Luci e ombre del modello energetico e di sviluppo colombiano Luci e ombre del modello energetico e di sviluppo colombiano
Come in molti altri Stati della regione, in Colombia il settore energetico ha giocato un ruolo essenziale ed è tutt’ora una delle colonne portanti... Luci e ombre del modello energetico e di sviluppo colombiano

Come in molti altri Stati della regione, in Colombia il settore energetico ha giocato un ruolo essenziale ed è tutt’ora una delle colonne portanti dell’economia colombiana. Bogotá dispone di buone riserve di gas naturale, che ammontano a circa 4,7 trilioni di piedi cubi1. Leggermente diverso è il panorama petrolifero, dove il Paese non solo vanta una minore disponibilità – pari circa a 2,4 miliardi di barili2, la maggior parte concentrata nel bacino di Llanos Orientales – ma deve altresì fare i conti con i Leoni della regione: Messico, Brasile e Venezuela. Il vero fulcro del sistema energetico colombiano è tuttavia basato sull’acqua.

La Colombia è infatti uno degli Stati che a livello mondiale registra i maggiori livelli di precipitazioni – basti pensare che in Colombia v’è la regione di Llorò, che detiene il singolare record di luogo più piovoso del mondo – ed è dunque comprensibile il ruolo di netta preminenza che l’energia idroelettrica ha su tutti gli altri metodi di produzione: questa infatti concorre attualmente a poco meno del 65% della produzione elettrica nazionale3, con trentadue centrali installate in tutto lo Stato. Il restante fabbisogno energetico è coperto dalla produzione termica derivata dalla combustione di gas e carbone, nonché da altre fonti rinnovabili – in particolare quelle eolica e solare – che tuttavia sono ben lungi dai livelli di produzione del comparto idroelettrico.

Dopo la crisi energetica del 1992, le dirigenze colombiane succedutesi hanno cercato di porre in essere un piano di medio e lungo termine che portasse, da un lato, a una maggiore diversificazione dell’approvvigionamento di energia elettrica – che al tempo dipendeva per più dell’80% dall’energia idrica – e, dall’altro, a uno sviluppo economico sostenibile per il Paese. È in questo senso che va dunque letta la lotta alle varie milizie armate attive sul suolo nazionale (FARC ed ELN soprattutto) e la ricerca di pacificazione fra i vari strati della società, da sempre motivo di tensioni, violenze, e conseguente insicurezza per gli investitori esteri.

Nondimeno, da quel momento si è spinto parimenti per un potenziamento significativo della produzione termoelettrica, che a partire dal 1995 è cresciuta fino a rappresentare circa il 30% della produzione elettrica sul territorio colombiano. I risultati si sono visti negli ultimi quindici anni: la Colombia ha registrato sistematicamente tassi di crescita annui mediamente superiori 4% – con delle lievi battute d’arresto nel triennio 2007-09 e qualche problema fra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 –, accompagnati anche da altri segnali positivi, come la graduale riduzione dei livelli d’inflazione e l’aumento del rating del Paese da parte delle maggiori agenzie a BBB4.

A partire dal 2010, la nuova amministrazione Santos si è prefissa come obiettivo l’ulteriore miglioramento dei già notevoli risultati ottenuti nel precedente decennio. Nel 2010 è stato annunciato un nuovo piano quinquennale di sviluppo economico denominato Prosperidad para todos varato con una duplice finalità: migliorare il già positivo rendimento dell’economia facendo perno sulle cosiddette “cinque locomotive dello sviluppo” (infrastrutture, abitazioni civili, agricoltura, estrazione mineraria e petrolifera, innovazione5) e operare al contempo una redistribuzione della ricchezza a favore degli strati sociali più poveri. In questo quadro, il settore energetico è chiamato a sostenere i comparti con maggiori margini di sviluppo. Ciò significa che la sfida del modello energetico colombiano per gli anni a venire s’incentrerà sulla capacità di attrazione di un numero crescente di capitali esteri, di cui gran parte verrà verosimilmente impiegata per stimolare l’espansione di settori come quello infrastrutturale o delle costruzioni – considerati come i veri volani dello sviluppo nazionale per il futuro.

