L’impatto dei rifugiati siriani sull’economia della Giordania: problemi e opportunità L’impatto dei rifugiati siriani sull’economia della Giordania: problemi e opportunità
Il conflitto che ha devastato e che continua a devastare la Siria dal marzo del 2011 ha portato alla più grande crisi umanitaria nella... L’impatto dei rifugiati siriani sull’economia della Giordania: problemi e opportunità

Il conflitto che ha devastato e che continua a devastare la Siria dal marzo del 2011 ha portato alla più grande crisi umanitaria nella storia recente. I numeri sono eloquenti: 6,6 milioni di siriani sono stati costretti a lasciare le proprie case e sono oggi sparsi nel Paese (soprattutto nelle regioni di Damasco, Aleppo, Homs, Deir ez-Zor e Idlib), 1.037.760 sono i Siriani richiedenti asilo nei paesi europei da aprile 2011 e 4.835.930 sono i rifugiati siriani presenti in Medio Oriente e Nord Africa.

Il Regno hashemita di Giordania, una piccola economia del Medio Oriente che la Banca Mondiale annovera tra i Paesi a reddito medio-alto, subisce l’onere di accogliere 657.433 rifugiati siriani1, un numero più che consistente per un Paese che contava nel 2012 poco più di 6 milioni di abitanti. L’entità del fenomeno è inoltre aggravata dall’enorme volume di rifugiati palestinesi confluiti in Giordania nelle guerre arabo-israeliane del 1948 e del 1967 e dal flusso di profughi iracheni arrivati nel Regno in seguito alle Guerre del Golfo del 1991 e del 2003.

Tuttavia, rispetto alle ondate precedenti, il problema dei rifugiati siriani è molto più ampio e complesso per varie ragioni: il numero dei siriani è molto più ampio rispetto a quello al quale avrebbe potuto far fronte il sistema giordano; i Siriani fuggiti in Giordania dispongono di mezzi molto inferiori di quelli di cui disponevano gli Iracheni e dunque necessitano in generale di maggiore assistenza; il conflitto siriano è molto lontano da una qualsiasi soluzione e dunque le prospettive di un ritorno in patria dei Siriani sono remote; infine, elemento fondamentale per comprendere la dinamica del fenomeno, l’economia giordana versava in cattive acque ben prima dell’ondata migratoria del popolo siriano e dunque per cause assolutamente non attribuibili al fenomeno migratorio.

L’economia giordana alla vigilia del conflitto siriano

L’economia giordana, una delle più piccole nel Medio Oriente, è caratterizzata dalla scarsità di acqua, petrolio e altre risorse naturali, cosa che sottopone il Regno ad una forte dipendenza dalle importazioni. A ciò si aggiungono altri problemi che si sono sempre manifestati lungo la storia del Paese, quali alti livelli di povertà, disoccupazione, inflazione e deficit di bilancio costantemente elevati. Quando il Re Abdullah II ha preso il potere nel 1999 (dopo la morte di suo padre Husayn), ha messo in atto importanti riforme, quali l’apertura dell’economia del regime, la privatizzazione di alcune compagnie di proprietà dello Stato e l’eliminazione dei sussidi ai combustibili, che hanno portato nell’ultima decade a uno sviluppo dell’economia attraendo nuovi investitori e creando nuovi posti di lavoro.

Due sono stati però gli eventi che hanno compromesso la crescita dell’economia giordana prima dell’inizio del flusso migratorio dalla Siria: il primo, di carattere mondiale, è stata la crisi economica che nel 2008-2009 ha colpito tutti gli angoli del globo, il secondo, di carattere regionale, è costituito dagli attacchi terroristici che hanno colpito ripetutamente le condotte egiziane del Sinai che trasportavano il gas naturale in Giordania (oltre che in Libano, Siria e Israele), usato per generare circa l’80% dell’elettricità nel Regno. A seguito di questa ingente perdita, la Giordania è stata costretta ad acquistare altrove – e a prezzi notevolmente più elevati – risorse per garantire l’energia ai suoi cittadini.

In una situazione dunque già difficile, l’afflusso dei profughi siriani ha costituito un ulteriore fardello che ha gravato sulle già provate spalle del governo, soprattutto in termini di infrastrutture funzionali a garantire ai siriani acqua, elettricità e servizi pubblici.

L’impatto dei rifugiati siriani

La letteratura economica sugli effetti delle migrazioni nei Paesi ospitanti è controversa e caratterizzata fondamentalmente da due visioni contrastanti. In base alla prima, i rifugiati sono fondamentalmente un peso per i Paesi ospitanti, ne stressano eccessivamente i servizi pubblici ed entrano in competizione con i cittadini ospitanti relativamente a risorse, posti di lavoro e settore immobiliare. In base alla seconda, i rifugiati costituiscono un beneficio per gli Stati ospitanti: aiuti internazionali, rifugiati forieri di professionalità nuove, diversificate e soprattutto a buon mercato compensano ampiamente gli oneri che gravano sui governi e sulle comunità ospitanti.

Nel caso dei rifugiati siriani in Giordania, sembra opportuno esaminare i principali indicatori economici della Giordania per avere una misura dell’impatto che tale flusso migratorio ha avuto e continua ad avere sulle finanze del Regno.

