Instabilità e prospettive future in RDC Instabilità e prospettive future in RDC
Nell’ultimo secolo la zona dei Grandi Laghi del continente africano è stata dominata da continui cicli di violenze e conflitti. Le vicende che riguardano... Instabilità e prospettive future in RDC

Nell’ultimo secolo la zona dei Grandi Laghi del continente africano è stata dominata da continui cicli di violenze e conflitti. Le vicende che riguardano la Repubblica Democratica del Congo (RDC) si posizionano esattamente all’interno di questo scenario, e rappresentano uno degli esempi più tristemente noti utili a descrivere le difficoltà del processo di transizione democratica in Africa. Difficoltà che, a dispetto delle lezioni del passato, continuano a palesarsi con frequenza sempre più allarmante.

Gigante della regione, dotato di risorse umane e naturali enormi, in un secolo e mezzo la RDC è stata territorio di conquista per imperi, eserciti e potenze di tutto mondo. Regimi e dittature si sono avvicendate con soluzione di continuità dai tempi di re Leopoldo II di Belgio a quelli del colonnello Mobutu e le continue guerre civili si sono protratte fino agli anni Novanta, quando la crisi politica del Paese si trasformò in un conflitto vero e proprio che passò alla storia come Prima guerra del Congo nel 1996.

Le due guerre del Congo succedutesi tra gli anni Novanta e Duemila hanno provocato più di cinque milioni di morti tra decessi causati direttamente dal conflitto, malattie e fame; mentre violenze, razzie e carestie hanno segnato profondamente il territorio. Da quel momento in poi, la Repubblica Democratica del Congo ha faticato a ristabilire una stabilità sociale tale da permettere la piena rinascita del Paese e la sua transizione democratica.

Anche se, ufficialmente, la Repubblica Democratica del Congo è uscita dallo stato di guerra nel 2002, la situazione al suo interno è rimasta critica. Nei territori del Paese continuano ad operare un gran numero di gruppi armati illegali, tra i quali le Forze di resistenza patriottica de l’Ituri (FRPI), le Forze democratiche di liberazione del Ruanda (FDLR), le Forze democratiche alleate e milizie combattenti Mai-Mai, e scorribande e saccheggi sono all’ordine del giorno. Le evidenti difficoltà nella normalizzazione dell’area hanno portato la Comunità Internazionale e gli Stati della zona dei Grandi Laghi a confrontarsi per trovare il modo di arginare la spirale di violenze, instaurare un modello di cooperazione efficace nella gestione del territorio e risolvere i problemi che riguardano il grande numero dei rifugiati e degli sfollati interni.

Uno dei punti di svolta della storia recente è stata l’intesa siglata ad Addis Abeba il 24 febbraio 2013. Nella capitale etiope undici Paesi africani (Angola, Burundi, Repubblica Centro Africana, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica del Congo, Ruanda, Sud Africa, Sud Sudan, Tanzania, Uganda e Zambia) hanno concordato l’impegno per l’istituzione nella regione di una struttura di pace, sicurezza e cooperazione.

Con il Peace Security and Cooperation Framework Agreement for the Democratic Republic of the Congo and the Region si è tentato di seguire un nuovo approccio onnicomprensivo per garantire una risposta tempestiva ed effettiva per le crisi nella regione, un serio ed importante passo verso il raggiungimento di un nuovo stadio nella cooperazione e nella responsabilizzazione per la zona e per l’intera Africa. L’accordo ha stabilito una serie di linee guida da seguire per garantire la stabilità del territorio. Il governo congolese ha promesso di proseguire l’attuazione della riforma del settore della sicurezza, aumentare la decentralizzazione dello sviluppo economico e migliorare la fruizione dei servizi sociali.

I Paesi della regione invece hanno assicurato di non interferire negli affari del Congo o supportare gruppi armati irregolari, di non destabilizzare di proposito le aree di confine ed il vicinato e di rafforzare la cooperazione regionale inclusa l’integrazione economica e la collaborazione giuridica. La comunità internazionale, attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha promesso infine di supportare la stabilità a lungo termine della regione, nominare un rappresentante speciale delle Nazioni Unite per l’area e rinnovare strategicamente il mandato della missione delle Nazioni Unite per stabilizzare la regione, la missione MONUSCO (Mission de l’Organisation des Nation Unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo, missione di peacekeeping avviata dalle Nazioni Unite attraverso le Risoluzioni 1279 [1999] e 1291 [2000]).