In effetti, l’industria energetica della Colombia è ormai da anni in continuo surplus e il Paese è un esportatore netto di energia. Per ciò che concerne il petrolio poi la situazione è particolarmente interessante. Infatti, benché le succitate riserve colombiane non siano eccezionali, la strategia sinora adottata da Bogotá è stata quella di spingere l’acceleratore sullo sfruttamento dei pozzi, arrivando così alla (relativamente) ragguardevole produzione giornaliera di circa 1 milione di barili a partire dal 20146. Questa scelta vuole sfruttare il vuoto di leadership che da sempre caratterizza svariati ambiti della vita politico-economica dell’AL. In effetti, dal 2014 il Brasile ha iniziato a segnare delle nette battute d’arresto relativamente ai dati sulla crescita, ed è entrato in una crisi prima economica e poi politica dalla quale pare stia faticando a riprendersi.

Dal canto suo, il Venezuela sembra invece incarnare il lato vizioso della stessa medaglia colombiana: con una capacità simile in termini di produzione idroelettrica e una disponibilità petrolifera invidiabile, i modelli messi in piedi dai presidenti Chavez prima e Maduro poi hanno mostrato al mondo i loro profondi limiti con la grave crisi energetica che Caracas e tutto il Paese vivono ormai da mesi. L’intento della Colombia pare dunque quello di volersi affermare come hub petrolifera alternativa a quelle finora più gettonate, e che tuttavia stanno mostrando i maggiori segni di cedimento. In questo senso, a suo vantaggio c’è di certo una congiuntura economica favorevole, nonché il grosso lavoro pulizia dell’immagini internazionale che è stata – e viene tuttora – portata avanti.

Oltre agli investimenti prodotti dal rilancio dei comparti economico e finanziario legati al petrolio, ci sono anche altri introiti provenienti dal settore dell’energia. É il caso della vituperata vendita di Isagén, punta di diamante nel panorama elettrico colombiano. A gennaio 2016 il 57% delle azioni della compagnia è stato ceduto per circa 2 miliardi di USD al fondo d’investimento canadese Brookfield Asset Management, colosso noto per le sue acquisizioni in tutto il mondo in campo energetico e di risorse naturali. Benché questa vendita sia un’utile monetizzazione che risulterà di certo utile per gli investimenti strutturali nel Paese, la decisione è stata ampiamente criticata e dalla popolazione, che ha visto la cessione di Isagén come una “svendita” di uno dei patrimoni nazionali, esempio virtuoso di efficienza e solidità, e dagli economisti, che prevedono che la Brookfield rientrerà del suo investimento in soli cinque anni7. É per altro significativo che i fondi provenienti da detta transazione siano stati interamente reindirizzati verso la Financiera de Desarrollo Nacional, dove pare verranno precipuamente utilizzati per la concessione di crediti ai concessionari del Plan de vías de cuarta generación8, piano che prevede il potenziamento della rete viaria per un totale di più di 8.000 km di strade.

L’effetto atteso – e in parte già visibile – di queste politiche è l’ulteriore incremento degli investimenti stranieri nel Paese, e attraverso investimenti diretti esteri (IDE) e tramite finanziamenti da privati. Come si è visto dunque, si è cercato di rendere la Colombia un Paese attraente, puntando soprattutto su un’accelerazione del settore petrolifero, accompagnata da una maggiore flessibilità per l’ingresso nello stesso mercato e politiche su royalties e concorrenza relativamente più vantaggiose. La già menzionata pulizia dell’immagine internazionale e istituzionale che le amministrazioni di vario colore politico hanno attuato nell’ultimo ventennio hanno poi permesso che Bogotá godesse di una stabilità relativamente maggiore rispetto ad altri concorrenti in AL. Alcuni sintomi di questa positiva e dinamica fase economica sono la presenza colombiana nel CIVETS (secondo la dicitura del direttore dell’Economist Intelligence Unit Robert Ward, il gruppo di nuove economie emergenti che annovera Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia e Sudafrica9) nonché eccellenti piazzamenti nel Global Green Economy Index ranking, nel quale viene riconosciuto il forte impegno del Paese nell’implementare e migliorare pratiche di costruzione sostenibili.

