Germania e immigrazione: Angela Merkel al bivio Germania e immigrazione: Angela Merkel al bivio
Che la si possa odiare o la si possa amare Angela Merkel non è un semplice leader politico. È quella che gli storici definiscono... Germania e immigrazione: Angela Merkel al bivio

Che la si possa odiare o la si possa amare Angela Merkel non è un semplice leader politico. È quella che gli storici definiscono una statista capace di governare negli anni, ponendo gli interessi del proprio paese prima di ogni considerazione personale. Ha sempre pensato al futuro prossimo e agli scenari politici più lontani, trovandosi ad affrontare sfide economiche e geopolitiche impensabili fino a qualche tempo fa. Non per nulla il Presidente Obama ha sempre avuto parole di stima e di apprezzamento sincero per questa donna definendola ogni volta un alleato solido su cui poter contare, nonostante le divergenze politiche in taluni casi. Nel 2011 durante il famoso vertice G20 a Cannes si discusse della precaria situazione italiana dal punto di vista finanziario. Al tavolo erano presenti Obama, Merkel, Berlusconi, Tremonti e Lagarde. Di quella riunione notturna si è detto e parlato molto e l’immagine della Cancelliera tedesca in lacrime consolata da Obama è stata oggetto di molteplici ricostruzioni. Si è scritto che la causa di quel pianto fosse la difesa di Obama della politica monetaria italiana a discapito dielle rigide regole di Brexelles, ma secondo alcuni fu invece uno sfogo dopo una sua lapidaria frase: “Non posso farci nulla se la Germania dopo la sua storia burrascosa ha deciso di difendere l’Europa e i propri valori”. Cosa ci sia di vero non è dato sapersi, ma questa sua possibile affermazione lascia intendere la tempra ed il carattere forte e deciso di questa donna che per prima è stata eletta Cancelliere per ben tre volte di consecutive.

Angela Merkel nasce ad Amburgo nel 1954, figlia di un pastore luterano e di un’insegnante di Inglese e Latino. Poco dopo la sua nascita la famiglia si trasferisce a Templin, una cittadina della Germania Est che si trova a circa 80 km da Berlino. In questa città la futura Cancelliera dimostra immediatamente una spiccata intelligenza, già dal liceo eccelle principalmente in matematica ed in lingua russa, tanto da vincere le olimpiadi di lingua russa di Templin. Entra a far parte della Libera Gioventù Tedesca (Freie Deutsche Jugend) per poi iscriversi alla facoltà di fisica e a 23 anni si sposa con il primo marito, da cui prenderà il cognome, Ulrich Merkel. Dopo la laurea si trasferisce a Berlino dove consegue il dottorato in fisica quantistica sul decadimento degli idrocarburi. In seguito diventa ricercatrice alternando la sua attività di lavoro alla passione per la politica. Berlino non è di certo una città facile in quegli anni e dopo il divorzio dal marito (di cui però tiene il cognome) inizia a confrontarsi con alcuni cambi epocali dal punto di vista storico e sociale.

Dopo la caduta del muro la Merkel si iscrive a “Risveglio democratico” (Democratische Aufbruch) e con le libere elezioni del 1990 diventa vice portavoce dell’ultimo governo della Repubblica Democratica Tedesca, guidato da Lothar de Maizière. Sono i mesi in cui la politica tedesca corre verso il processo di unificazione, un processo che preoccupa molti politici europei, in particolare in Francia, dove si sentono minacciati da una Germania più grande ed inevitabilmente più forte. Anche in Italia l’unificazione tedesca è mal vista e a sintetizzare l’opinione del Governo Italiano ci pensa Giulio Andreotti che con la sua immancabile ironia disse: “Amo così tanto la Germania che preferisco averne due”. Sono oramai i primi anni ‘90 e la Germania per potersi riunire deve di fatto firmare il trattato di Maastricht che impone al nascente Stato riunificato vincoli politici ed economici. Eppure questo momento storico di forte europeismo che coincide con uno sviluppo economico non indifferente in tutto il continente porterà la Merkel ad avere una visione strettamente legata ad un concetto di Europa unita, determinante per le sue successive scelte politiche.

