Radicalizzazione: lo spettro immortale dell’ideologia Radicalizzazione: lo spettro immortale dell’ideologia
La radicalizzazione rappresenta un processo dinamico attraverso cui un individuo acquisisce idee e soluzioni sempre più estreme, con la convinzione che il raggiungimento di... Radicalizzazione: lo spettro immortale dell’ideologia

La radicalizzazione rappresenta un processo dinamico attraverso cui un individuo acquisisce idee e soluzioni sempre più estreme, con la convinzione che il raggiungimento di obiettivi politici o religiosi a carattere assolutistico legittimi l’uso della violenza. Fattori eterogenei, come motivazioni ideologiche, politiche, religiose, sociali, economiche o personali, possono innescare tale trasformazione.

Il processo di radicalizzazione verso l’ideologia islamica promossa dai movimenti terroristici avviene generalmente abbracciando una visione alterata della dottrina religiosa. Tale processo, in riferimento al caso Daesh, fonda le sue basi sulla comunicazione mistificatoria del Califfato, il cui progetto prevede la creazione di un’entità statuale territoriale affiancata ad una base di narrazione simbolico-religiosa che presenta l’IS come unico interprete della vera fede e punto di riferimento per la umma.

L’analisi del fenomeno che segue, finalizzata ad accertarne le prospettive e le criticità nel nostro Paese, si servirà di strumenti di analisi quantitativa, quali i dati demografici e la composizione della comunità musulmana italiana, per indagare gli specifici aspetti del processo di radicalizzazione.

L’Italia musulmana: i numeri

Come emerge dalle più recenti stime della Fondazione ISMU, Iniziative e Studi sulla Multietnicità, al 1° gennaio 2016 sono circa 1,4 milioni gli stranieri musulmani residenti in Italia, senza tenere conto degli irregolari, degli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana e di coloro che non sono iscritti in anagrafe. Avendo raggiunto il nostro Paese alla ricerca di lavoro, la maggioranza dei musulmani è di giovane età e di conseguenza il peso numerico della seconda e della terza generazione è destinato a crescere. Nel contesto europeo, il Pew Research Center prevede che nel 2030 i musulmani comporranno l’8% della popolazione del Vecchio Continente.

In prima posizione sul fronte delle presenze si collocano il Marocco con 424.000 unità e l’Albania con 214.000, confermando un insediamento storico nel territorio italiano. Seguono il Bangladesh (100.000), il Pakistan (94.000), la Tunisia, (94.000) e l’Egitto (93.000). La distribuzione regionale mostra una cospicua concentrazione in Lombardia (368.000 fedeli), Emilia Romagna (183.000), Veneto (142.000) e Piemonte (119.000). Per quanto concerne, infine, i profili professionali rilevati nel Quinto rapporto annuale. I migranti nel mercato del lavoro in Italia del 2015, nell’industria trovano impiego molti Pakistani (43,2%) e Marocchini (29,8%). Gli Egiziani sono occupati principalmente nelle costruzioni (14,7%), in attività immobiliari (17,7%), in alberghi e ristoranti (33,4%). Nel comparto edile lavorano molti Albanesi (28,3%) e Tunisini (22,8%).

Il panorama lavorativo degli immigrati di fede islamica denuncia quindi, una segregazione occupazionale verticale e orizzontale di matrice etnica. Inoltre, a differenza di Paesi come la Francia, dove i musulmani hanno già raggiunto la quarta generazione, in Italia si sta assistendo alla maturazione della seconda, tesa tra la cultura tradizionale delle origini e il confronto con i coetanei dei Paesi d’impianto. A prova di ciò, dalla ricerca condotta dall’Osservatorio regionale per l’integrazione e la multietnicità della Lombardia su un campione di giovani fra i 15 e i 25 anni di origine straniera professanti varie religioni, si evince che il 36% percepisce una doppia appartenenza, il 28% si riconosce italiano, il 19% cosmopolita e il 17% straniero. Nonostante la diffusione del credo islamico, sono solo quattro le moschee ufficialmente riconosciute (Ravenna, Roma, Colle Val d’Elsa, Segrate Milano) e ciò comporta il proliferare di “moschee in garage”, spesso serbatoi del radicalismo islamico.

Musulmani residenti in Italia per principali cittadinanze, al 1° gennaio 2016

Valori percentuali per appartenenza reigiosa dei musulmani nelle regioni italiane al 1° gennaio 2016

Valori percentuali per appartenenza religiosa. ismu.org.

Il collettivo islamico è il secondo gruppo religioso per numero nel Belpaese e migliaia di Italiani si sono dimostrati permeabili al richiamo del profeta: nel 2012 l’UCOII, l’Unione delle Comunità Islamiche in Italia, ha registrato 80.000 convertiti, spinti ad abbracciare la fede islamica da una pluralità di motivazioni, fra cui risaltano quelle sentimentali, spirituali e politiche. Napolislam, documentario del regista Ernesto Pagano, rivela la penetrazione dell’Islam nel capoluogo campano, custode del sangue di San Gennaro e di una radicata devozione al cattolicesimo: le storie dei dieci napoletani protagonisti testimoniano la comune necessità di colmare un vuoto e nell’Islam si è identificata l’ancora di salvezza.


