Verso un solo passaporto per l’Unione Africana Verso un solo passaporto per l’Unione Africana
In Africa soffiano i venti del panafricanismo. Nel corso del ventisettesimo summit dell’Unione Africana – tenutosi a Kigali, in Rwanda, agli inizi dello scorso... Verso un solo passaporto per l’Unione Africana

In Africa soffiano i venti del panafricanismo. Nel corso del ventisettesimo summit dell’Unione Africana – tenutosi a Kigali, in Rwanda, agli inizi dello scorso luglio – l’Assemblea Generale ha lanciato la dirompente iniziativa del passaporto unico per tutti i cinquantaquattro Stati membri. L’emissione di questo nuovo documento segue le indicazioni dell’Agenda 2063 che, per esaudire le proprie aspirazioni, ha chiamato all’azione la Commissione africana e gli Stati membri, incoraggiandoli a costruire entro il 2018 un regime di libera circolazione per i propri cittadini. L’Unione Africana che ha scritto l’Agenda 2063 trascende la ricerca di mere soluzioni economiche, per volgere lo sguardo verso una realtà unita e integrata sotto ogni punto di vista.

Nel corso del diciannovesimo summit dell’Unione Africana, tenutosi ad Addis Abeba tra il 21 e il 31 gennaio del 2014, fu entusiasticamente presentata l’Agenda 2063. Si tratta più di un mero documento programmatico, perché l’Agenda 2063 è considerata un vero e proprio “approccio” rispetto al quale il continente africano, imparando dalle lezioni del passato, dovrebbe essere in grado di inseguire il progresso e sfruttare tutte le opportunità che gli si presentano nel breve e nel medio termine, favorendo una positiva trasformazione del contesto socio-economico nell’arco dei successivi cinquant’anni. Questa roadmap trasuda l’essenza del panafricanismo1, quel senso di unità, di integrazione e di solidarietà che era stato uno dei tratti distintivi nei trionfi del XX secolo.

L’Agenda 2063 descrive un quadro particolarmente denso delle proprie aspirazioni, volgendo verso il sommo desiderio/obiettivo di condividere la prosperità e il benessere, in nome dell’unità e dell’integrazione, per un continente di cittadini liberi, dove il potenziale di ogni donna e di ogni giovane possa realizzarsi. Le “aspirations” individuate dai redattori del documento sono sette e da ognuna di esse traspaiono le più tipiche visioni delle grandi carte, che richiamano il rispetto dei diritti umani, della democrazia e del ruolo della legge (aspiration 3 – punti 27-31), il mantenimento della pace e la preservazione della sicurezza (aspiration 4 – punti 31-39), il sostegno alle iniziative in favore dello sviluppo sostenibile (aspiration 1 – punti 9-18) e delle pari opportunità per tutti (aspiration 6 – punti 47-58), la spinta per la good governance e la partnership globale (aspiration 7 – punti 59-63). Allo stesso tempo, forte è stato ovviamente il richiamo ai valori culturali e all’eredità comune dei popoli africani (aspiration 5 – punti40-46), nonché al panafricanismo (aspiration 2 – punti 19-26)2.

Il desiderio di costruire un continente integrato, politicamente unito, fondato sugli ideali del panafricanismo e del Rinascimento africano si è tradotto, tra le altre cose, nell’esigenza di favorire la libera circolazione delle persone, dei capitali, dei beni e dei servizi (aspiration 2 – punto 24). L’idea della libera circolazione non è nuova nel contesto africano. Nell’aprile del 1990 fu abbozzato il Piano di azione per lo sviluppo economico in Africa (1980-2000), meglio noto come Piano di Lagos. L’Atto finale del documento ribadiva l’impegno a creare entro l’anno 2000, sulla base di un trattato da concludere successivamente, una Comunità economica africana, con lo scopo di assicurare l’integrazione economica, culturale e sociale del continente3.

L’obiettivo perseguito dal Piano di Lagos era di natura economica e i riferimenti rintracciabili nel testo rispetto al principio di libera circolazione delle persone, seppur presenti, acquistavano valore nei limiti della cooperazione economica4. Le indicazioni del Piano di Lagos non avevano certamente il valore di direttive vincolanti, quanto piuttosto di esortazioni e dichiarazioni di buone indicazioni, rappresentando un positivo punto di riferimento per la stesura dell’Agenda 2063. Altrettanto può dirsi per il trattato istitutivo della Comunità economica africana del giugno 1991, il c.d. Trattato di Abuja (entrato in vigore nel 1994). Il Trattato di Abuja, nell’arco di un range temporale di circa 40 anni, auspicava la realizzazione per tappe di un mercato comune integrato. La prima tappa, l’unica sinora completata, mirava alla creazione di blocchi regionali, propedeutici alla creazione del mercato unico e dell’unione economica e monetaria a livello continentale. I blocchi costituitisi hanno promosso diverse iniziative volte alla costituzione dei rispettivi mercati comuni, tra le quali la progressiva eliminazione degli ostacoli alla libera circolazione delle persone, dei beni, dei servizi e dei capitali5; tuttavia sono mancante strumenti di armonizzazione che estendessero le iniziative oltre ai ai confini dei singoli blocchi.

L’Agenda 2063 conferisce al principio della libera circolazione delle persone un nuovo valore, che trascende le pretese economiche unionali per avvicinarsi alla quotidianità del singolo cittadino. Nella sezione “a call to action” del documento sono tracciate le iniziative pragmatiche che l’Unione Africana e gli Stati membri dovrebbero perseguire onde pervenire all’adempimento delle aspirazioni anzidette. In particolare, tra le azioni individuate figura l’introduzione di un passaporto africano emesso dagli Stati membri, che, entro il 2018, faccia convergere l’intero fenomeno migratorio verso passaporti elettronici e che abolisca il sistema di visti richiesti ai cittadini africani in tutti i 54 Paesi dell’Unione Africana6.