Dopo la riunificazione aderisce alla CDU (Christlich Demokratische Union Deutschlands) il più grande partito di centro destra dell’Ovest, all’epoca guidato da Helmut Kohl. Subito viene nominata Ministro per le donne, i giovani e lo sport, ma poi Kohl la promuove assegnandole il non secondario dicastero per le politiche ambientali. Non solo. Si dovrà occupare anche di sicurezza nucleare e, vista l’importanza che la politica energetica tedesca pone nei confronti dell’atomo, il suo ruolo sarà strategico per tutta la nazione. Subito il suo approccio pragmatico lascia stupiti i tedeschi favorendo il proprio consenso ma soprattutto la stima da parte degli ambienti politici. Nel 1998 le elezioni tedesche segnano però il crollo della CDU che pochi mesi dopo viene coinvolta nello scandalo sui finanziamenti illeciti al partito. Dopo una lunga carriera politica lo stesso Kohl cadrà rovinosamente e mentre lo stato generale del partito cerca di difendere l’indifendibile la futura cancelliera sorprende tutti attraverso un intervento pubblicato sul conservatore Frankfurter Allgemeine Zeitung. Nel suo scritto afferma di sentirsi moralmente offesa e di ritenere necessario far chiarezza sulla vicenda, invitando l’ex mentore a dimettersi.

A questo punto tutto è storia recente. La Merkel diventa la donna più importante del partito e nel 2002 dopo la seconda vittoria dell’SPD viene promossa a capo della CDU diventando leader dell’opposizione. Nel 2005 il suo partito di ispirazione conservatrice vince le elezioni per un solo punto percentuale ed Angela diventa la prima donna Cancelliera a guidare la nazione a capo di una coalizione che include anche il partito socialdemocratico. Alla fine del suo mandato, nel 2009, viene rieletta per la terza volta e dopo un periodo di benessere economico e dopo una politica concentrata più su logiche nazionali la Merkel dovrà iniziare a confrontarsi su molteplici scenari esteri. La prima situazione critica è la crisi nucleare all’indomani del terribile incidente di Fukushima. I verdi, che in Germania hanno molto peso politico ed influenzano pesantemente l’opinione pubblica, attaccano la posizione filo-nucleare della Cancelliera. Nasce da qui la sua inaspettata ma lungimirante posizione che porterà la Germania ad adottare una posizione energetica per un futuro lontano dall’atomo.

Ma la situazione più critica che ha dovuto affrontare è stata la crisi finanziaria dell’eurozona che ha assunto nei mesi scorsi dimensioni enormi ed inimmaginabili fino a poco tempo prima. Non solo la Grecia si è trovata sull’orlo della bancarotta, ma anche altri paesi Europei si sono trovati in situazioni simili ed è stato necessario che le istituzioni europee prendessero subito drastici provvedimenti. Ovvio quindi che essendo la Germania la nazione più ricca la Cancelliera si trovi ad avere una posizione di enorme responsabilità e di enorme potere. Nella gestione della crisi si è trovata forse per la prima volta in difficoltà. Da una parte ha dovuto dar conto della politica economica di rigore facendo in alcuni momenti prevalere una linea che le ha portato una forte impopolarità all’estero, dall’altra invece ha talune volte prevalso una linea “europolitca” considerando il progetto dei padri fondatori più importante del rigore dei numeri. Concessioni quindi ai paesi sofferenti del Sud Europa creando però qualche mal di pancia all’interno del suo stesso partito e tra i suoi stessi elettori.

Da un anno però lo scenario è nuovamente cambiato e la crisi estiva incombente sulla Cancelliera si chiama “emergenza profughi”. Un anno fa la Merkel disse: “Mi sembra che il mio Paese abbia compiuto un atto doveroso”. Un affermazione coraggiosa che nell’agosto del 2015 le è valso il plauso da molte parti del mondo che fino a quel momento guardavano con occhio indifferente la crisi umanitaria della Siria e di alcune zone limitrofe. Lo scorso anno l’agenzia per i migranti e i rifugiati della Germania diffuse un documento interno nel quale annunciava la sospensione delle procedure di controllo previste per i rifugiati siriani arrivati in Germania, di fatto accettando di farsene carico. Un documento che sostanzialmente revoca tutti gli ordini di espulsione emanati contro chi non è entrato nell’Unione Europea dalla Germania, ma ha fatto lì la sua richiesta d’asilo. Prevede inoltre la sospensione delle procedure previste dagli accordi di Dublino del 1990, secondo i quali un richiedente asilo non può presentare una domanda di asilo in più di uno Stato membro dell’Unione Europea e secondo i quali la domanda deve essere gestita e esaminata dal primo Stato in cui il richiedente ha fatto ingresso (in assenza di accertati rapporti familiari). La decisione della Germania ha avuto una valenza storica. Innanzitutto essa viene letta da diversi analisti come una manovra per fare pressione sugli altri Paesi europei che finora hanno utilizzato il protocollo del 1990 come base giuridica per rifiutarsi di accogliere e farsi carico di una quota equa di migranti. In secondo luogo la Merkel è consapevole degli scenari geopolitici futuri. Conosce bene che la Germania vive una decrescita demografica inarrestabile ed è ben consapevole che una politica famigliare ed un apertura all’immigrazione sono le ricette percorribili per permettere al proprio paese di mantenere la leadership economica in Europa.

