Nigeria e petrolio: tra crescita e inefficienze Nigeria e petrolio: tra crescita e inefficienze
La storia recente della Nigeria è segnata da due eventi cardine, uno politico e uno economico: il riconoscimento dell’indipendenza dal Regno Unito nel 1960... Nigeria e petrolio: tra crescita e inefficienze

La storia recente della Nigeria è segnata da due eventi cardine, uno politico e uno economico: il riconoscimento dell’indipendenza dal Regno Unito nel 1960 e la scoperta dei ricchi giacimenti di petrolio, per la maggior parte situati nella regione meridionale del Paese, alla fine degli anni Cinquanta. In realtà l’esplorazione del suolo nigeriano alla ricerca dell’oro nero fu inaugurata all’inizio del secolo scorso quando divenne evidente che lo sfruttamento delle risorse petrolifere avrebbe costituito un fattore d’importanza capitale sul piano economico e strategico. Dopo una serie di tentativi andati a vuoto, nel 1956 gli sforzi della Shell e della British Petroleum furono ampiamente ripagati dalla scoperta dei primi due giacimenti situati nella regione del delta del fiume Niger, precisamente negli Stati di Bayelsa e Rivers, con la città di Port Harcourt che è attualmente il polo di attività principale del settore petrolifero nigeriano.

Come molti Stati africani, anche la Nigeria è un Paese il cui sottosuolo abbonda di risorse naturali: oro, ferro, piombo, uranio, stagno, carbone e zinco. Un aspetto che molto spesso ha rappresentato e rappresenta la croce, delle popolazioni africane, e la delizia, dei loro governi e delle multinazionali alle quali è concesso di operare sul loro territorio. Non si può negare che è grazie allo sfruttamento di queste risorse, soprattutto quelle petrolifere e le riserve di gas, che il governo nigeriano ha potuto edificare il perno intorno al quale far ruotare i processi di industrializzazione, urbanizzazione e lo sviluppo economico che il Paese ha conosciuto negli ultimi decenni. Oggi la Nigeria si attesta in ventiquattresima posizione nella classifica delle potenze economiche mondiali e nel 2009 ha superato il Sud Africa in termini di PIL diventando la prima potenza economica del continente africano. Nel 2013 vi è stata una crescita del 5,3%. Un dato che è stato ulteriormente migliorato nell’anno successivo, quando l’incremento del prodotto interno lordo ha raggiunto il 6,3%.

Membro dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) dal 1971, la Nigeria è il più grande produttore di greggio del continente africano, sebbene incalzato dall’Angola che ad aprile ha fatto registrare un produzione superiore. Attualmente, i suoi giacimenti petroliferi e l’attività estrattiva garantiscono una produzione che varia dagli 1,6 agli 1,8 milioni di barili di petrolio ogni giorno. L’andamento dell’economia nigeriana è comunque direttamente vincolato all’andamento del mercato dell’oro nero: un aspetto che ne costituisce anche uno dei principali punti deboli. Infatti, nonostante una economia dinamica e in continua espansione che negli ultimi dieci anni ha fatto registrare una crescita media del 6% e nonostante lo sforzo del governo nigeriano di diversificare le entrate provenienti da altre attività produttive, l’economia nigeriana ancora oggi rimane fortemente legata alle entrate provenienti dal settore degli idrocarburi, che oggi costituiscono il 14,4% del prodotto interno lordo.

In tal senso un dato significativo è rappresentato sia dalla percentuale delle esportazioni di idrocarburi, il 90% del totale, fortemente esposte all’evoluzione delle quotazioni del prezzo del greggio, sia dalle entrate fiscali derivanti da questo settore (75%). Conseguentemente, lo sviluppo economico ha subito un ridimensionamento a partire dal 2015, anno in cui il PIL nigeriano è cresciuto “solo” del 4,8%, proprio in coincidenza con il crollo del prezzo dell’oro nero che ha continuato a scendere fino a raggiungere un picco negativo inferiore ai 30 dollari al barile nel gennaio 2016.

Altra criticità riguardante il settore petrolifero è rappresentata dall’inefficienza dei siti di produzione, strettamente collegata alla mancanza di sicurezza che regna nel Paese. Nel 2015 l’agenzia Beyond Ratings aveva stimato che in Nigeria, potenzialmente, potrebbero essere prodotti circa 4 milioni di barili di petrolio al giorno, contro una media annua che dal 1970 varia dai 2 ai 2,5 milioni. La differenza tra la produzione effettiva e quella potenziale può in effetti essere spiegata tenendo in considerazione tutte quelle attività che quotidianamente interferiscono con la produzione di greggio nei vari siti onshore (delta del Niger) e offshore (Golfo di Guinea): sabotaggi degli oleodotti e attacchi alle infrastrutture petrolifere da parte di gruppi armati, furto di grandi quantitativi di greggio e operazioni paramilitari, specialmente sulle piattaforme marine. Costretto a fronteggiare le minacce provenienti dei terroristi di Boko Haram a Nord e dalle operazioni della Niger Delta People’s Volunteer Force a Sud, è stato calcolato che il governo federale nigeriano ogni anno non usufruisce di una discreta percentuale di proventi derivanti dalla produzione petrolifera a causa dalla “perdita” di una grande quantità di barili di petrolio.

