L’Italia tra asimmetrie europee e opportunità mediterranee L’Italia tra asimmetrie europee e opportunità mediterranee
L’Unione Europea incassa l’ennesima sfiducia, in questo caso da parte del popolo inglese. La Gran Bretagna che comunque non era nell’Euro, palesa ancor di... L’Italia tra asimmetrie europee e opportunità mediterranee

L’Unione Europea incassa l’ennesima sfiducia, in questo caso da parte del popolo inglese. La Gran Bretagna che comunque non era nell’Euro, palesa ancor di più un caso su cui riflettere per comprendere l’impopolarità della UE nella stessa Europa. Dobbiamo, infatti, pensare ai vari referendum, come l’olandese e il francese, che hanno sempre espresso sfavore verso l’Unione Europea. Si potrebbe argomentare il tutto con semplificazioni di carattere popolare, additando la difficoltà dei popoli europei ad accettare una Unione che chiede cessioni parificando le proprie diversità e realtà locali, fatte di diversità economiche, di reddito, di cultura se vogliamo. Per capire invece, bisogna guardare molto più indietro e iniziare l’osservazione con una chiave di lettura perlomeno geo-economica dell’Europa e del mondo sul finire degli anni Settanta.

In quegli anni abbiamo sia il G7 di Tokio del 1979 che la realizzazione dello SME. Il primo decretava un cambiamento macroeconomico fondamentale e che avrebbe gettato le basi delle crisi che oggi viviamo. Lo SME, invece, decretava la nascita di un sistema monetario europeo prodromo dell’Euro. Al G7 di Tokio il paradigma macroeconomico della solidarietà e della crescita comune incentrata su politiche keynesiane viene meno. È l’inizio di un sistema competitivo e individualista dei Paesi ai quali toccherà gestire i propri squilibri confrontandosi con il mercato e non più con una societas di nazioni coordinatrici per un equilibrio generale finalizzato alla stabilità e alla crescita.

Abbiamo così la prima crisi del nascente Euro, ancora SME, che nel 1992 dopo l’unificazione tedesca, avvenuta poco prima portò la Lira e la Sterlina ad uscire dal sistema monetario, ciò a causa di squilibri macroeconomici legati ai tassi di interesse e alle ovvie speculazioni del mercato. Si consoliderà così il primato della Germania all’interno dell’unione monetaria che vedrà nascere l’Euro con le sue asimmetrie già palesi e previste. Dagli anni Ottanta in poi un altro fattore importantissimo porterà l’Italia a subire gli squilibri e ad accentuarli, ovvero le dismissioni delle aziende appartenenti al gruppi IRI. Questo passaggio industriale dal pubblico al privato, di aziende strategiche, ancor più nel nuovo scenario, incentrato sulla globalizzazione di matrice neoliberale, non ha fatto altro che depotenziare il sistema industriale italiano ridimensionando il Paese in Europa e nel mondo.

L’inizio della marginalizzazione

Le asimmetrie sinteticamente descritte si andranno scaricando nel tempo sul tessuto industriale italiano, per lo più fatto di piccole e medie imprese, che nel contesto della globalizzazione si troveranno ad operare comunque con formidabile capacità. Su di esse, infatti, verrà scaricato sempre più l’onere fiscale necessario a sopportare gli squilibri economici. La perdita di grandi aziende con potenzialità di competizione a livello globale, hanno poi mutilato il sistema Paese di vettori strategici necessari al consolidamento ed acquisizione di quote di mercato in settori nei quali l’Italia era all’avanguardia.

Di tale tendenza hanno sofferto in primis la ricerca e l’innovazione che hanno subito costantemente una contrazione cedendo posizioni e puntellando dove possibile i risultati ottenuti negli anni grazie alla straordinaria capacità dei ricercatori italiani. Capacità che poi sono state fortemente apprezzate all’estero, dove hanno alimentato lo sviluppo di altri Paesi e quindi a nostro sfavore. È mancato così un ruolo di guida e di traino di grandi asset, decretando l’impossibilità di creare un blocco industriale italiano che anche se privato, comunque con connotati nazionali. Dall’agroalimentare e distribuzione, al nucleare, al ferroviario sono molti i settori dove l’Italia ha perso occasioni uniche a causa di privatizzazioni mal gestite che hanno favorito i competitori stranieri, in molti casi con ambigue dinamiche a favore di Paesi come la Francia che sono il nostro maggior competitore insieme alla Germania.