Eppure dopo molteplici sfide vincenti affrontate dalla Cancelliera, proprio quella sui migranti potrebbe rivelarsi la più impegnativa e quella dalle conseguenze inaspettate. Sembrava inizialmente che Angela Merkel conoscesse bene i suoi connazionali, perché i tedeschi hanno mostrato una straordinaria generosità verso i nuovi arrivati. Anche quando i numeri di accolti era destinato a crescere in continuazione la “cultura dell’accoglienza” è rimasta forte. Nei primi mesi la scelta della leader tedesca era ancora condivisa dalla metà dei cittadini, mentre solo il 40 per cento riteneva che avesse torto. Qualche tempo fa Berlino ha annunciato una revisione al rialzo della stima delle richieste d’asilo che alla fine dello scorso anno si sono attestate sulle 800.000. Un dato in crescita del 32 per cento rispetto al 2014. Numeri importanti che hanno dato molto spazio a voci contrarie sia nella destra identitaria che nel suo stesso partito le quali hanno mostrato molto più che dissenso rispetto a questa linea politica.

Anche i progetti di integrazione lanciati dal Governo di Berlino sembrano non raccogliere i frutti sperati. Nello stabilimento Mercedes-Benz di Sindelfingen 42 richiedenti asilo hanno iniziato un tirocinio di inserimento. I partecipanti, di età compresa tra 19 e 55 anni, provengono da Afghanistan, Algeria, Eritrea, Iran, Iraq, Nigeria, Camerun, Pakistan, Serbia e Siria. Progetto encomiabile ma che a fronte del più di un milione di richiedenti asilo pare quasi ridicolo nonostante le rassicurazioni da parte dei vertici del gruppo automobilistico di Stoccarda di nuove assunzioni. Anche la Porsche ha deciso di aderire a iniziative di questo tipo, ma dopo aver concesso un periodo di prova a circa 30 persone nei suoi stabilimenti per qualche mese di questi solo 12 hanno ottenuto un contratto annuale, mentre ad altri 4 è stato offerto un periodo di apprendistato. Troppo poco ovviamente ed è per questo che la stessa Merkel ha convocato nuovamente per settembre tutti i rappresentanti dei principali gruppi industriali sperando ovviamente che il numero di assunti tra i profughi (449 in tutta la Germania secondo il ministero del lavoro) possa aumentare sensibilmente.

Certo anche questi lapidari numeri non aiutano. Il gradimento della Cancelleria è in forte discesa e le voci di dissenso si stanno moltiplicando. I timori per la sicurezza e la gestione dei profughi, tornati a manifestarsi dopo gli attentati islamici di Ansbach e Wuerzburg, costituiscono una miscela molto pericolosa per Angela Merkel, che in un mese vede precipitare di 12 punti percentuali la sua popolarità. È il livello più basso dall’inizio della legislatura quello registrato dal ‘Deutschlandtrend‘, il sondaggio mensile della tv pubblica Ard. Da luglio ad agosto il gradimento per il lavoro generale della cancelliera è precipitato dal 59 al 47%, quello per la sua politica sui profughi dal 42 al 34%: meno 8 punti.

