Il futuro della Liberia dopo l’UNMIL Il futuro della Liberia dopo l’UNMIL
Lo scorso 15 settembre il Consiglio di sicurezza ha deciso di prolungare per ulteriori tre mesi il mandato della United Nations Mission in Liberia... Il futuro della Liberia dopo l’UNMIL

Lo scorso 15 settembre il Consiglio di sicurezza ha deciso di prolungare per ulteriori tre mesi il mandato della United Nations Mission in Liberia (UNMIL). A fine anno i caschi blu della Nazioni Unite lasceranno Monrovia dopo ben tredici anni di attività durante i quali hanno contribuito a riportare la normalità in un Paese a lungo devastato da dittature, guerre civili e instabilità politica. Il governo liberiano si prepara ad un futuro senza la UNMIL e sarà chiamato a dimostrare le proprie capacità nel mantenere l’ordine e la sicurezza interni e nell’amministrazione del Paese. Un primo test di verifica su queste capacità si avrà già nell’ottobre del 2017 quando avranno luogo le elezioni presidenziali. La Liberia è pronta?

Gli anni del tracollo liberiano (1980-2003)

La storia della Liberia è contraddistinta da alcuni fatti che contribuiscono a fare di questo Paese una singolarità nel panorama africano. Innanzitutto la Liberia, fondata da schiavi liberati provenienti dall’America, è stato il primo Stato africano indipendente ad essersi dotato di una forma di governo repubblicana nel lontano 1847. È altresì l’unico Paese che è riuscito a preservare la propria indipendenza al termine di quel processo conosciuto con l’espressione anglosassone “scramble for Africa”, iniziato con la Conferenza di Berlino nel 1884, tramite il quale le Potenze europee avevano deciso la spartizione, colonizzazione e annessione dei territori africani. Infine e più recentemente, nell’ottobre del 2005, la Liberia è il primo Paese del continente ad aver eletto democraticamente come Presidente una donna: Ellen Johnson Sirleaf.

D’altra parte, la storia della Liberia è paragonabile a quella di quasi tutti gli altri Stati del continente per il fatto che anche la popolazione liberiana ha conosciuto il dramma di regimi dittatoriali e di sanguinose guerre civili. Il colpo di Stato messo in atto da Samuel Doe nel 1980 e la sua dittatura, caratterizzata da gravi violazioni dei diritti umani e dall’inizio del declino economico del Paese, furono il preludio ai quattordici anni di violenze che seguirono la sua morte (1990) e che hanno segnato la storia della Liberia nel corso degli anni Novanta e nei primi anni del XXI secolo.

Il ruolo da protagonista in questo periodo lo ebbe Charles Taylor, tra i principali oppositori di Doe e animatore della prima guerra civile liberiana dal 1989 al 1997, anno in cui Taylor divenne il ventiduesimo presidente della Liberia: lo slogan della sua campagna elettorale (“He killed my ma, he killed my pa, but I will vote for him”) dice molto sulla persona di Taylor e su quelli che saranno i suoi sei anni di governo. Incapace di gestire il processo di riconciliazione nazionale e accusato di vari crimini internazionali in relazione alla guerra civile nella vicina Sierra Leone e al sostegno dato ai ribelli del Fronte Rivoluzionario Unito (RUF), nel 1999 dovette fronteggiare la ribellione interna dei suoi oppositori, culminata in una seconda guerra civile che si concluderà nel 2003, anno in cui il mandato di arresto emesso dalla Corte speciale della Sierra Leone e le pressioni della comunità internazionale (Stati Uniti in primis) spingeranno Taylor alle dimissioni.

La UNMIL e la presidenza di Ellen Johnson Sirleaf (2003-2017)

I quattordici anni di tensioni, instabilità politica e conflitti interni, oltre a causare la morte di circa 250.000 persone – molte delle quali civili – e aver messo ulteriormente in ginocchio l’economia nazionale, avevano completamente abbattuto il sistema di sicurezza interno, con le forze di polizia e l’esercito liberiani totalmente incapaci di garantire la legalità e l’ordine. La più antica repubblica africana era ormai considerata da più parti alla stregua di uno “Stato fallito”. Una situazione che il Consiglio di sicurezza (CdS) aveva reputato suscettibile di costituire una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali e che, di conseguenza, lo aveva spinto ad intervenire nel settembre del 2003.