Le fasi e i luoghi della radicalizzazione

Secondo Alessandro Orsini, direttore del Centro per lo Studio del Terrorismo dell’Università di Tor Vergata, la questione identitaria si configura realmente come il perno attorno al quale si sviluppa il processo di radicalizzazione: egli ha elaborato il “DRIA”, paradigma delle quattro fasi che producono la rinascita dell’individuo come jihadista.

  1. “D” sta per Disintegrazione dell’identità sociale: meccanismi personali scatenanti inducono gli individui a interrogarsi sui fondamenti dei propri valori (è lo stato della moratoria dell’identità), a disorientarsi e, infine, a spersonalizzarsi. La morte della sorella Susanna è stato, ad esempio, il trigger dell’improvvisa e assoluta conversione all’Islam di Zouheir Riabi, affiliato di una cellula salafita lombarda legata alla moschea di viale Jenner. Essa può essere paragonata alla morte di Dio che per il filosofo Nietzsche è la metafora della perdita delle certezze assolute che hanno sorretto gli uomini attraverso i millenni.
  2. La seconda fase è costituita dalla Ristrutturazione dell’identità, a cui si riferisce la lettera “R”, con l’acquisizione di una mentalità a codice binario che distingue chiaramente il Bene e il Male ontologici: il soggetto socialmente marginale, come se fosse situato dietro il velo dell’ignoranza rawlsiano, intraprende la ricerca attiva di un’ideologia che lo indirizzi verso la missione della realizzazione del Bene per restituire significato alla propria esistenza. La rigidità delle ideologie radicali impone infatti una regolamentazione totale degli aspetti della vita degli adepti, sollevandoli dall’onere di reagire criticamente nella fase di smarrimento. Così, Zouheir Riabi ha abbandonato la vita dissoluta che conduceva fra alcol e droga e ha stravolto abitudini e abbigliamento in un brevissimo arco temporale: il cambiamento dell’aspetto esteriore è uno degli indicatori che esprime con maggiore intensità la ricostruzione della sua personalità “from zero to hero”, come nel caso dei membri della famiglia della foreign fighter italiana Maria Giulia “Fatima” Sergio.
  3. Il passaggio successivo è l’Integrazione in una setta (I), che causa la regressione alla solidarietà meccanica durkheimiana caratterizzata dalla perdita dell’individualismo. Appare importante sottolineare che l’adesione non si verifica necessariamente nel mondo fisico, attraverso contatti diretti: in “Comunità immaginate”, Anderson sostiene che la sola condivisione di ideali con gruppi distanti sia nello spazio che nel tempo ne determina l’effettiva membership. Proseguendo con lo studio del caso di Zouheir Riabi, la frequentazione costante della moschea di Viale Jenner, hub di transito dei jihadisti europei, ha consentito il suo ingresso nella comunità radicale.
  4. Il processo si conclude con l’Alienazione dal mondo circostante (A): l’individuo si autoesclude dalle interazioni sociali con coloro che non sono votati allo stesso ideale, come conferma l’incitazione di Zouheir al fratello Zied a non rivolgere parola agli occidentali infedeli. La separazione tra i radicali e gli altri membri della società è definitiva e ben esemplificata dalla rottura con la famiglia e il ripudio della vita precedente.

Fatima, le immagini della trasformazione

Le fasi appena illustrate si ritrovano concretamente in I soldati di Allah, reportage del francese Saïd Ramzi (pseudonimo di un giornalista insider in una cellula terroristica) sulla psiche dei giovani jihadisti che scelgono di rifiutare la vita per vivere la morte. A completamento di quanto sopra, nel 2007 il Federal Bureau of Investigation ha elaborato un modello similmente suddiviso in quattro stadi, in cui l’ultima transizione (in questo caso il passaggio all’azione) non è sempre attuata. Gli individui radicalizzati sembrano quindi far parte di un iceberg più profondo e difficile da soppesare, di cui gli esecutori degli attentati costituiscono solo la punta.

Fonte: FBI Law Enforecement Bulletin ttps://leb.fbi.gov/2007-pdfs/leb-december-2007
FBI Law Enforecement Bulletin.

La radicalizzazione può originarsi autonomamente attraverso ricerche sul web oppure essere indotta da influenze esterne, quali la presenza di un leader carismatico: esempio del secondo caso è la vicinanza tra l’imam Anjem Choudary e Michael Adebolajo, uno dei due assassini del soldato britannico Lee Rigby, finito a colpi di machete a Londra nel maggio 2013. È la dimensione soggettiva del percorso a rendere impossibile il profiling del tipo ideale vulnerabile alla radicalizzazione.

