Il “paesaggio” dopo il Brexit, una rivoluzione politica in Europa Il “paesaggio” dopo il Brexit, una rivoluzione politica in Europa
La trama del Brexit è nota a tutti fin nei dettagli. Per questo motivo, è utile concentrarsi sulle cause e sulle possibili conseguenze di... Il “paesaggio” dopo il Brexit, una rivoluzione politica in Europa

La trama del Brexit è nota a tutti fin nei dettagli. Per questo motivo, è utile concentrarsi sulle cause e sulle possibili conseguenze di questo straordinario evento. Nella mattina del 24 Giugno l’Unione europea nella sua forma attuale di fatto ha cessato di esistere.
Senza dubbio, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea cambierà seriamente il “paesaggio” politico europeo. Ora per l’Occidente sarà più difficile mantenere una linea politica condivisa su diversi temi e obiettivi. È chiaro che la Russia diventerà ora uno dei giocatori chiave sulla scena politica europea.

Una parte degli analisti ritiene che la “vittoria del Brexit” significhi un trionfo del populismo in Europa. La sua ombra, come ricordano i classici del Marxismo, si estenderà su tutto il Vecchio Mondo. Non è escluso che il percorso della Gran Bretagna possa essere seguito da altri paesi dell’Unione europea, colpiti dalla nostalgia per la sovranità.
Per quanto riguarda la Russia, Mosca ha costantemente sottolineato come, da un punto di vista strategico, essa non sia interessata alla dissoluzione della UE; non è molto chiaro quali siano le conseguenze del Brexit per l’Europa ed il resto del mondo. In poche parole, questo è un periodo di incertezza per politici, imprenditori ed anche per semplici cittadini, preoccupati per le proprie attività.

Tuttavia, quella della dissoluzione della UE è solo uno dei possibili percorsi dello sviluppo futuro, ma ce ne sono altri. La valutazione della loro fattibilità e delle possibili conseguenze appare non meno importante: solo la storia passata non fa uso del condizionale. Ritengo che il futuro porti con se delle alternative, e che quelle della diplomazia nazionale non siano prive di interesse.


Quale futuro?

Nella comunità intellettuale nazionale la valutazione degli effetti del Brexit varia in modo considerevole. Così, Natal’ja Eremina dell’Università di San Pietroburgo evidenzia: “la società britannica tradizionalmente è sempre stata scettica riguardo all’UE. Soprattutto questo stato d’animo si è rafforzato con l’allargamento dell’Unione Europea avvenuto nel 2004. Dal quel momento il popolo britannico ha iniziato ad esprimere critiche letteralmente su ogni aspetto dell’unione. Il fatto che gli abitanti della Gran Bretagna non abbiano possibilità di influenzare non solo la burocrazia europea, ma pure i propri funzionari che ascoltano Bruxelles anziché il proprio popolo, per un paese dalla così lunga storia di democrazia parlamentare è ritenuto del tutto inaccettabile”. … “L’idea secondo la quale l’UE sarebbe vantaggiosa per il Regno Unito è abbastanza recente, non è radicata nella società britannica. L’euroscetticismo invece regna già da decenni. L’intera tradizione politica del paese si basa sul fatto che il popolo britannico sarebbero particolare. Quando nel 1973 il primo ministro Edward Heath spiegava perché il Regno Unito aveva bisogno di far parte della Comunità Economica Europea, si riferiva ad un tipo di partecipazione selettiva, ovvero la Gran Bretagna non avrebbe dovuto prendere parte a tutti i progetti del mercato comune europeo. Ciò che è sicuramente importante ricordare, è che Heath dichiarò che il Regno Unito avrebbe scelto solo quei progetti che fossero stati necessari per riportare il paese tra quelle superpotenze capaci di influenzare la politica europea. Questo era l’obiettivo principale” [1].