È stata inoltre prevista la creazione sia di un meccanismo regionale (Regional Oversight Mechanism) che comprendesse gli undici Paesi e i leader di quattro organizzazioni internazionali (African Union Commission, International Conference on the Great Lakes Region, Southern African Development Community ed il Segretario Generale delle Nazioni Unite) per monitorare, attraverso riferimenti ed indicatori standardizzati, sviluppi e progressi ottenuti, sia di un meccanismo nazionale attraverso il quale la RDC potesse supervisionare l’attuazione dei propri impegni nazionali.

Nello stesso anno, il governo della Repubblica Democratica del Congo ed il gruppo ribelle Movimento 23 marzo (M23), dopo più di un anno di negoziati, hanno siglato una dichiarazione congiunta per formalizzare la fine delle ostilità nella parte orientale del territorio congolese. L’accordo siglato a Nairobi il 12 dicembre 2013 ha segnato, per usare le parole del Segretario Generale Ban Ki-moon, un passo positivo verso la fine del ciclo di conflitti mortali nella regione dei Grandi Laghi.

I punti fondamentali dell’accordo hanno interessato una vasta gamma di questioni, dalla rinuncia alla ribellione da parte dei combattenti dell’M23 e la trasformazione in un partito politico al rilascio dei prigionieri, dall’amnistia limitata offerta ad alcuni combattenti all’intransigenza verso chi si è macchiato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dallo smantellamento dei gruppi ribelli al loro reintegro, dall’inizio del processo di riconciliazione nazionale alla giustizia ed alle riforme economiche e sociali. Inoltre, si voleva facilitare il rientro a casa dei rifugiati e dei civili dislocati, più di due milioni nella sola parte orientale del Congo.

Nonostante l’annuncio, il 23 ottobre 2015 il leader politico dell’ex M23 Bertrand Bisimwa ha dichiarato che il movimento non onorerà gli accordi contenuti nella dichiarazione di Nairobi, affermando che la decisione è stata presa a seguito della mancata ottemperanza agli impegni presi da parte del governo di Kabila. Le tensioni che delimitano i confini, soprattutto orientali, della RDC non sono però al giorno d’oggi la sola fonte di preoccupazione per il Paese. A pochi mesi dalla scadenza del secondo e ultimo mandato costituzionalmente valido del Presidente Joseph Kabila, la Repubblica Democratica del Congo sta vivendo un periodo di forte instabilità che rischia di minacciare la tenuta democratica del Paese dall’interno. Ai già citati fattori esterni infatti, bisogna aggiungere le agitazioni generate dall’ormai certo slittamento delle elezioni presidenziali inizialmente previste per il mese di novembre 2016.

Kabila, figlio dell’ex Presidente della nuova Repubblica Democratica del Congo Laurent-Désiré Kabila che nel 1997 guidò il rovesciamento del regime di Mobutu, salì al potere dopo l’assassinio del padre nel 2001 e venne eletto alla guida del Paese nel 2006 e nel 2011. Nel 2005, sotto il suo governo, venne indetto un referendum che modificò di fatto la Costituzione stabilendo che il numero e la durata dei mandati del Presidente della Repubblica non potessero essere soggetti a nessuna revisione costituzionale.

Nel maggio del 2016 il presidente della Corte costituzionale Benoit Lwamba Bindu ha reso nota la possibilità che, stando alla Costituzione e nel rispetto del principio della continuità di governo, il presidente Kabila possa rimanere alla guida del Paese fin quando non vengano indette nuove elezioni, ovvero fino a che la CENI (Commission Electorale Nationale Indépendante) non sarà in grado di organizzare elezioni regolari. Ad oggi infatti sono molte le questioni irrisolte, come le difficoltà nel censimento della popolazione, con circa sette milioni di cittadini tra i 18 ed i 22 anni che non hanno ancora ottenuto l’autorizzazione al voto.

Inoltre, per mesi né il Presidente né il suo entourage sono stati disposti a fissare una scadenza, nascondendosi dietro alla mancanza dei fondi necessari ed all’inadeguatezza delle condizioni strutturali che possano mettere in sicurezza la trasparenza delle elezioni. Il 4 agosto 2016, durante la visita consumatasi in una giornata in Uganda per incontrare il Presidente Yoweri Museveni, per la prima volta il Joseph Kabila si è espresso sulla questione. Dopo le molte polemiche e le accuse da parte delle opposizioni di voler sfruttare questa situazione per rimanere in carica più a lungo possibile, il leader della RDC ha dichiarato che le elezioni si terranno quando saranno ultimate le pratiche che riguardano la compilazione corretta del registro dei votanti, pratiche iniziate il 31 luglio 2016.

