Crisi politica in Burundi – intervista a Celestino Victor Mussomar Crisi politica in Burundi – intervista a Celestino Victor Mussomar
Nell’ambito degli studi IsAG sulla politica africana, il Direttore del Programma di ricerca “Africa” Giuliano Luongo e Melania Luce hanno intervistato il Prof. Celestino... Crisi politica in Burundi – intervista a Celestino Victor Mussomar

Nell’ambito degli studi IsAG sulla politica africana, il Direttore del Programma di ricerca “Africa” Giuliano Luongo e Melania Luce hanno intervistato il Prof. Celestino Victor Mussomar, docente di religione al Pontificio Istituto S. Apollinare di Roma.

Giuliano Luongo/Melania Luce: Qual è la fazione politica attualmente al potere in Burundi, e da dove deriva la “ritrovata” instabilità del Paese?

Celestino Victor Mussomar
: Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare un po’ indietro nella storia del Burundi. Il Burundi è stato in guerra dal 1993 al 2005, una guerra sfiancante che ha portato a colpi di Stato e numerosi omicidi. Nel 2005 però, grazie all’intervento degli organismi internazionali e dell’Unione Africana soprattutto con il Tribunale Penale Internazionale con sede a Arusha (Tanzania), si è arrivati alla stipula di un Trattato per la democratizzazione del Burundi, e il Paese si è dotato di una nuova Costituzione. La fazione attualmente al potere si chiama CNDD (Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia) o FDD (Forza per la Difesa della Democrazia), e il capo di questo partito è Pierre Nkurunziza. Il presidente Pierre ha già ricoperto la sua carica per due volte, una delle quali non derivante da elezione dal popolo, come chiede la forma di governo democratica, ma dal Parlamento. Ora la Costituzione non prevede la possibilità di un terzo mandato, tuttavia lui sfrutta questa situazione rivendicando il fatto che non essendo stato eletto dal popolo non si poteva considerare il suo un vero mandato, e dunque proponendo un suo possibile terzo mandato come secondo. Ciò ha portato nell’aprile del 2015 a un collasso del Paese.

GL/ML: Nel quadro recente, come va inquadrata l’uccisione dell’ex Ministro Hafsa Mossi?

C.V. Mussomar: L’ex Ministro Hafsa Mossi ha collaborato strettamente con la BBC, e questa sua collaborazione non nega che ci sia stata paura da parte del Presidente Pierre Nkurunziza per una possibile fuga di informazioni. Soprattutto in vista della situazione e del clima di terrore che egli stesso sta perpetrando all’interno del Paese, e della sua riluttanza nei confronti di un intervento esterno da parte della comunità internazionale.

GL/ML: Per quale motivo il dichiarato intervento delle Nazioni Unite è stato, in apparenza, così malamente recepito dalla popolazione locale?

C.V. Mussomar: Ultimamente l’Africa ha paura di qualsivoglia intervento da parte della Comunità Internazionale, e questo è dovuto a esperienze che le popolazioni africane hanno vissuto e che ancora vivono, esperienze che non possono essere negate: parliamo della Libia, parliamo del Mali e di ancora altri Paesi dove l’intervento internazionale non ha lasciato un clima di pace, le numerose violazioni dei diritti umani commesse dai caschi blu, finanche i numerosi casi di stupro da parte degli stessi a danno delle donne delle popolazioni locali. Questa riluttanza rientra inoltre in un momento molto importante per l’Africa. Il popolo sta acquistando una propria coscienza politica e proprie rivendicazioni, e il Burundi sta vivendo e facendo propri questi sentimenti come molti altri Paesi africani. L’intervento esterno deve essere ben ragionato, pianificato ed eseguito sotto la guida delle norme che assicurano il pieno rispetto dei diritti umani; al contrario il Burundi rischierebbe di cadere nell’anarchia e nel caos più totali, con il pericolo di un taglio degli aiuti umanitari, che porterebbe al definitivo collasso del Paese.

GL/ML: Nei giorni scorsi si è parlato, a seguito di una denuncia di Human Rights Watch, di stupri di gruppo perpetrati dai membri delle sezioni giovanili del partito al governo. Come si inquadra questa faccenda? Ci sono state esperienze simili in passato?

C.V. Mussomar: Sì, ci sono già state esperienze simili in passato. Quello che sta succedendo in Burundi è una chiara violazione dei diritti umani, come il caso dei settanta giovani uccisi a Bujumbura, e in questa occasione ci sono stati numerosi arresti immotivati, soprattutto di giovani che non vorrebbero altro che dare un nuovo “respiro” al loro futuro; o ricordiamo tra gli altri anche l’arresto del giornalista Jean Bigirimana. Arresti e uccisioni immotivate vi sono anche tra la popolazione un tempo vicina al Presidente e che ora per essersi “svincolata” da lui, e per le sue rivendicazioni democratiche e non vuole una rielezione del Presidente, viene considerata tra i ribelli in qualche modo. Al riguardo la Corte penale internazionale ha aperto un’indagine nell’aprile di quest’anno, che darà il suo esito in una relazione che uscirà tra pochi giorni1. Vi sono state addirittura intimidazioni da parte del Presidente nei confronti dei giuristi e dei magistrati, per costringerli a modificare la Costituzione.