In virtù del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, il CdS aveva stabilito la creazione della United Nations Mission in Liberia con il compito di vigilare sul rispetto dell’accordo sul “cessate il fuoco”, procedere al disarmo delle fazioni belligeranti, proteggere i civili e condurre una vasta attività di promozione, protezione e monitoraggio sul rispetto dei diritti umani, con una particolare attenzione agli abusi compiuti su donne e bambini. La UNMIL oltre ad essere stata tra le più longeve missioni delle Nazioni Unite nell’Africa sub-sahariana, è stata anche una delle missioni più imponenti (con il numero massimo di 15.000 peacekeepers giunti in loco) e delle più sostenute dalla comunità internazionale, con quarantadue Paesi stranieri che hanno contribuito inviando i propri contingenti militari.

Nel corso della sua ultra decennale attività per favorire la stabilizzazione della situazione sul campo, la UNMIL ha appoggiato i grandi sforzi compiuti dal governo di Ellen Johnson Sirleaf, prima donna eletta democraticamente in un Paese africano nel 2005 e vincitrice del premio nobel per la pace nel 2011. La Liberia guidata dalla Johnson Sirleaf è da molti considerata come un semi-miracolo nel panorama africano, essendo riuscita a garantire un lungo periodo di stabilità in un Paese estremamente povero e devastato dalle guerre civili. Ha preso le redini con un Paese distrutto, praticamente sprovvisto di strade e di servizio elettrico ed ha cercato in primo luogo, con discreto successo, di garantire alla popolazione i servizi pubblici di base; ha rinegoziato e ottenuto la riduzione del debito pubblico e attirato nel Paese un certo numero di investitori, necessari per rilanciare l’economia liberiana. Nonostante la diffusione dell’epidemia di ebola nel 2014, che ha assestato un nuovo duro colpo alla ripresa economica del Paese, e seppur ancora molto lontana dall’aver risolto i suoi problemi più urgenti, la Liberia è riuscita ad imboccare la strada verso la ricostruzione e lo sviluppo grazie alla presidenza della Johnson Sirleaf e al sostegno delle Nazioni Unite (e degli Stati Uniti).

Una strada, questa, ricca di ostacoli: un percorso che ha presentato tra le altre difficoltà soprattutto quella relativa alla gestione della sicurezza interna. In effetti, l’attività principale per cui la UNMIL venne creata, era quella di sostenere il governo di transizione liberiano nel processo di riforma del sistema giudiziario e aiutarlo a ricostituire e addestrare l’esercito e le forze di polizia necessarie per garantire l’ordine e la sicurezza nazionali. La riforma e il controllo democratico del settore sicurezza rappresentano uno degli obiettivi principali dell’intervento internazionale in paesi sull’orlo del baratro, come lo era la Liberia nel 2003.

In teoria, la Security Sector Reform, così come concepita dalle Nazioni Unite, è un programma molto vasto che non comprende soltanto la ricostituzione e organizzazione, in questo caso, delle Armed Forces of Liberia e della Liberian National Police (LNP), ma anche interventi mirati in altri settori strettamente legati alla tutela della sicurezza nazionale come possono esserlo il rafforzamento dei servizi di intelligence, la riforma del sistema giudiziario e di quello penitenziario. In realtà è opinione diffusa che, nella maggior parte dei casi, l’intervento internazionale si risolve in un semplice addestramento ed equipaggiamento delle forze dell’ordine locali e il motivo principale del mancato impegno in altri settori e su aspetti più specifici deriva dalla mancanza dei fondi necessari a sostenere queste attività.