Nuove opportunità

La tendenza alla marginalizzazione è stata per lo più accettata e in maniera anche opportunistica da parte di certi settori industriali, che hanno ripiegato per lo più sulle delocalizzazioni senza considerare il sistema in un’ottica nazionale, visione invece centrale in Paesi come Germania e Francia che fanno della loro economia e forza, un qualcosa di nazionale. In effetti, l’Italia ha aperto molto di più la propria economia alle acquisizioni straniere di quanto non lo abbiano fatto altri Paesi. Il mutamento geopolitico iniziato ormai da più di un decennio invece, ha portato delle opportunità al quanto uniche per il Bel Paese, sia in termini di export sia di potenziale rinascita industriale.

L’ascesa dei BRICS, in particolare di Russia e Cina, ma in generale di uno slancio verso lo sviluppo di aree del pianeta prima relegate al sottosviluppo sono generose realtà potenzialmente fautrici di un riassetto positivo di lungo periodo. Anche se la situazione attuale dell’economia internazionale non è delle migliori e nella quale l’Europa, come maggior consumatore mondiale, contribuisce fortemente in maniera negativa, rimane valido l’assetto che si va delineando. In questo frangente l’Italia ha un’opportunità esclusiva sulla quale fare leva. L’aumento dei traffici marittimi verso Oriente e la scoperta di vastissimi giacimenti di gas, oltre tutto operati dall’Italia, rende il Mediterraneo, di cui l’Italia è la banchina portuale naturale, un asset esso stesso.

In quest’ottica, va considerata la posizione dell’Italia e il Mediterraneo come un moltiplicatore economico, con vantaggi dal punto di vista dei fattori produttivi che i giacimenti di gas esprimono. Per generare tale forza lo strumento è quello delle infrastrutture, necessarie a sviluppare e convogliare le energie produttive e le materie prime. Il potenziale è ampio, possiamo parlare concretamente di un profondo riassetto del Paese verso una posizione esclusiva di gate Euro-Mediterraneo. Di tale riposizionamento beneficerebbe il sistema industriale italiano che andrebbe ad avere un esclusivo vantaggio essendo quella italiana un’industria del valore aggiunto.

Un generoso piano infrastrutturale renderebbe così vantaggiose le merci prodotte in Italia, dall’agroalimentare a tutti gli altri settori. Tempi di trasporto e sdoganamento, quindi velocità di esportazione e importazione sono i valori aggiunti necessari alla competizione nei prossimi anni sul lato del trasporto, ma che hanno ovvi riflessi sul lato produttivo. Sappiamo che i prodotti nazionali sono richiesti in tutto il mondo e le classi medie emergenti aumenteranno tale richiesta, tanto che il Prodotto in Italia è oggi tra i più copiati con danni all’economia difficile da valutare, ma che si aggirano solo per l’agroalimentare in circa 60 miliardi di Euro. L’aspetto geo-economico e geopolitico di tale opportunità si tradurrebbe in un “centralismo costruttivo” con l’Italia fulcro del Mediterraneo. Il potenziale economico e politico di tale riposizionamento, porterebbe l’Italia a essere crocevia non solo di merci, ma un forum mediterraneo di politica e cultura che oggi, come un tempo, si propagherebbe fino a Oriente.

Uno scenario positivo anche verso la sponda africana sinergica alla realizzazione di una stabilità mediterranea con attori importanti sia dal punto di vista energetico, sia economico. Il ruolo del nuovo canale di Suez è per l’Italia un tassello importante su cui operare, realizzando un dislocamento produttivo nei parchi industriali attigui al canale che data la vicinanza porterebbe alla realizzazione di una “continuità produttiva” verso l’Africa, massimizzando positivamente e pacificamente un luogo strategico a cavallo tra due continenti ricchi di risorse e consumatori.

Questo è il potenziale di una ritrovata centralità nel Mediterraneo, ma rimane il nodo europeo con il quale confrontarsi. Recuperare un ruolo come quello descritto porterebbe ovviamente maggior peso dentro l’Unione che in questo momento storico o farà i conti con le proprie deficienze, per lo più esasperate da rigidismi tedeschi o porterà a ulteriori tensioni centrifughe. Il contesto italiano è paradossalmente favorevole in tutti i casi, i grandi porti del Nord per esempio, hanno avuto un ruolo fondamentale anche prima dell’Unione Europea. Lo stesso e forse di più varrebbe oggi per i grandi porti italiani, compreso uno scenario post-Euro e post-Unione, con un meridione in veste logistico portuale proiettato verso il mondo multipolare con l’Asia economicamente protagonista nel secolo appena cominciato.



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