Rio e la guerra fredda del doping Rio e la guerra fredda del doping
Non il caso Lochte, la piscina verde o l’allarme Zika. Quando tra qualche anno ripenseremo alla trentunesima edizione dei Giochi olimpici, dichiarati ufficialmente conclusi... Rio e la guerra fredda del doping

Non il caso Lochte, la piscina verde o l’allarme Zika. Quando tra qualche anno ripenseremo alla trentunesima edizione dei Giochi olimpici, dichiarati ufficialmente conclusi domenica dal presidente del Cio, Thomas Bach, al Maracana di Rio de Janeiro, la ricorderemo, probabilmente, come uno dei campi di battaglia della nuova guerra fredda tra Russia e Occidente. Una battaglia combattuta a colpi di provette e di scambi di accuse. Quelle di Julia Stepanova, la mezzofondista russa, informatrice dell’Agenzia mondiale antidoping, la Wada, e di suo marito, che attraverso le proprie dichiarazioni hanno sollevato lo scandalo del doping russo di Stato. Accuse contenute nel rapporto Mc Laren e che, anche se ancora non provate, hanno portato all’esclusione in blocco dell’atletica russa dalle Olimpiadi appena conclusesi.

Accuse non risparmiate dalla parte opposta, ovvero quella di Elena Isinbayeva, due volte oro olimpico nel salto con l’asta e grande esclusa dalla Federazione Internazionale di Atletica (Iaaf) pur essendo “pulita”, che nella conferenza stampa in cui ha annunciato il suo addio alle gare ha puntato il dito contro i molti atleti ex dopati che a Rio, a differenza dei russi, non solo hanno gareggiato, ma hanno pure vinto medaglie. Su 11 mila partecipanti a queste Olimpiadi, infatti, 120 hanno avuto problemi con il doping. E 28 medaglie su 773 sono state assegnate ad ex dopati. A guidare la classifica, non contando la Russia, c’è l’Ucraina, con 8 atleti con precedenti per doping, seguita dagli Stati Uniti, che ne contano sette, Bielorussia, Brasile, Turchia e Kazakistan, secondo i dati diffusi dal New York Times.

La squalifica degli atleti russi, compresi quelli risultati negativi ai test, diventa così, automaticamente, un caso politico e diplomatico. E i Giochi olimpici, uno dei campi di battaglia di un più ampio scontro tra potenze. Del resto, non sarebbe la prima volta che la “tregua olimpica” viene infranta. Come ha ricordato lo stesso presidente del Cio, Thomas Bach, il quale, difendendo la sua decisione presa “nell’interesse degli atleti” di non escludere l’intera squadra russa dalle Olimpiadi, ha ricordato che situazioni analoghe si verificarono nel 1980, quando gli Stati Uniti decisero di boicottare le Olimpiadi di Mosca per protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan o con il doping di Stato attuato dalla Repubblica Democratica Tedesca (Ddr), che utilizzava le vittorie degli atleti della Germania dell’Est, spesso dopati senza neanche saperlo, per propagandare all’esterno l’immagine di una grande potenza. Nemmeno in quel caso però, ha ricordato Bach, la Germania venne esclusa in blocco perché, ha detto il presidente del Comitato Olimpico Internazionale giustificando il comportamento tenuto dal Cio nei confronti della Russia, “era chiaro che i diritti individuali degli atleti andavano rispettati”.

Se del caso russo il Cio si occuperà a “fondo”, ha promesso Bach, nei mesi che verranno, nei prossimi anni il Comitato dovrà confrontarsi anche con lo spettro del doping genetico, i cui test non sono stati effettuati durante le olimpiadi di Rio. Il direttore della commissione medica del Cio, Richard Budgett, citato dall’Ansa, ha infatti annunciato che i campioni prelevati a Rio saranno rianalizzati, entro dieci anni, con i “nuovi metodi”, per capire se, nelle Olimpiadi appena concluse ci siano stati atleti che abbiano alterato il proprio Dna per aumentare potenza, resistenza e prestazioni. L’esistenza di questo tipo di doping, infatti, che modifica il Dna degli atleti tramite virus introdotti nel corpo o direttamente nei muscoli da potenziare e che non è riscontrabile attraverso i metodi tradizionali, è stata riconosciuta dagli esperti dopo i Giochi olimpici di Pechino nel 2008. E i casi sospetti, come quello della piccola nuotatrice cinese Ye Shiwen, sedici anni all’epoca delle Olimpiadi di Londra, dove nei 400 misti e nei 100 stile libero fece registrare tempi straordinari, inferiori persino a quelli maschili dei nuotatori statunitensi, Ryan Lochte e Michael Phelps, hanno mostrato come l’incubo olimpico delle manipolazioni genetiche potrebbe essere già realtà. Grazie alla modifica delle cellule e delle fibre muscolari, infatti, il doping genetico consente di raggiungere uno sviluppo muscolare che differentemente verrebbe raggiunto solo dopo anni di allenamento, in un tempo brevissimo e senza che la manipolazione, non essendo presente nel corpo alcuna sostanza, emerga dai controlli antidoping.

Non solo Russia, quindi. Secondo gli esperti, infatti, i Paesi più all’avanguardia nello sviluppo del doping genetico sono la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, l’Australia, l’Olanda e il Canada. Già nel 2004, Theodore Friedmann, allora membro della Wada, citato da Usa Today, metteva in guardia sulla possibilità di creare negli Stati Uniti, laboratori dove sperimentare il doping genetico “facilmente e a basso costo”. Questo tipo di tecnologia può essere sviluppata facilmente, infatti, in molti Paesi avanzati, anche utilizzando i fondi statali destinati alla ricerca nel campo della farmacologia.

Anche se è attualmente impossibile, con i mezzi a disposizione della Wada, stabilire con certezza quanti siano gli atleti che finora hanno fatto ricorso al doping genetico, quello che spaventa è che l’ingegneria genetica possa trovare in futuro sempre maggiore spazio, per abbattere nuovi record ed aumentare il prestigio internazionale degli Stati, con buona pace dei princìpi dello sport. L’incubo è quello di dover assistere, nelle Olimpiadi che verranno, non più ad una battaglia fra atleti, ma ad una competizione fra laboratori medici che usano tecnologie più o meno all’avanguardia. La competizione olimpica rappresenta, infatti, uno dei momenti in cui gli Stati esercitano il proprio soft power. Il caso della Russia, con i doppi standard messi in atto in queste Olimpiadi di Rio e con la successiva esclusione in blocco alle Paralimpiadi, arrivate in un momento in cui Mosca, a seguito della crisi ucraina, tende ancora ad essere isolata dall’Occidente, ha dimostrato, quindi, come i Giochi olimpici stiano diventando sempre più un evento di grande rilievo politico. Un “affare di Stato”, in cui lo sport, più di una volta, ha dovuto cedere il passo alla politica e allo scontro politico-diplomatico tra le grandi potenze del pianeta.

NOTE:

Alessandra Benignetti è Ricercatrice Associata dell'IsAG.


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