GL/ML: Il Burundi gioca un ruolo nella stabilità regionale? Una sua progressiva destabilizzazione a quali conseguenze potrebbe portare?

C.V. Mussomar: Il Burundi è un attore principale all’interno della stabilità regionale, così come il Ruanda e il Congo. Non a caso si parla di crisi della regione dei Grandi Laghi, e quando ne parliamo prendiamo in considerazione il conflitto tra due etnie, anche se non possiamo considerare il conflitto sorto unicamente come “etnico”. Queste due etnie, gli Hutu e i Tutsi, vivevano pacificamente da tempi immemorabili, come mai ad un certo punto entrano in conflitto tra di loro? Il problema ha radici storiche che attingono finanche alla colonizzazione. Questa regione è stata vittima della colonizzazione francese, tedesca e belga, e soprattutto questi ultimi hanno avuto un impatto drastico. Si può ravvisare nell’instabilità odierna del Burundi, anche una continuità con il conflitto che aveva investito il Ruanda negli anni Novanta, con l’uccisione del Presidente Habyarimana, in seguito all’abbattimento dell’aereo presidenziale, all’interno del quale vi era anche una delegazione Hutu del Burundi. È qui che esplode in Burundi una nuova guerra, siamo nel 1993, e terminerà solo nel 2005. Da un lato abbiamo il Ruanda: il Presidente in carica, Paul Kagame, è molto perplesso sulla situazione attuale del Burundi, e critico nei confronti di questa scia di arresti, detenzioni e uccisioni non giustificate e dunque nei confronti dello stesso presidente Pierre, una posizione la sua che lo porta vicino a quella della comunità internazionale, con il rischio dell’inasprimento dei rapporti tra i due paesi.

Dall’altro vediamo la Tanzania, ad Est del Burundi, dove l’ex Presidente, Jakaya Mrisho Kikwete, aveva un buon rapporto con il Burundi ma non con il Ruanda; l’attuale Presidente invece, John Magufuli, ha invertito le posizioni, intensificando dei buoni rapporti con il Ruanda e non con il Burundi. Dunque il protrarsi dell’instabilità del Burundi porterebbe con molta probabilità a una coalizione strategica tra Tanzania e Ruanda, coalizione che inciderebbe fortemente sulla già precaria situazione del Burundi, e sulla stessa area del Kivu. Non posso affermare, come dicevo, che tutta questa situazione derivi da conflitti meramente etnici, ma storicamente parlando vi è stata una divisione geografica imposta nel modo sbagliato, che ha generato conflitti che in seguito sono stati mal gestiti. Inoltre, il presidente Pierre non è stato eletto democraticamente, ma dal Parlamento, il fatto che il popolo abbia accettato questa sua elezione è stato solo per la volontà di terminare la guerra, con la speranza e la convinzione che in seguito ci sarebbero state elezioni democratiche.

Un’ipotesi a cui si potrebbe andare incontro è quella di una guerra civile; e una possibile soluzione potrebbe essere quella di tentare un dialogo con il presidente Pierre, per aprire a un governo di coalizione con gli altri partiti, senza la necessità di modifica della Costituzione. Un’altra riflessione va fatta a livello economico: bisogna evitare fortemente le ingerenze economiche, perché questa regione dell’Africa è molto ricca, ed è molto soggetta agli interessi internazionali diversi e opposti tra loro, e potrebbero generare ulteriore caos. Infine quello del Burundi non è un caso isolato nel panorama africano, non si può “impiantare” una democrazia di matrice euro-atlantica in Africa, dove i Paesi sono tanto diversi sia dal modello occidentale che tra di loro. Bisogna invece conciliare l’Etica democratica con lo spirito e con la cultura di popoli africani per far sì che questa venga accettata, rispettata e fatta propria.

NOTE:

1. Il Committee Against Torture (CAT), riunito a Ginevra nel giorno della presente intervista, ha stilato un Report speciale sulla situazione attuale in Burundi, ravvisando e condannando evidenti e ripetute violazioni dei diritti umani. Il Report è stato accompagnato da una Lettera del Presidente del CAT Jens Mosvig, nella quale si legge che "Les mesures prises par l’Etat partie afin d’enquêter sur les informations crédibles et nombreuses faisant état d’exécutions sommaires, y compris des assassinats politiques, d’arrestations arbitraires, de tortures et mauvais traitements contre les membres de l’opposition, les journalistes, les défenseurs des droits de l’homme et leurs familles et toute autre personne perçue comme soutenant l’opposition en 2015".


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