Gli abitanti della “nebbiosa Albione” si differenziano non solo per la loro tipica “identità insulare”, ma concretamente in relazione alla gestione delle risorse finanziarie nazionali. Secondo Valentin Katasonov, il contributo netto della Gran Bretagna al budget dell’Unione europea nel 2015 ha raggiunto gli 8,5 miliardi di Euro. Il verdetto dell’autore è senza appello: “La dolce vita dei mantenuti (ovvero la “Nuova Europa” – ndA) è garantita da pochi paesi-donatori, i cui contributi superano di molto le sovvenzioni ricevute. Questi sono Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, Svezia” [2]. In sintesi, la “suddivisione” dei paesi membri dell’UE in donatori e beneficiari alla fine dei conti riflette le differenze qualitative delle condizioni in cui in varie parti d’Europa si assistette alla formazione del capitalismo come mezzo di produzione (l’autore ritornerà più avanti sulla questione della rilevanza politica di questo fenomeno puramente storico).

Una visione pessimistica circa le conseguenze del Brexit ce l’ha anche Vladimir Pozner: “l’idea dell’Unione europea, quella appartenuta alle brillanti menti politiche dell’Europa del dopoguerra era, ovviamente, un’idea meravigliosa e progressista. Purtroppo, al potere sono arrivati piccoli mestieranti della politica, più che veri statisti. L’UE da elemento comune delle uguaglianze si è trasformata in un club dove i vari membri sono confluiti per scopi puramente politici. Da qui è seguita l’ammissione di paesi come Polonia, Repubblica Ceca, Portogallo, Slovenia, Bulgaria, Ungheria, Grecia, Lettonia, Lituania, Estonia e così via. …l’UE inizialmente era composta da “grandi giocatori”…ora è piena di elementi di “medio valore”… uno di questi grandi giocatori (la Gran Bretagna) si è stancato… e dopo di lui ne seguiranno altri” [3].

Questa è la visione del Brexit da parte russa. Ovviamente vi sono valutazioni differenti sulle ragioni e le conseguenze di questo evento particolare. Ugualmente interessante ed istruttiva è la risposta al Brexit della “più popolosa democrazia mondiale” – l’India. Gli Indiani sono pragmatici: se “Brexit significa Brexit” (cit. Theresa May, Primo ministro della Gran Bretagna), allora è necessario agire “secondo le circostanze”, rinunciando ai propri benefici e spingendo involontariamente altri a seguire una simile condotta. Per l’India il Brexit significa la possibilità di concludere un “accordo commerciale” tra i due paesi. Gli Indiani – e non senza ragione – contano sulla creazione di una zona di libero scambio con l’ex madrepatria che, per ovvie ragioni, i funzionari di Bruxelles hanno a lungo impedito. Inoltre, il Brexit ha stimolato un “cambiamento” nel comportamento delle istituzioni economiche europee verso l’India: nel prossimo futuro è prevista la ripresa dei colloqui sulla creazione di una zona di libero scambio tra UE ed India. È chiaro che la parte indiana difenderà con forza i propri interessi, tanto quanto richiesto dalla nuova realtà politica [4].

Gli interessi economici dell’India sulla “scena” commerciale-economica britannica, come sembra, alla fine dei conti dipenderanno dalla capacità del Regno Unito di giungere ad un accordo con Bruxelles. E qui sono possibili diverse varianti. Analizzando la logica di comportamento dello «stato maggiore» dell’Unione Europea, Aleksej Kuznetsov è giunto alla conclusione che non vi erano ragioni economiche convincenti per l’uscita della Gran Bretagna dall’UE – perché David Cameron aveva ricevuto alla vigilia del referendum tutte le possibili concessioni a riguardo. Dopo il Brexit la posizione del paese si farà più difficile – l’unica domanda è quanto sarà difficile per la Gran Bretagna ottenere dall’UE un tipo di “divorzio” per sé stessa vantaggioso; a questo punto, come coordinate di un nuovo rapporto tra le parti saranno chiaramente definite “due varianti molto simili – quella svizzera e quella norvegese. Ciò significa un diverso tipo di adesione parziale (corsivo mio – A.V.) ai progetti economici e sociali dell’Unione Europea, senza che la Gran Bretagna abbia alcun diritto ad influenzare la politica sovranazionale. Il Regno Unito verrà forse colpito nel settore dell’agricoltura, nella cooperazione tecnico-scientifica e, probabilmente, nella conduzione della politica economica regionale presso i propri confini nazionali” [5].