Altro aspetto che si deve tener presente e che costituisce un ulteriore flagello per l’economia del Paese è il dilagante fenomeno della corruzione. Se una parte delle ingenti entrate derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti di petrolio ha permesso al governo di Abuja di investire fortemente nel miglioramento delle infrastrutture e dei servizi pubblici, allo stesso tempo un indefinito quantitativo di miliardi dollari non è mai entrato nella casse nazionali. Nel 2014 il Presidente della Banca centrale nigeriana aveva pubblicamente accusato la Nigerian National Petroleum Corporation (NNPC), compagnia petrolifera nazionale, di aver sottratto allo Stato qualcosa come 12 miliardi di dollari di entrate petrolifere. Una situazione che si protrae da anni e che coinvolgerebbe non solo l’ente nazionale ma anche gli altri giganti petroliferi internazionali, soprattutto Shell e Eni.

Inoltre la crescita derivante dallo sfruttamento delle risorse petrolifere di cui ha potuto godere il Paese in termini economici e di importanza nello scacchiere geopolitico non è stata seguita da una equa ridistribuzione della ricchezza. Per questo la Nigeria da una parte è in termini assoluti il Paese più ricco del continente, ma dall’altra è anche quello caratterizzato da uno dei tassi di povertà nazionale più elevati (62%) a causa di un cattivo meccanismo di ridistribuzione delle entrate.

Altro elemento critico da valutare è quello relativo allo sfruttamento indiscriminato e all’impatto ambientale dell’attività di estrazione. Per sua natura inquinante, l’industria petrolifera in Nigeria è la principale causa di uno dei più grandi disastri ambientali della storia, determinando spaventosi livelli di avvelenamento della terra, dell’aria e dell’acqua. Nel 2011 anche le Nazioni Unite, in un rapporto relativo al loro programma per l’ambiente (PNUE), avevano posto l’accento su questo grave problema e sulla necessità di procedere alla bonifica delle zone inquinate. Operazione che richiederebbe un investimento di circa 1 miliardo di dollari, al quale dovrebbero in larga parte contribuire le multinazionali responsabili di questa situazione.

Se è dunque vero che la scoperta di ricchi giacimenti di petrolio ha garantito il grande sviluppo dell’economia nigeriana precedentemente descritto, è altrettanto vero che sessant’anni di attività estrattiva hanno letteralmente devastato le zone circostanti i siti di estrazione, in particolar modo la regione del delta del Niger, mettendo in ginocchio l’economia locale, basata in larga parte sull’agricoltura, l’allevamento e la pesca. Il land grabbing, ossia la sottrazione della terra per le attività di estrazione, e la tecnica del flaring, con la conseguente emissione di gas nocivi nell’aria, hanno notevolmente favorito l’aggravarsi di danni all’ambiente e alla salute degli abitanti di quelle regioni, costretti a utilizzare acqua inquinata per bere, mangiare e lavarsi e a cercare fonti alternative di rendita non potendo più coltivare, allevare o pescare.

Alla questione petrolifera è strettamente connesso, paradossalmente, un altro problema: quello relativo ai prezzi della benzina. Infatti nel corso di questi decenni il governo nigeriano non è ancora riuscito a mettere in piedi un efficiente sistema di raffinazione ed si ritrova di conseguenza costretto a importare i prodotti petroliferi lavorati, come la benzina, poiché l’azione delle quattro raffinerie gestite dalla NNPC a Port Harcourt (2), Warri e Kaduna non è sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale di carburante. Da qui il paradosso. Importare petrolio raffinato ha un costo elevato e ovviamente il prezzo del carburante ne risente notevolmente.

