Olimpiadi invernali in Russia: il presidente USA Barack Obama decise ad esempio di non presenziare alla cerimonia di apertura in segno di vicinanza alla comunità LGBT7, mentre il Segretario di Stato Clinton non lesinò complimenti alle «forti e coraggiose»8 pop-star russe, in seguito appunto cadute quasi nell’oblio perché comprensibilmente giudicate incapaci di giocare a lungo il ruolo di vestali della libertà intellettuale contro la tirannide del Cremlino. In occasione delle Olimpiadi di Soči, Washington ha in definitiva giocato la carta della delegittimazione ideologica, ergendosi in particolare a difesa dei diritti degli omosessuali, nonostante, a ben vedere, alcune leggi ancora più severe contro questa categoria siano rimaste in vigore sino a pochissimi anni fa in diversi Stati USA e l’omofobia non rappresenti certo un marchio di fabbrica esclusivamente russo: non ne risulta essere per nulla esente neanche oggi il tessuto sociale statunitense9.

Lo schema che si è osservato a Soči sembra essere il medesimo già descritto per le Olimpiadi di Mosca, con la sola differenza che nel 1980 il pomo geopolitico della discordia era rappresentato dall’invasione sovietica dell’Afghanistan e nel 2014 dalla crisi ucraina. Da un lato Mosca ha cioè cercato di sfruttare l’evento sportivo a mo’ di vetrina per consolidare la sua immagine presso i simpatizzanti e migliorarla presso gli scettici e i critici, dall’altro alcuni temi particolarmente sensibili sono stati amplificati e strumentalizzati dagli USA attraverso scandali, campagne mediatiche e inchieste sulla cui neutralità è lecito nutrire più di un dubbio.

Dalle inchieste WADA di Rio de Janeiro alla scommessa dei Mondiali di calcio 2018

Come detto in apertura, lo scandalo che ha investito l’atletica leggera a partire dal novembre 2015 ha messo a serio rischio la partecipazione dell’intera squadra russa alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. La requisitoria del report McLaren diffuso dalla WADA appare molto forte e circostanziata: la Russia viene accusata di avere alterato le provette prelevate ai controlli in occasione di Soči 2014, di irregolarità strutturali nei laboratori dove avvenivano i test, il tutto con la connivenza del Ministero dello Sport e dei servizi segreti. Il mito della competizione e della pobeda (la “vittoria” allo stesso tempo agonistica e ideologica) da raggiungere a tutti i costi e con tutti i mezzi, è in verità un retaggio del passato sovietico, ma si presta molto bene come componente aggiuntiva alla “strategia sportiva” di Putin descritta in precedenza. Il Presidente russo, per parte sua, non ha avuto remore nel definire le indagini contro la Russia una chiara forma di «ingerenza della politica nello sport». Secondo Putin, «le modalità cambiano, ma la sostanza rimane la stessa: fare dello sport uno strumento di pressione geopolitica, tentando di screditare popoli e Paesi»10.

Se da un lato non è difficile constatare la contraddittorietà di certe dichiarazioni della Russia (è infatti Mosca stessa a fare dello sport uno strumento di soft power), dall’altro numerosi elementi mettono seriamente in dubbio la neutralità delle pesanti accuse che le vengono rivolte. Un primo indizio è dato dalla natura stessa della WADA, che dovrebbe rappresentare un organo super partes e indipendente. In realtà, come risulta pubblicamente da fonti ufficiali, questa organizzazione è finanziata per metà dal COI e per l’altra metà da fondi governativi provenienti principalmente da USA, Canada, Giappone e dal Consiglio d’Europa, cioè dai Paesi occidentali che hanno i maggiori attriti con la Russia su un ampio ventaglio di questioni: dal dossier ucraino a quello siriano, dalla disputa sull’Artico a quella delle isole  Kurili11.

Ma ciò che sembra davvero minare l’indipendenza del rapporto McLaren pubblicato dalla WADA, sono soprattutto le documentate e pressanti ingerenze dell’USADA (United States Anti Doping Association) e del CCES (Canadian Centre for Ethics in Sports), organizzazioni di monitoraggio anti-doping che operano solo negli Stati Uniti e Canada, che non hanno quindi nessuna giurisdizione sui tesserati di altre federazioni, ma che hanno ugualmente suggerito, addirittura con alcuni giorni di anticipo rispetto alla pubblicazione del report McLaren, alla WADA medesima l’applicazione del principio di responsabilità collettiva per escludere l’intera squadra russa dalle competizioni12. Piuttosto lecita la domanda posta dal presidente del Comitato Olimpico Russo Aleksandr Žukov: «Com’è possibile che queste organizzazioni siano venute a conoscenza del contenuto del rapporto ancor prima della sua pubblicazione?»13. La risposta è tutta nelle dichiarazioni di Nenad Lalovic, membro della WADA, che non ha esitato a rivelare che, tra i documenti allegati alle centinaia di pagine redatte da McLaren, vi era anche una lettera destinata ai vertici del COI firmata dal presidente dell’USADA, Travis Tygart, tramite la quale è stata suggerita l’esclusione dell’intera squadra russa: «L’USADA dovrebbe preoccuparsi della salute degli atleti americani e di chi gareggia negli USA» ha aggiunto Lalovic, sostenendo che «la USADA e la CCES si stanno occupando, senza autorizzazione alcuna, di casi la cui risoluzione spetta unicamente alla WADA»14. Pur non volendo entrare nel merito dell’obiettività e della professionalità con le quali le indagini sono state condotte, non è difficile notare come questi enti abbiano senz’altro tentato, attraverso queste proposte sanzionatorie (peraltro, non richieste) di influenzare il verdetto finale.