Il Brexit involontariamente ha provocato nell’Unione Europea un interrogativo esistenziale: quanto stabili (o sarebbe meglio dire irreversibili?) sono le tendenze centripete nello spazio di questa unione? Non meno importanti sono altri interrogativi più concreti, ad esempio: 1) come si comporteranno, dopo il Brexit, le nazioni-donatrici? Ed ancora 2) “automaticamente” subiranno tutti un inevitabile rafforzamento della posizione tedesca?

Il contesto storico di questa preoccupazione è comprensibile: la memoria popolare, soprattutto nei paesi più piccoli (Paesi Bassi, Danimarca, ecc.), conserva tenacemente il ricordo di un passato non così lontano. Tra l’altro, il fattore della memoria storica fu già utilizzato abilmente dagli Americani durante la fondazione della NATO; oggi quegli stessi paesi ne fanno a loro volta uso. Ma questo elemento di politica economica ha bisogno di una qualche “decriptazione”.

Ad esempio, in Italia, quarta potenza economica dell’UE, ad ottobre è previsto un referendum, il cui obiettivo è la riforma della Costituzione, principale strumento normativo del paese. Gli osservatori ritengono che se le proposte di modifica costituzionale non riceveranno il sostegno della maggioranza degli Italiani, questo potrà significare tra le altre cose non solo la sfiducia nei confronti del governo, ma soprattutto sfiducia verso le strutture sovranazionali dell’UE a Bruxelles. Gli “Euroscettici” pongono l’accento sulla “compressione” dell’economia nazionale che è ormai al 10%, sul crollo del potere d’acquisto della popolazione, sul cronico deficit di bilancio, sul tasso di disoccupazione costantemente elevato (soprattutto tra la popolazione di giovane età), ecc. Infine, la proroga delle sanzioni contro la Russia è vista da molti Italiani come una limitazione alla sovranità nazionale del paese. In breve, il Brexit ha creato sugli Appennini un “effetto dimostrativo” abbastanza potente [6].
Simili aspetti socio-politici non sono un fenomeno solo italiano. Analoghe tendenze si osservano in Austria, ove è previsto un terzo turno di elezioni presidenziali, decisamente una “curiosità” per una democrazia istituzionalizzata.

Infine, in Francia si inizia a parlare seriamente di “Frexit”. Come non ricordare i tristi e profetici pensieri del presidente Francois Mitterrand, in una forma così allegorica (anno 1989): “l’idea di una “casa comune europea” di per sé, è molto buona…”. Tuttavia, “questa casa non è fatta solo da salotti, camere con lampadari e camini, ma anche da corridoi, anticamere, cantine e soffitte…” [7]. Per il lettore, forse, sarà interessante sapere che nelle parole del presidente della Quinta Repubblica non c’era alcuna spontaneità e che queste, probabilmente, furono ispirate dalle riflessioni sugli scritti del fondatore della dottrina globalista Fernand Braudel. Come noto, il “patriarca” dell’analisi del sistema-mondo aveva chiaramente individuato nella sub-regione dell’Europa nord-occidentale un areale unico ove si affermò la produzione industriale e si formarono i rapporti capitalistici industriali [vedi: 8]. L’ultimo “periodo storico” non riuscì a regolare le differenze “concettuali” ereditate dal passato, come le istituzioni economiche ed i loro ambiti di funzionamento.

Allora, cosa veramente si attende l’Unione Europea dopo il Brexit? Le previsioni, come si diceva un tempo, “sono innumerevoli”. (Noi volutamente ci occuperemo di giudizi e valutazioni soprattutto di autori russi, perché la loro analisi di questi eventi così drammatici è priva dei “catastrofismi” caratteristici di alcune “previsioni” occidentali, in senso positivo l’analisi è “distaccata”, quindi obiettiva). Così, Aleksej Gromyko dice: le conseguenze del Brexit “non possono essere chiaramente previste né nella stessa Gran Bretagna, né nell’Unione Europea”… Tuttavia “la maggioranza dei necessari calcoli economici… dimostra che se si soppesano tutti i “pro” ed i “contro”, il danno per l’Unione Europea e per la Gran Bretagna derivante dalla fuoriuscita di Londra sul piano economico, sociale e politico, sarà maggiore dei benefici”.
Allo stesso modo “per la Russia non è vantaggiosa l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea perché, per prima cosa, ciò colpisce la Sterlina – e la Russia possiede in Gran Bretagna $ 10 miliardi di investimenti diretti ed anche $ 60 miliardi di investimenti off-shore (capitali – A.V.) nelle Isole Vergini britanniche. Secondariamente, la Russia possiede il 40% delle riserve auree valutarie in Euro e ciò significa che, se crolla l’Euro, le riserve valutarie russe potranno conseguentemente essere almeno in parte compromesse” [9].