Mentre l’Organizzazione per l’Unione Africana nacque con l’obiettivo principale di supportare i leader locali nella difesa degli Stati nazionali rispondendo al diffuso spirito anticolonialista dell’epoca, l’Unione Africana ha piuttosto tentato di bilanciare il principio di sovranità con il bisogno di rafforzamento dei diritti politici nonché della crescita e della cooperazione sociale ed economica.

Il 13 giugno scorso, l’Unione Africana aveva annunciato di essere pronta a lanciare l’iniziativa del nuovo passaporto elettronico e la presidentessa dell’UA, la Dott.ssa Nkosazana Dlamini Zuma, aveva definito l’iniziativa stessa come il primo passo verso l’obiettivo di creare un’Africa forte, prosperosa e integrata, guidata dai suoi propri cittadini e in grado di occupare il meritato posto sullo scenario mondiale7. L’annuncio ufficiale del nuovo passaporto elettronico era stata pianificata nel corso del ventisettesimo summit dell’Unione africana, svoltosi dal 10 al 18 luglio a Kigali, in Rwanda.

Diverse e variegate sono state le questioni affrontate dai trentacinque capi di stato e di governo incontratisi a Kigali, spaziando dalla questione del finanziamento dell’UA all’estensione del mandato della Commissione, dalla nomina dei giudici della Corte africana dei diritti umani e dei popoli alle decisioni in materia di pace e sicurezza con riferimento ad alcuni teatri sensibili (Burundi, Sud Sudan, Libia). Il terzo punto fissato all’ordine del giorno era proprio quello relativo al passaporto elettronico. Al termine dei lavori, l’Assemblea ha incoraggiato gli Stati membri ad adottare l’e-Passport e a lavorare di concerto alla Commissione per facilitarne l’estensione a livello nazionale. In particolare, la Commissione dovrebbe disporre il supporto tecnico ai singoli Stati membri al fine di consentire loro di produrre ed emettere il passaporto elettronico ai propri cittadini. Entro gennaio del 2018, la Commissione dovrebbe pertanto realizzare delle linee guida per la redazione di un protocollo sulla libera circolazione delle persone in Africa, che, una volta sviluppato, entrerà immediatamente in vigore in linea con le previsioni quadro dell’Agenda 20638.

I detrattori dell’iniziativa hanno sottolineato i diversi potenziali rischi che si correrebbero adottando un passaporto unico, tutti riconducibili alla questione della sicurezza, con argomentazioni non dissimili da quelle che ruotano attorno ad ogni esperimento regionale volto a favorire la libera circolazione delle persone tra Paesi diversi. Il primo pensiero va ai terroristi, che sarebbero facilitati nei loro movimenti tra uno Stato e l’altro, così come lo sarebbero i trafficanti di esseri umani e i trafficanti di droga. Rischi significativi sono evidenziati in relazione al possibile aumento di atteggiamenti xenofobi e razzisti come conseguenza, da un lato, dell’intensificazione della competizione per i posti di lavoro e dei servizi pubblici e, dall’altro, per l’inevitabile incremento dei flussi migratori. Altre perplessità riguardano poi l’eventualità di favorire la diffusione di malattie ed altri problematiche sanitarie9.

Il passaporto non annullerà la cittadinanza di origine, la quale sarà inserita nel documento, né darà diritto a votare in un Paese dove non si risiede permanentemente per almeno dieci anni, ma garantirà, oltre al libero movimento delle persone, anche la libera scelta di studiare, lavorare e vivere nel Paese preferito. Nell’immaginario africano il passaporto elettronico è diventato quindi un potente simbolo di unità attraverso l’intero il continente. «The unity and solidarity of the African people is the driving force of our togetherness beyond capital or finance. When capitalist development discountenances the people, it loses its soul. The soul of capitalist development at the national, regional and global level must be the people. The people must be the means and end of any development process»10.

NOTE:

Paolo Howard è collaboratore del programma "Africa e America Latina" dell'IsAG.

1. Il movimento panafricano deve le sue origini nell’attività di W.E.B. Dubois, studioso afroamericano e attivista politico, che rese il termine panafricanismo popolare, convocando nel 1919 il primo di cinque Congressi panafricani.
2. Vedi Commissione dell’Unione Africana, Agenda 2063. The Africa We Want, aprile 2015, pp. 2-10.
3. Rossi G., L’Africa verso l’unita (1945-2000). Dagli Stati indipendenti all’atto dell’unione di Lomé, Edizioni nuova cultura, Roma, 2010, pp. 134-135.
4. Vedi Piano di azione per lo sviluppo economico in Africa (1980-2000), lett. d) co. 207 Cap. IV; punto 243 Cap. IV.
5. Zanghì C., Diritto delle Organizzazioni Internazionali, Giappichelli, Torino, 2013, p. 10.
6. Vedi Commissione dell’Unione Africana, Agenda 2063. The Africa We Want, cit.
7. Vedi comunicato stampa dell’Unione Africana n. 229/2016, African Union set to launch e-Passport at July Summit in Rwanda.
8. Vedi comunicato stampa dell’unione Africana n. 25/27th AU SUMMIT, Summary of 27h AU Summit Decisions: tax imports to finance AU; establish Protocol to issue passports to citizens; and extend mandate of Chairperson and Commission.
9. Vedi Frugé A., The opposite of Brexit: African Union launches an all-Africa passport, "The Washington Post", 1 luglio 2016.
10. Vedi New African, European Union saga: lessons for Africa, 14 agosto 2015.


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