Ci sono tuttavia anche ombre nel presente energetico della Colombia. Fra la fine del 2015 e i primi mesi del 2016, il Paese ha esperito una crisi energetica che purtroppo non si può dire senza precedenti. In effetti, la causa scatenante dei problemi di generazione e distribuzione di elettricità è attribuita a El Niño, un ciclico riscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico centro-meridionale che si traduce anche in forti siccità nelle zone che non siano a ridosso delle coste. Nondimeno, la prevedibilità del fenomeno – che si verifica ogni cinque anni circa – nonché, elemento forse ancora più importante, l’impennata di domanda interna di energia elettrica degli ultimi anni, non sono state considerate a dovere dal governo, che si è dunque ritrovato a dover razionare l’energia disponibile nel Paese.

La situazione, benché meno critica rispetto a quella presentatasi nel vicino Venezuela, ha però acquisito delle sfumature imbarazzanti per la dirigenza colombiana, coinvolta in uno scandalo di occultamento di dati relativi alla produzione energetica che ha poi portato alle dimissioni dell’allora Ministro dell’Energia Tomas Gonzales Estrada. La causa profonda di questo temporaneo blackout è ascrivibile alla ridotta lungimiranza dei decisori politici, che non solo non hanno adeguato gli apparati del sistema energetico alle sempre crescenti esigenze della Nazione, ma non hanno nemmeno reagito prontamente una volta che l’emergenza era stata segnalata da svariate imprese già alla fine di ottobre 2015.

Finora dunque il modello energetico ha mostrato punti di forza e vulnerabilità. Se infatti è stato capace, da un lato, di sostenere la crescente economia del Paese, fungendo altresì da serbatoio per il finanziamento di settori in via di sviluppo come quello delle reti viarie e delle costruzioni, dall’altro ha palesato i suoi limiti strutturali in caso di emergenza, nonché una notevole discrasia fra i passati progetti di rafforzamento della rete elettrica e i risultati finali che oggi si vedono. Dopo la recente crisi energetica la Colombia dovrà dimostrare di aver compreso la lezione e infine abbracciare quella politica già delineata – e peraltro finanziata – all’inizio della presidenza Santos: potenziare le capacità e l’affidabilità del sistema di generazione elettrica al fine di sostenere la crescita economica del Paese e rimanere competitivi in AL; investire in maniera decisa in alternative rinnovabili e sostenibili, puntando soprattutto su energia solare ed eolica.

NOTE:

Federico Toscano è collaboratore del programma «Africa e America Latina» dell’IsAG.

1. La Colombia rinnovata: opportunità per gas e petrolio, Metallirari.com, 5 febbraio 2014 (accesso: 17 agosto 2016).
2. Ibid.
3. Sistema de Información Eléctrico Colombiano (SIEL), "Sector Eléctrico Nacional", (accesso: 18 agosto).
4. Istituto nazionale per il Commercio Estero (ICE), "Scheda Paese Colombia", marzo 2014.
5. Ibid.
6. Agencia Nacional de Hidrocarburos (ANH), "Producción Mensual de Petróleo", (accesso: 18 agosto 2016).
7. A. Lloreda Zamorano, El buen negocio para Colombia de la venta de Isagén, "El País", 1 febbraio 2016 (accesso: 18 agosto 2016).
8. Ibid.
9. E. Moore, Civets, Brics and the Next 11, "Financial Times", 8 giugno 2012.


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