Quindi, da un lato “Brexit vuol dire Brexit” ma, dall’altro lato, l’uscita della Gran Bretagna porta con sé pericoli evidenti – non solo tattici, ma anche strategici (esistenziali) per l’Unione Europea. Come sciogliere quindi questo ”nodo gordiano” della politica europea? Offriamo al lettore una nostra quasi “incredibile” versione del futuro sviluppo entro lo spazio europeo occidentale.

Unione Europea: un possibile sviluppo futuro
Nella metà degli anni 2000 tra gli intellettuali francesi di orientamento conservatore per prima si sviluppò l’idea di una futura Unione Europea, il cui senso si può trasmettere con l’aiuto di una famosa frase di Lenin: prima di unirci, dobbiamo dividerci con fermezza. Ovviamente, si tratta di discutere il livello di sviluppo socio-economico dei paesi europei. (Se questa discussione sia stata in qualche modo legata al massiccio allargamento dell’UE nel 2004 – è difficile a dirsi.) I problemi economico-finanziari degli anni 2008-2009 hanno allargato notevolmente anche il campo della discussione. A quanto pare, pure i referendum in questo o in quel paese europeo hanno svolto un ruolo di “effetto dimostrativo”. Forse il Brexit è ora diventato uno spartiacque tra presente e futuro.

Sembra che i recenti eventi nei paesi cardine dell’Europa occidentale indichino un iniziale riallineamento delle forze presenti nelle rispettive società. Non è escluso che si stia assistendo all’inizio di una rivoluzione politica, il cui significato è presente: 1) nella riforma delle istituzioni governative sovranazionali, che mostrano segni di inefficienza e di fatto minano la sovranità degli Stati, i cui popoli sempre più attivamente sostengono l’idea di un ritorno ai principi dell’identità nazionale, ulteriormente provati dalla crisi migratoria; 2) nel rinnovamento qualitativo delle élite politiche che, per le proprie possibilità intellettuali e per il livello di preparazione professionale, non sono pronte alla gestione di processi sociali i cui caratteri e contenuti sono predeterminati da complesse simbiosi legate principalmente a nuove sfide nazionali, regionali e globali. La particolarità di questa rivoluzione politica è data dal fatto che essa non prevede di colpire i fondamenti sociali, economici e politici delle istituzioni europee. La rivoluzione politica può anche portare ad un rafforzamento dall’interno delle società europee occidentali. Proveremo ad illustrare questa tesi sul modello dei drammatici eventi vissuti dalla Gran Bretagna.

Come appare il futuro della Gran Bretagna nelle previsioni degli esperti? A noi interessa particolarmente l’opinione del noto futurologo Hamish MacRae, di cui il lettore ha già potuto fare conoscenza [10: 12]. Ecco cosa, in particolare, scriveva l’autore britannico nel 1994: «i rapporti burrascosi tra Gran Bretagna ed Irlanda hanno le loro radici nella conquista medioevale dell’Irlanda e nella successiva ricollocazione dei protestanti scozzesi nell’Ulster (ovvero la parte settentrionale dell’isola – А.V.). L’unificazione del nord e sud d’Irlanda può diventare un possibile catalizzatore dell’indipendenza della Scozia… In base agli attuali trend (demografici), verso il 2020 la popolazione cattolica diventerà la netta maggioranza nel nord (d’Irlanda). Questo trend (demografico) è irreversibile; volendo, la tendenza si farà ancora più veloce – quando la comunità protestante sentirà di perdere la propria massa critica e quando la sua futura generazione vedrà per sé migliori prospettive di vita in Gran Bretagna. In epoca odierna gli atteggiamenti sociali della popolazione in Scozia ed Inghilterra sono forse differenti, come mai dall’epoca della rivoluzione industriale. … se la tensione nei rapporti tra Inghilterra, Irlanda e Scozia si ridurrà, allora essa metterà una fine a 300 anni di esperimento coloniale… l’Inghilterra tornerà alle sue radici storiche, ovvero tornerà ad essere l’Inghilterra, la cui missione vitale sarà prendersi cura del proprio popolo, anziché di altre nazioni» [11: 233-234].