Proprio la politica di accoglienza dei migranti è largamente sotto tiro. Poco più della metà dei suoi elettori giudica negativamente questa sua linea (52% dei votanti Cdu-Csu) mentre i numeri sono ancora più impietosi tra gli elettori delle altre compagini tedesche (62% Spd, il 69% Linke, il 74% liberali e il 100% Afd). Inoltre alcune figure affermate della propria coalizione continuano a crescere nei consensi, ponendosi in antitesi alla linea della Cancelliera. Basti pensare al suo alleato-concorrente del partito gemello bavarese, Horst Seehofer, che oggi addirittura tallona la Merkel: la sua popolarità è al 44%, 11 punti in più di luglio.

E naturalmente, giacché Seehofer è tentato di candidarsi autonomamente alla cancelleria, anche questa non è una buona notizia per la Merkel, scivolata per di più al sesto posto nella classifica dei politici più apprezzati. Prima di lei ci sono Frank-Walter Steinmeier, Wolfgang Schaeuble, due leader verdi – il presidente del Baden-Wuerttenberg Winfried Kretschmann e Cem Ozdemir – e il Ministro degli Interni Thomas de Maizière. Numeri preoccupanti perché indicano uno scollamento serio tra la Merkel e l’opinione pubblica, evidentemente non convinta dalle rassicurazioni date dopo gli attentati. L’emozione provocata dai due atti terroristici con certa matrice islamica (che hanno causato feriti ma nessuna vittima, se si escludono i due attentatori) hanno messo allo scoperto un Paese diviso, quasi tagliato in due. Da un lato emerge una pressante domanda di sicurezza, di legge e ordine, come traspare anche dal sondaggio di Ard e dal suo risultato in Meclemburgo. Dall’altra si conferma una grande disponibilità all’aiuto volontaristico dei profughi, come attestato dal recente studio della Fondazione Bertelsmann.

Eppure numeri sempre più grandi destano una maggiore preoccupazione. I bavaresi hanno visto arrivare 175mila profughi nell’ultimo mese, circa l’1,5 per cento della popolazione locale. Molti di questi si sposteranno in seguito in altri Stati tedeschi, ma altri 175mila probabilmente arriveranno il prossimo mese. Questo flusso migratorio verso la Germania è quasi senza precedenti nella recente storia europea: 1,5 milioni di persone in sei mesi è come se negli Stati Uniti, la cui popolazione è il quadruplo di quella tedesca, si accogliessero un milione di rifugiati al mese.

C’è da fare infine un ultima considerazione per comprendere, fino in fondo, il perché di questa politica. Anche se buona parte delle persone nel mondo sembra averlo dimenticato o lo ignora, la storia recente della Germania ha lasciato molti segni sulla società tedesca. Non ci si riferisce soltanto ai crimini nazisti, ma anche ai molteplici spostamenti che cittadini e rifugiati tedeschi in molte parti dell’Europa dovettero fare a causa dei vari conflitti e dei continui spostamenti di confine. Spesso ci si dimentica dell’esodo dei tedeschi da alcuni paesi dell’Europa orientale così come bisogna ricordare i moltissimi tedeschi che arrivarono all’indomani della fine della prima guerra mondiale durante il periodo di italianizzazione dell’Alto Adige. Accade quindi spesso che gli elogi alla politica di accoglienza indiscriminata della Cancelliera tedesca Angela Merkel siano mossi da motivi etici e morali. A causa proprio di una coscienza storica Berlino si sente obbligata ad accogliere tutti, anche se ad oggi nel concreto i distinguo si stanno facendo necessari.

La ripresa della politica dopo la pausa estiva sarà determinante per Angela Merkel. Dopo la sconfitta appena patita nella regione del Meclemburgo, nel giro di pochi giorni sarà la volta del “parlamento” autonomo di Berlino. Certo le elezioni amministrative non possono essere confrontate con quelle federali, ma un tema attuale come la politica sui rifugiati ha conseguenze anche a livelli locali con importanti conseguenze. Anni fa la Cancelliera disse che i tedeschi hanno valori cristiani e che “chiunque non lo accetti è nel posto sbagliato”. Posizioni dure all’apparenza, ma che possono sposarsi con una politica di integrazione se rigida e ben determinata. Il Ministro degli Interni De Maiziere l’ha recentemente annunciato: nessuna tolleranza come ad oggi nella politica dell’accoglienza. Un cambio di linea a pochi mesi dal voto che potrebbe essere fondamentale per entrare nella storia europea ed essere eletti per la quarta volta a Berlino.



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