È indubbio tuttavia che, in Liberia, sulla questione “sicurezza” siano stati fatti notevoli passi in avanti rispetto a quella che era la situazione nel 2003 ed è per questo motivo che nel giugno scorso il Rappresentante Speciale del Segretario Generale e capo della missione UNMIL, Farid Zarif, ha ufficialmente riconsegnato al governo di Monrovia e alle sue forze dell’ordine le chiavi e il pieno controllo della sicurezza interna: una tappa fondamentale nel processo di consolidamento della pace. Tuttavia, il timore espresso da alcuni è che questa situazione di pace e calma, a cui si è giunti non senza difficoltà, sia solamente apparente e per lo più dovuta all’effetto deterrente derivante dalla presenza sul territorio liberiano dei militari delle Nazioni Unite.

Il futuro della Liberia

Nel futuro imminente della Liberia non vi sarà solo il definitivo ritiro delle truppe della UNMIL. Infatti, nell’ottobre del 2017 il popolo liberiano sarà chiamato alle urne per scegliere il successore di Ellen Johnson Sirleaf. Il nuovo Presidente dovrà affrontare diverse sfide cruciali per il futuro del Paese. I banchi di prova da superare per la “nuova” Liberia sono delicati, numerosi, complessi: dal efficienza del sistema sanitario alla continua crisi in cui versa il settore dell’istruzione. E per la prima volta dal 2003, la Liberia non potrà contare sul sostegno dei caschi blu delle Nazioni Unite.

Indubbiamente l’ordine, la legalità e la sicurezza interni costituiscono una priorità di ogni governo. Rappresentano infatti la cartina di tornasole della capacità delle autorità nazionali di riuscire effettivamente ad amministrare il territorio e garantire la pace e la tranquillità ai propri cittadini. In vista del definitivo ritiro delle truppe delle Nazioni Unite dal territorio liberiano, si potrà dunque tracciare un primo bilancio del lavoro svolto dalla UNMIL e dei progressi compiuti dalle forze dell’ordine liberiane. Ad oggi, sono ancora molte le incertezze intorno al tema “sicurezza” in Liberia, nonostante le centinaia di milioni di dollari spesi in questo settore. Infatti, rimangono i dubbi sulla effettiva capacità della polizia e dell’esercito locale di svolgere nel migliore dei modi i loro doveri; perplessità dovute soprattutto alla mancanza di disciplina e all’alto livello di corruzione dei funzionari governativi e degli ufficiali pubblici.

Altro aspetto urgente al quale il nuovo governo dovrà porre attenzione riguarda lo sviluppo economico, dato che da questo punto di vista la Liberia continua a subire gli effetti dei lunghi anni di guerre civili, di instabilità politica e, di conseguenza, ha faticato a riprendersi a livello economico, stazionando costantemente alle ultime posizioni nella classifica dei Paesi più poveri del continente (e del mondo). In Liberia il reddito procapite si aggira intorno ai 715 dollari americani, l’85% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà (meno di un dollaro al giorno) e il tasso di disoccupazione è tra i più elevati dell’Africa sub-sahariana. L’economia del paese dipende in larga parte dalla produzione agricola e dalle esportazioni di materie prime come ferro e gomma. Ed è soprattutto sul potenziamento del settore agricolo che si sono e, prevedibilmente, continueranno a concentrarsi nei prossimi anni gli sforzi del governo, dato che le risorse e il clima favoriscono questa attività.

È ancora presto per capire quale futuro attende la Liberia e per capire se effettivamente gli sforzi compiuti dal governo di Ellen Johnson Sirleaf e dalla UNMIL abbiano prodotto gli effetti desiderati e posto le basi per una pace di lungo termine. La speranza è che la stabilità e il processo di riconciliazione nazionale iniziato tredici anni fa, e a cui si è giunti così faticosamente, non siano tanto fragili come vengono dipinti da più parti e non siano spazzati via una volta che le truppe delle Nazioni Unite verranno ritirate da Monrovia, ma che si rafforzino ulteriormente in modo da garantire quello sviluppo di cui la Liberia necessita assolutamente. Il sentiero imboccato è quello giusto, ora la Liberia deve dimostrare di saperlo percorrere anche da sola.

NOTE:

Andrea Gasperini è collaboratore del programma «Africa e America Latina» dell'IsAG.


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