Effettivamente, alcuni esperti russi (V. Pozner, A. Kuznetsov, A. Gromyko, V. Katasonov ed altri) in linea di principio ammettono la possibilità di una disintegrazione del Regno Unito, e nel ragionamento di questi stimati colleghi ci sono buone ragioni di base. Ma non dimentichiamo: tra possibilità e realtà a volte esiste una “distanza di proporzioni enormi”. Come dire, utilizzando un elemento del folklore russo: “la fiaba si racconta in fretta, ma i fatti non accadranno velocemente”. In una così drammatica situazione, creatasi dopo il Brexit, sussistono anche elementi che – in certe circostanze – possono determinare una certa direzione nello sviluppo di un dato paese. I principali elementi sembrano essere i seguenti.

1. L’esperienza del passato lo dimostra: nella Storia agiscono delle personalità dotate di coscienza e volontà, oltreché di comprensione strategica degli interessi a lungo termine del proprio paese (a volte, in epoche critiche, determinano la spinta di processi socio-politici). L’algoritmo delle loro azioni è definito imperativo esistenziale del tempo, cioè si parla del paradigma che Arnold Toynbee (1889-1975) ha definito come “sfida-e-risposta”. Il senso di questa concetto è nella ricerca di intenzioni creative e potenzialità della società, che siano in grado di superare la crisi sistemica-strutturale e – in definitiva – portare la società ad un nuovo e più elevato livello di equilibrio. [Vedi: 12: 106-142].
2. La Gran Bretagna – non è solamente uno Stato, ma soprattutto, da diversi secoli forma un unico spazio politico-economico. È ben noto: la storia della creazione di questo spazio interessa una comunità complessa e contraddittoria, che contiene in sé un inizio di conflittualità e di «colonialismo interno». Tuttavia, il rapporto di forze tra i sostenitori del Brexit e del “Remain” contempla un possibile riallineamento delle forze sociali, in grado di mantenere l’unità e l’integrità territoriale del Regno Unito.
Questi riallineamenti sono in grado di sostenere uno sforzo cosciente per il decentramento del sistema delle istituzioni dello Stato, con l’obiettivo di rinforzare i legami orizzontali tra i territori e rafforzare le tendenze centripete nel paese. Infine, se «Parigi val bene una messa», la conservazione di uno spazio unito richiede una valutazione equilibrata riguardo allo sviluppo precedente, e forse, perfino un «pentimento» storico . È opportuno riflettere sulle idee di A.D. Sakharov (colui che cercò di salvare l’Unione Sovietica), altezzosamente respinto dalla guida del partito comunista sovietico [13: 266-276]. Facile crederci: il desiderio di disfare ciò che si era formato in oltre un secolo di comunicazione, come durante la fine dell’Unione Sovietica, potrebbe portare ad una “catastrofe geopolitica”, causando un aperto malcontento del popolo, di cui fa parte una giovane generazione “passionaria”. A proposito, è per questo motivo che nella Russia moderna le idee di “integrazione” di A.D. Sakharov ricevono “nuova linfa” [14].
3. Le crisi sono un luogo comune – accompagnano lo sviluppo di qualsiasi società. Mobilitatasi nei momenti di alta tensione tra le proprie forze interne, la società avanza dalle sue “viscere”, ovvero dalle personalità più professionalmente capaci, intellettualmente dotate e pronte ad agire in modo non standard. La «selezione naturale» si verifica pure nelle élite politiche (rappresenta una manifestazione separata del paradigma «sfida-e-risposta»). Similmente devono farsi da parte le “personalità poco brillanti” – ovvero tutti i tipi di “funzionari di partito”, “propagandisti” ed “accusatori”, per i quali sarà ora di dedicarsi a lavori socialmente utili. Per dirla concretamente, è facile trovare un punto di incontro sui problemi più complessi dello sviluppo di un paese, ad esempio quelli inerenti la difesa di uno spazio economico e politico unito. Tanto più che nessuno sa veramente quali saranno gli effetti dell’uscita della Gran Bretagna per la stessa Unione Europea. In sostanza, di tempo ce n’è, Berlino e Bruxelles possono quindi attendere.