I Siriani sono stati ritenuti responsabili di sovraccaricare e dunque danneggiare l’economia giordana, ma in realtà tale accusa viene smentita – almeno in parte – da una breve analisi dei dati. Il PIL è salito costantemente negli ultimi cinque anni, passando da 28,84 miliardi di dollari nel 2011 a 37,517 miliardi di dollari nel 2015, e lo stesso è avvenuto per il PIL pro-capite, passato nello stesso intervallo da 10.324 a 10.880 dollari. La disoccupazione ha avuto dal 2011 un andamento altalenante, ma il ruolo dei rifugiati in questo trend è nettamente marginale a causa di un dato fondamentale: la grande maggioranza dei rifugiati siriani in Giordania lavorano nel mercato nero, non entrando dunque in competizione con i Giordani nel mercato del lavoro del Paese ospitante. Per quanto riguarda l’aumento dell’inflazione, sebbene i prezzi di alcuni settori dell’economia siano aumentati considerevolmente in seguito al flusso migratorio (settore immobiliare, educazione, sanità pubblica), la reale causa dell’aumento dell’inflazione va individuata nelle politiche monetarie del Regno agli albori della “Primavera araba”, consistenti in un’iniezione di 2 miliardi di dinari giordani (circa 2,5 miliardi di euro) volti ad aumentare salari e pensioni dei dipendenti pubblici.

Accanto all’analisi dei principali indicatori, va sicuramente riconosciuto che la Giordania ha sostenuto ingenti spese per affrontare la crisi umanitaria. Le spese nell’educazione, nella sanità e in sussidi di vario genere hanno costituito l’1,8% (442 milioni) del PIL nel 2013 e il 2,4% (617 milioni) del PIL nel 2014, ma – dato ancor più rilevante e talvolta poco sottolineato – la crisi dei rifugiati ha portato al regno notevoli benefit riassumibili sostanzialmente in tre categorie che hanno ampiamente compensato i costi sostenuti: gli ingenti investimenti che gli imprenditori siriani hanno portato in Giordania (200 milioni di dinari giordani solo nel 2013), la manodopera siriana a basso costo e soprattutto gli aiuti umanitari e i sussidi di vario genere che la comunità internazionale ha generosamente versato nelle casse giordane ($66,2 milioni dalle ONG, $187,5 milioni da donor arabi, $445 milioni dagli Stati Uniti e $3,9 miliardi dall’Unione Europea).

Dunque, alla luce di quanto analizzato, si può concludere che il governo giordano abbia indubbiamente sostenuto costi elevati nell’affrontare la crisi siriana, ma che d’altro canto i benefit che la stessa ha portato sono senza dubbio maggiori.

La conferenza di Londra e le nuove opportunità per la Giordania

Alla conclusione dei lavori  della Conferenza dei donatori per la crisi umanitaria in Siria, tenutasi il 4 febbraio scorso nella capitale britannica e organizzata congiuntamente da ONU, Regno Unito, Kuwait, Germania e Norvegia, l’ex premier britannico David Cameron ha dichiarato che sono stati raccolti più di 9 milioni di euro. Il dato numerico è senza dubbio importante, ma lo è ancora di più la nuova politica che sta alla base dell’accordo tra la Comunità Internazionale e il governo giordano nella gestione dei rifugiati siriani: il requisito che deve soddisfare la Giordania per poter accedere al credito internazionale è la creazione di posti di lavoro per i rifugiati siriani, finora vissuti ai margini del mercato del lavoro giordano.

Dunque, da una parte la Comunità Internazionale ha tutto l’interesse a stabilizzare quanto più possibile la situazione in Medio Oriente e la Giordania è sicuramente un partner con cui condividere visioni e obiettivi (forse l’unico allo stato attuale); dall’altra il Regno hashemita è ben consapevole che il conflitto siriano è ben lungi dal risolversi e che dunque passeranno anni prima che i rifugiati siriani possano tornare in patria. Da questa consapevolezza nasce la necessità di gestire i rifugiati non più secondo la mera logica dell’assistenzialismo, ma inserendoli nel mercato del lavoro per trasformare un fardello in una opportunità di sviluppo che sia peraltro funzionale al progetto del Re Abdullah II di costruire “a prosperous and resilient Jordan”. Le autorità giordane hanno adottato diverse misure per facilitare l’accesso dei Siriani al lavoro che – secondo UNHCR – potrebbero risultare nella creazione di 78.000 posti di lavoro nel breve termine e di altre migliaia nei prossimi anni: da aprile a luglio è stato indetto un “periodo di grazia” durante cui i datori di lavoro possono regolarizzare gratuitamente i loro dipendenti siriani e i Siriani possono avere il permesso di lavoro presentando i documenti rilasciati da UNHCR ai richiedenti asilo o le Carte di Identità del Ministero degli Interni giordano (mentre prima era necessario il passaporto o un documento di ingresso legale, dei quali i Siriani sono spesso sprovvisti).

Senza alcun dubbio la visione è lungimirante e potrebbe costituire una reale opportunità di sviluppo e di stabilizzazione per il Regno, nonché di (ri)normalizzazione delle vite funestate dei rifugiati, ma resta da vedere se la Giordania sarà in grado di superare due problematiche da cui derivano le possibilità di successo del progetto: in primo luogo deve dimostrarsi in grado di attrarre nuovi investitori così da poter creare quei posti di lavoro in cui convogliare i Siriani, in secondo luogo deve convincere i Siriani a entrare nel mercato del lavoro regolare, impresa non semplicissima in virtù del fatto che molti di essi non intendono regolarizzare la propria posizione per non perdere lo status di rifugiati e tutti i benefici che ne derivano.

NOTE:

1. Il numero risulta dalle stime di UNHCR, ma secondo le autorità giordane un altro milione di rifugiati siriani vive nel Regno.


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