Le opposizioni e la società civile non vogliono rimanere semplici spettatori di quello che sembra un gioco di potere per rimanere in carica, ma gli scioperi e le manifestazioni organizzati contro Kabila, tra i quali spicca la guerriglia tra dimostranti e polizia dello scorso 26 maggio in alcune zone del Paese come Kinshasa, Goma e Lubumbashi, sono state puntualmente annegate nel sangue dalle forze dell’ordine.

Le violente repressioni portate avanti dalle autorità congolesi hanno causato un’ondata di arresti e processi. Le vittime sono soprattutto membri dell’opposizione, media scomodi ed attivisti della società civile. Tra di loro, particolare rilievo hanno avuto i casi che riguardano l’ex governatore del Katanga Moise Chapwe Katumbi, accusato di aver reclutato un esercito di mercenari formato da ex soldati americani ed ora rifugiato in Sud Africa il quale recentemente ha dichiarato che il presidente Kabila sta mettendo in atto un piano di azione triennale per rimanere illegalmente al potere e soddisfare le sue ambizioni, altri esponenti dell’opposizione come Matumo, Bienvenu e Tesongo, condannati ad un anno di prigione per “incitazione alla disobbedienza civile e attentato alla sicurezza dello Stato” e l’allontanamento della rappresentante di Human Rights Watch Ida Sawyer, avvenuto il 9 agosto 2016, responsabile della divulgazione di informazioni riguardanti le repressioni messe in atto dal governo di Kabila contro le opposizioni e contro la popolazione.

La tensione dovuta allo slittamento delle elezioni, oltre all’inasprimento degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, ha provocato il riacutizzarsi dell’ondata di violenze commesse dai ribelli presenti soprattutto nella parte Est del Paese che mirano a destabilizzare l’area. Secondo il Congo Research Group, nella sola regione del Kivu sarebbero attivi circa settanta gruppi armati che reclutano soldati su base etnica, e la maggior parte di questi non arrivano nemmeno a duecento unità.

Lo slittamento delle elezioni potrebbe dar vita dunque all’ennesima svolta autoritaria che già nel recente passato ha interessato alcuni dei governi nella regione dei Grandi Laghi e più in generale il continente africano. Secondo il rapporto dell’Inter Agency Standing Committee di Ginevra, la Repubblica Democratica del Congo è uno dei Paesi africani, insieme al Burundi, che presentano per fattori interni ed esterni la situazione più tesa ed a rischio. La paura per una possibile escalation di violenza è iniziata con la restrizione delle libertà politiche e l’utilizzo da parte del governo delle forze armate per mantenere l’autorità. La tensione degli ultimi mesi, unita con la situazione di guerriglia vissuta in alcune aree del Paese, potrebbe portare alla deflagrazione della guerra civile.

La Comunità Internazionale guarda alla situazione nella Repubblica Democratica del Congo con grande preoccupazione. Stati Uniti e Gran Bretagna premono affinché venga messo in atto un regime di sanzioni contro la RDC e contro gli ufficiali congolesi responsabili delle violenze e delle violazioni dei diritti umani che possono andare dal congelamento dei beni alla restrizione dei permessi di lasciare il Paese. Gli Stati dell’Unione Europea invece si sono mostrati ancora una volta divisi sulla questione, anche se generalmente viene preferita la linea delle raccomandazioni e degli inviti alle autorità congolesi a pianificare il prima possibile le nuove elezioni ed a ristabilire il dialogo politico tra governo, opposizioni e società civile.

La transizione democratica sperata per la regione dei Grandi Laghi ha dunque in larga parte deluso le aspettative sperate, e, più che lo spettro di una nuova “grande guerra africana”, sale l’apprensione per lo scoppio di sanguinose guerre civili che potrebbero causare un enorme numero di vittime nella popolazione.

Per posizione, potenza ed influenza, se la RDC riuscisse a superare le difficili prove che l’aspettano, non solo riuscirebbe a conquistare una maggiore importanza nella vetrina internazionale ma potrebbe anche riuscire ad inaugurare una nuova e agognata stagione di stabilità e di diffusione della democrazia non solo per la regione dei Grandi Laghi, ma per tutto il continente africano.

(si ringrazia Melania Luce per la collaborazione)

NOTE:

Alvaro Galassi è collaboratore del programma "Africa e America Latina" dell'IsAG.


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