La posizione della “prima economia” della UE, la Germania, riveste un certo interesse nel contesto del Brexit. Evidenzierò i punti, a mio parere, più significativi.

1. Storicamente, non avendo un qualche territorio coloniale significativo, la Germania come potenza di “primo ordine” in passato dipendeva da un ambiente esterno favorevole, vale a dire grandi mercati capienti per l’industria tedesca. La sete di uno spazio vitale fu in gran parte determinata dalle caratteristiche della politica economica del paese. Nel tempo tutto ciò non è cambiato in modo visibile. Oggi l’economia tedesca si trova nella “trappola dell’export”: l’esportazione di beni richiede crediti bancari ma, contemporaneamente, i pagamenti dei clienti interessati alla produzione industriale tedesca rimangono su livelli abbastanza bassi (il mancato “Grexit”, forte della disperata volontà dei Greci di abbandonare l’UE, – ne è una chiara conferma). L’incoerenza della attuale “natura” tedesca crea periodiche crisi di “coscienza”, vedasi ad esempio i problemi finanziari dell’Eurozona.
2. In caso di uscita della Gran Bretagna dalla UE gli obblighi dei paesi-donatori, in primo ordine della Germania, certamente aumenteranno, cosa che non farà certo aumentare tra gli elettori tedeschi la simpatia verso il governo federale. Si amplierà così lo spazio per le forze politiche che nei confronti dei “mainstream-media” si pongono come “antisistema”. Sulla crisi dei sistemi politico-partitici “tradizionali” oggi, in Germania, solo chi è pigro non se ne occupa più.
3. Proprio la Germania è stata il formale “istigatore” della cosiddetta “rivoluzione della dignità nazionale” in Ucraina, perché gli Americani non hanno decretato con la propria firma l’obbligo di conservare una direzione “costituzionale” del processo politico in questa ex repubblica sovietica. Trasformatasi in un “cesto per la spesa” (nella memoria si apre involontariamente l’immagine del Bangladesh degli anni 1970-1980), l’Ucraina inizia ad accaparrarsi tutte le principali risorse finanziarie, necessarie agli stessi cittadini della Germania, come ai migranti dell’Africa settentrionale e del Mediterraneo orientale, il cui numero tutt’ora non accenna a diminuire. I conflitti politici, in questo modo, assumono sempre più la forma di una “faglia” tra le civiltà.

In questa difficile situazione attuale, quella del dopo Brexit, lo spirito originario della imminente «separazione» potrebbe cedere il posto ad una più ricercata posizione di compromesso, tanto più che né a Berlino, né a Bruxelles esiste un chiaro piano d’azione per il «divorzio».
Questa confusione, nonostante le ferme dichiarazioni dei politici, riflette solamente la crescente comprensione dell’inevitabilità di un deciso riallinearsi delle forze che compongono l’Unione europea. A proposito di nuove tendenze, degne di segnalazione sono le tante critiche all’indirizzo delle istituzioni sovranazionali e della burocrazia di Bruxelles. Così, il Primo Ministro ungherese Viktor Orban, ha sottolineato che “l’Europa ha perso il suo ruolo globale ed è oggi un attore regionale che non è in grado di difendere le sue frontiere ed i suoi cittadini…l’élite politica europea non ha superato l’esame (di maturità politica – А.V.), [essa] non è in grado di raggiungere alcun obiettivo”. Secondo V. Orban, “il problema principale risiede nei funzionari di Bruxelles, la crisi economica è causata dalla stessa crisi nelle file dell’élite occidentale” [15].