Infine, i vertici WADA hanno reagito in modo molto contrariato alla notizia della parziale riabilitazione della squadra russa avvenuta per effetto della sentenza finale del COI: considerato che la WADA è finanziata appunto in parte dallo stesso COI e in parte dai governi occidentali, sarebbe ingenuo non vedere in tale reazione l’eco delle pressioni politiche di detti governi, che non sono evidentemente riusciti nell’intento di esclusione totale della Russia15. Naturalmente, esula qui dalle nostre competenze stabilire quanti e quali atleti russi abbiano realmente fatto uso di sostanze dopanti: quello che sul piano delle relazioni internazionali appare necessario sottolineare è però il tentativo di mettere sul banco degli imputati un intero Paese – cioè la totalità degli atleti e con loro il governo della Federazione Russa –  attraverso procedure che rivelano quantomeno conflitti di interesse e dubbia imparzialità dei soggetti deputati a indagare.

In questo clima in cui, nonostante le rassicurazioni del nuovo presidente FIFA Gianni Infantino, lo sport sembra essere un’arma decisiva di questa nuova Guerra Fredda tra Russia e Occidente, Mosca si appresta ad ultimare le opere infrastrutturali necessarie per ospitare il mondiale del 2018 e la Confederations Cup del prossimo anno, eventi che impegneranno soltanto la parte europea del Paese, da Kaliningrad ad Ekaterinburg. A dispetto dei proclami iniziali, il crollo del prezzo del petrolio e la svalutazione del rublo hanno però dimezzato il budget disponibile (da 19 miliardi di dollari nel 2018, agli odierni 8,216), il che certamente comporterà dei tagli ad alcuni investimenti annunciati.

La Russia di Putin, dopo aver riacquisito prestigio e potere nella politica estera in senso proprio, cerca ancora una importante legittimazione da un punto di vista mediatico sia pur nelle difficoltà finanziarie che sta attraversando. I Mondiali di calcio rappresentano in questo senso un’altra occasione per consacrarsi e proporsi al mondo in eguale dignità, se non addirittura come modello alternativo, rispetto al sistema economico, politico e culturale occidentale. È prevedibile sin d’ora che nuove polemiche, accuse e dispute accompagneranno l’organizzazione e lo svolgimento di Russia 2018, a conferma che nella società di immagine del XXI secolo le contese geopolitiche si giocano e si vincono anche e soprattutto sul terreno, decisamente poco “sportivo”, della guerra d’informazione e della delegittimazione ideologica dell’avversario.

NOTE:

Giannicola Saldutti è Ricercatore Associato del Programma “Eurasia” dell’IsAG.

1. R. McLaren, Wada Investigations of Sochi Allegations, 2016, p. 1.
2. Gazprom to join as Official Partner of the UEFA Champions League, «Uefa.org», 9 July, 2012.
3. Septimus Knox, Vladimir Putin’s Sports Strategy is in Tatters after Russia Rio Ban, «Newsweek», 28 July, 2016.
4. Scandalo FIFA, il capo dell’FBI: “Questo è solo l’inizio", «RaiNews», 27 maggio, 2015.
5. Timothy Heritage, Dmitriy Rogovitskiy, Putin’s goal is to showcase Russia at 2018 World Cup, «Reuters», 14 July, 2014.
6. David McArdle, Boycott Russia 2018 World Cup? Not if the West Really Wants to Punish Putin, «Futblograd.com», 10 August, 2014.
7. Jennifer Epstein, Obama explains Sochi absence, «Politico», 2 June, 2014.
8. Hillary Clinton Praises Pussy Riot As “Strong and Brave”, «Billboard», 4 September, 2014.
9. How the Homophobic Climate in the United States Affects GLBTQ Youth, Advocates for Youth.
10. Zajavlenie v svjazi s dokladom Komissii Vsemirnogo antidopingovogo agentstva, «President Rossii», 18 luglio, 2016.
11. Funding by goverments, «Wada-ama.org».
12. Exclusive: NADOs, some athletes want total Russia ban if doping report damning, «Reuters», 16 July, 2016.
13. Žukov obvinil USADA i CCES v sozdanii koalicii protiv rossijskich atletov, «RIA Novosti», 18 luglio, 2016.
14. Karolos Grohmann, McLaren report weakened by leaked letter, says WADA board member, «Reuters», 17 July, 2016.
15. WADA razočarovana rešeniem MOK po dopusku rossijskoj sbornoj, «Argumenty i Fakty», 25 luglio, 2016.
16. Marcello De Bonis, La coppa del mondo 2018 terreno di scontro tra Russia e Occidente, «Limes», 2016, p. 151.


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