Negli anni passati il governo di Abuja era riuscito a garantire un prezzo alla pompa ragionevole, pari a 86,5 naira al litro ossia 0,38 centesimi di euro. Tutto ciò attraverso un sistema di sovvenzioni e sussidi tramite il quale era il governo stesso a pagare la differenza a distributori e importatori. Sistema che aveva però provocato un vasto traffico illegale con i Paesi limitrofi dove i prezzi della benzina erano più elevati. A febbraio, a causa della caduta dei prezzi del petrolio, lo Stato nigeriano ha così deciso di porre fine al sistema delle sovvenzioni e naturalmente il costo del carburante alla pompa ha subito una clamorosa impennata fino a raggiungere i 145 naira al litro (+67%). Oggi come in passato, l’aumento dei prezzi della benzina ha avuto un duplice effetto. In primo luogo ha scatenato le proteste da parte dei sindacati, su tutti il Nigeria Labour Congress (NLC) e il Trade Union Congress (TUC), e ovviamente quelle dei consumatori.

In secondo luogo ha ulteriormente alimentato quel sistema economico “parallelo” che da anni influisce negativamente sulle casse del governo nigeriano: il settimanale The Economist ha infatti ribattezzato la Nigeria “la capitale mondiale del furto del petrolio”. Le perdite nette per il governo e le multinazionali variano naturalmente a seconda del valore di mercato del greggio ma costituiscono sicuramente una minaccia non secondaria per l’economia nigeriana. La raffinazione illegale del petrolio è un’attività largamente diffusa. Rubato ogni giorno in grande quantità dagli oleodotti, lavorato in uno dei migliaia di siti clandestini dislocati ormai ovunque sul territorio nazionale, trasformato in benzina con delle tecniche rudimentali, che aggravano ulteriormente il problema dell’inquinamento ambientale e che infine viene venduta al mercato nero.

Un mercato notevolmente redditizio, alimentato non solo dall’esigenza della popolazione locale di poter acquistare la benzina ad un prezzo basso, ma anche dal fatto che molte persone, soprattutto i più giovani, non potendo più contare sull’entrate derivanti dall’agricoltura o dalla pesca, hanno dovuto fare di necessità virtù e oggi sono costretti a lavorare illegalmente il petrolio per avere una fonte di guadagno. Le autorità nigeriane hanno dichiarato da anni guerra al mercato clandestino del petrolio e del carburante creando numerose pattuglie paramilitari alle quali è richiesto di garantire la protezione dei siti di estrazione e che procedono quotidianamente ad arresti e alla chiusura di centinaia questi centri di raffinazione illegale, non solo nella regione del delta del Niger ma anche nel Nord del Paese. Le raffinerie illegali, che possono arrivare a produrre fino a 1.000 litri di benzina al giorno, sono gestite da persone ricche e potenti che sfruttano la povertà, la disoccupazione e l’alto costo dei prezzi della benzina per alimentare il loro business illecito.

In questa situazione appare auspicabile un ripensamento del modo di gestire l’intero settore petrolifero da parte del governo nigeriano, vista l’importanza che esso assume per l’economia del Paese. In primo luogo le autorità nigeriane dovrebbero intraprendere una seria lotta sia contro la corruzione, dilagante tra i più alti funzionari, sia nei confronti dei ladri di petrolio, visto che in tal senso le autorità nigeriane hanno fatto molto poco per portare i responsabili di fronte ai tribunali nazionali. Un problema grave che attanaglia il settore e che comporta per la Nigeria la perdita di molti miliardi di dollari. Miliardi che potrebbero essere spesi per offrire alla popolazione servizi pubblici più efficienti, per ridurre le disparità sociali, per rafforzare le misure di sicurezza sui siti di estrazione del petrolio ed anche, e forse soprattutto, per riparare i danni ambientali causati dalle compagnie petrolifere, nazionali e multinazionali.

In secondo luogo, altrettanto importante sarebbe la creazione di un nuovo e più efficiente sistema misto, pubblico e privato, di raffinazione del petrolio grezzo con la costruzione di nuove raffinerie che vadano a sostituirsi a quelle illegali, mettendo fine al problema della penuria cronica di carburante e al continuo rialzo dei prezzi alla pompa. In questo maniera crescerebbero le entrate dello Stato che sarebbe meno vincolato all’importazioni di prodotti raffinati dall’estero, verrebbe garantito un prezzo della benzina ragionevole e si avrebbero inoltre nuovi posti di lavoro in grado di ridurre il tasso di disoccupazione. Inoltre, questo cambio di strategia nella gestione dell’industria petrolifera deve assolutamente essere improntato al rigoroso rispetto degli elevati standard internazionali in materia di estrazione, al fine di garantire la tutela della salute dei cittadini nigeriani e di un ambiente sempre più provato da decenni di sfruttamento indiscriminato, aggravato dall’impunità e dalla sconsideratezza che ha contraddistinto fino ad oggi l’azione delle compagnie petrolifere nazionali e internazionali. Ed è forse questa la sfida più ardua da dover affrontare per il futuro della Nigeria.

NOTE:

Andrea Gasperini è collaboratore del programma «Africa e America Latina» dell'IsAG.


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