Una opportuna osservazione: se nell’Unione europea si creano le condizioni per una nuova ricomposizione delle forze, quale sarà la possibile configurazione di questo spazio politico-economico nel prossimo futuro? La risposta è la seguente – saranno possibili diverse “variazioni sul tema”.

Se si considera il quesito nel contesto europeo generale, i recenti avvenimenti – come lo stesso Brexit, il referendum nei Paesi Bassi, le elezioni presidenziali in Austria ecc… – chiaramente lo dimostrano: i paesi più avanzati dell’Unione Europea inequivocabilmente si pongono a favore del ritorno di due principi fondamentali della vita dell’Unione: 1) la ri-acquisizione della sovranità (vale a dire, il recupero del concetto di Stato-nazione come attore principale dei processi politici1); 2) l’istituzionalizzazione – che casualmente ricorda l’apparato di epoca post-sovietica — della «reciprocità» nei rapporti tra gli Stati dell’UE (ad esempio, il discorso sullo stop a sussidi e contributi verso i paesi economicamente meno sviluppati). Siccome la rivoluzione politica ha già raggiunto una significativa inerzia, ad alcuni paesi della “nuova Europa” toccherà certamente ricercare fonti aggiuntive di prosperità economica. Così, secondo l’opinione del già citato V. Katasonov, nell’UE possono svilupparsi un “centro” ed una “periferia” (ma davvero ciò non sta già accadendo? – A.V.): “Alcuni paesi, che non possono ambire a far parte del “nucleo”, già manifestano il timore di poter diventare delle “colonie”. Particolarmente preoccupata è la Polonia, che prima del Brexit rivendicava un ruolo primario nell’UE. Oggi queste rivendicazioni sono grosso modo state cancellate…” [16].

Anche per questo si è evitata la ricerca di meccanismi di compensazione, con provvedimenti estremi per alcuni paesi della UE. Uno di questi strumenti o meccanismi poteva essere l’idea di una “Russia-ponte” tra Europa ed Oriente (a cui guardano con interesse quei paesi sviluppati della UE come, ad esempio, l’Italia), oppure l’adesione alle attività della Unione Economica Euroasiatica o della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, ecc. Ma è chiaro che, per la Polonia, parte di quella “élite” che ancora si tormenta per l’arroganza (inesistente) della vicina “grande potenza”, questo genere di prospettiva appare del tutto sconosciuta.

Non meno importante è un interrogativo di ordine più generico: come si relaziona la Russia al Brexit ed alle sue possibili conseguenze? Parzialmente la risposta a questa domanda è contenuta nell’amichevole messaggio di V. Putin a D. Cameron [17]. In Russia si ricorda che, in epoche non meno difficili, i rapporti sovietico-britannici furono un fattore di stabilità nella politica europea e mondiale. Un ruolo importante nello sviluppo dei nostri rapporti, ovviamente, fu quello di Margaret Thatcher, categoricamente contraria all’ideologia ed alla politica comunista e – al tempo stesso – seriamente preoccupata (in base ad una chiara comprensione degli interessi strategici della Gran Bretagna) per la riunificazione della Germania.

La Russia dall’inizio ha avuto solamente una posizione neutrale in rapporto al recente referendum, ritenendolo esclusivamente un affare interno del popolo britannico. In questa linea di comportamento si nota chiaramente un saggio agire politico. È stato già ricordato: gli investimenti diretti russi nell’economia della Gran Bretagna sono assai significativi [18], ciò rende il nostro paese interessato ad una soluzione positiva di tutte le questioni sollevate dal referendum. Inoltre, la politica multivettoriale della Russia in relazione ai principali (e non solo) governi dell’Europa occidentale si basa, storicamente ed intellettualmente, tra gli altri, sulla comprensione critica della politica estera britannica in Europa, caratterizzata, come è noto, dal mantenimento di un “equilibrio di forze” tra le potenze di punta del continente. Per questo la Russia è interessata a rapporti equilibrati con i “grandi” d’Europa – Gran Bretagna, Italia, Francia e Germania. Tanto più che l’isterismo antirusso finirà (“la guida del proletariato mondiale” V.I. Lenin, a suo tempo, definì argutamente la campagna volta a distrarre l’attenzione del popolo dai reali problemi, una “ferita politica”), quindi le élite torneranno ad occuparsi di problemi aventi un carattere d’urgenza [19: 20-29]. Ed allora i rapporti russo-britannici, si suppone, torneranno a svilupparsi positivamente.

Gli scenari di riallineamento delle forze nell’Unione Europea oggi, dopo il Brexit, sembrano frutto della fantasia. Ricordiamoci comunque che “la politica è l’arte del possibile” (O. von Bismarck); pertanto, tutto ciò che si pone al di là del possibile, – non rappresenta molto più di un sogno o di un insieme di buone intenzioni. E così, la vita stessa a volte si dimostra più imprevedibile, illogica e distorta rispetto ai rigidi schemi previsti dai “politologici”. Come ha notato E.P. Bazhanov, «il mondo è diviso non in civiltà, ma in Stati. Essi fanno amicizia o litigano in base ad interessi governativi. E questi interessi sono complessi, di diversa natura, spesso non coincidono con gli interessi regionali o dei popoli » [20: 15]. Proprio per questo Petr Leonidovich Kapitsa, legato alla Gran Bretagna non solo dall’attività scientifica, non si stancava di ripetere a colleghi e studiosi il celebre passo dell’Amleto: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia».

Chissà, può essere che la rivoluzione politica restituirà all’Europa occidentale lo status proprio di uno dei principali centri della politica mondiale? Da parte sua, il nostro paese troverà nuovamente un necessario «avversario» esterno, confermando in pratica l’intramontabilità delle idee del perspicace britannico Arnold Toynbee.


(traduzione dal russo a cura di Luca Bionda)

Note
1. www.rosbalt.ru/world/2016/06/30/1527611.html
2. www.fondsk.ru/news/2016/06/26/brexit-i-ukrainskij-vopros-41098.html; data articolo: 19.07.2016
3. https://rg.ru/2016/06/24/vladimir-pozner-vyhod-velikobritanii-privedet-k-raspadu-es.html; data articolo: 29.07.2016
4. www.financialexpress.com/economy/post-brexit-poll-india-eu-fta-teams-meet-first-time/318350/; data articolo: 20.07.2016
5. www.vesti.ru/videos/show/vid/684457/cid/3881/; data articolo: 20.07.2016
6. nation-news.ru/292815-italiya-s-renci-ili-bez-na-vseh-parah-letit-iz-es; data articolo: 20.07.2016
7. www.gorod-gazeta.ru/article/view/1025/10; data articolo: 21.07.2016
8. Бродель Ф. Материальная цивилизация, экономика и капитализм. XV-XVIII вв. Том 2: Игры обмена. Пер. с франц. М.: Прогресс, 1988
9. Theins.ru/opinions/25273
10. Володин А.Г. Человек миссии. – Вестник Дипломатической академии МИД России. Россия и мир. 2016, № 1(7)
11. McRae H. The World in 2020. Power, Culture and Prosperity: a Vision of the Future. L.: Harper Collins, 1994
12. Тойнби А.Дж. Постижение истории. Пер. с англ. М.: Прогресс, 1991
13. Сахаров А.Д. Тревога и надежда. М.:СП «Интер-версо», 1990
14. Володин А.Г. «Евразийский Союз»: геоэкономика и геополитика. – Вестник Института стран Востока, № 1, 2015, с. 10-14
15. https://russian.rt.com/article/313629-premer-vengrii-europa-bolshe-ne-mozet-zaschitit; data articolo: 23.07.2016
16. www.fondsk.ru/news/2016/07/08/brexit-desjat-osnovnyh-posledstvij-kotorye-potrjasut-mir-41310.html
17. Kremlin.ru/events/president/news/52508; data articolo: 24.07.2016
18. [www.cbr.ru]; data articolo: 24.07.2016
19. Володин А.Г., Чудодеев А.Ю. Отторжение зла, или Тернистый путь к новому миру//Вестник Дипломатической академии МИД России, 2015, № 4(6)
20. Бажанов Е.П. Турне длиною в жизнь…//Вестник Дипломатической академии МИД России, 2014, № 2

NOTE:

Andrej Volodin è professore presso l'Accademia Diplomatica e l'Accademia delle Scienze russe


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