Non esiste, infatti, un background socio-economico che accomuni univocamente gli estremisti islamici: i fratelli Kouachi, killer della redazione di Charlie Hebdo, hanno vissuto un’infanzia travagliata, segnata dalla morte di entrambi i genitori e aggravata dalla povertà; Umar Farouk Abdulmutallab, noto come “Underwear bomber” per il tentativo fallito di accendere dell’esplosivo a bordo di un volo Amsterdam-Detroit nel 2009, è invece il figlio di uno degli uomini più ricchi dell’Africa, è cresciuto in un quartiere affluente di Kaduna, in Nigeria, e ha conseguito la laurea in ingegneria meccanica alla University College London.

Ricerche scientifiche sul profilo psicologico dei terroristi hanno inoltre ufficialmente rigettato l’ipotesi della correlazione positiva tra stato di salute mentale dell’individuo e sue azioni terroristiche: con una fortunata espressione di Martha Crenshaw, studiosa della materia, «la straordinaria caratteristica comune dei terroristi è la loro normalità».

Oltre al cyberspazio e alle moschee improvvisate cui si accennava precedentemente, anche gli istituti penitenziari possono essere ritenuti un ambiente idoneo per l’espansione della radicalizzazione, diventando “università del terrorismo”.  Nelle istituzioni totali, oggetto dello studio del sociologo Goffman, si verifica infatti una riduzione del sé, dovuta al taglio netto con il mondo sociale esterno. Il detenuto, più fragile e maggiormente esposto alla promiscuità degli estremisti, può dunque manifestare attrazione per ideologie radicali. Nel 2012, la  Commissione Europea ha dunque istituito la RAN, Radicalisation Awareness Network, che coinvolge le comunità educative, come le prigioni e le scuole, nella prevenzione dell’insorgenza dei fenomeni di radicalizzazione e nel contrasto al terrorismo. In Dealing with radicalisation in a prison and probation context, essa esamina, ad esempio, i potenziali vantaggi e svantaggi di tre diverse scelte di gestione dei detenuti per crimini ordinari e per terrorismo: l’accorpamento, l’isolamento o un approccio caso per caso basato sulla valutazione del rischio.

Per quanto riguarda l’Italia, l’attenzione ai fenomeni di radicalizzazione è considerata di elevatissimo interesse dall’Amministrazione Penitenziaria, il cui Ufficio per l’Attività Ispettiva e del Controllo partecipa alle riunioni del Comitato Analisi Strategica Antiterrorismo (CASA) e monitora la popolazione penitenziaria islamica assegnando un indice di attenzionabilità ai reclusi più pericolosi. Con lettera circolare n. 3619/6069 del 21.4.2009 l’Amministrazione Penitenziaria risponde al rischio della radicalizzazione con una soluzione sperimentata in precedenza per la criminalità organizzata, ovvero con il sistema dei circuiti.

Prospettive sul Daesh: da Califfato Reale a Califfato Virtuale

La radicalizzazione, oltre che ad accrescere i proseliti dell’estremismo islamico, ha soprattutto garantito un flusso continuo di foreign fighters verso i territori del Califfato, qualificandosi, insieme al sostegno della popolazione locale e alla volontà di combattere mostrata dai miliziani, come conditio sine qua non della sopravvivenza dello stesso. Le ultime sconfitte sul campo per via della coalizione anti-Daesh, insieme alla notevole perdita di territori in Siria, Iraq e Libia, hanno notevolmente indebolito i tre pilastri appena elencati. A questo si è aggiunto un recente intervento più decisivo da parte della Turchia, che ha reso più ostico l’attraversamento delle frontiere per i supporter del Califfato.

Fonte: demdigest.org.


Fonte: breitbart.com.

Si può allora pensare ad una prossima disfatta del Daesh, che però non coinciderà con la scomparsa definitiva dell’ideologia ad esso legata: alla morte di Hitler non si è accompagnata la sepoltura del nazionalsocialismo. Anders Behring Breivik, l’autore delle stragi di Utoya e Oslo del 2011, si è infatti vestito di ideologie lontane nel tempo che hanno forgiato la sua concezione della Norvegia multiculturale come “impura”.

È presumibile che nel breve periodo avvenga il passaggio da un Califfato Reale ad un Califfato Virtuale, il quale troverà un habitat nello spazio amorfo delle reti sociali e sarà sicuramente più complesso da intercettare. Il cambio di strategia si è già reso evidente nei frequenti inviti ai neo-jihadisti a trattenersi nei paesi d’origine, dove l’azione sarà più utile e memorabile. In un messaggio di maggio 2016, il portavoce di Daesh Abu Muhammad Al Adnani confida apertamente: «If one of you hoped to reach the Islamic State, we wish we were in your place to punish the Crusaders day and night».

schermata-2016-09-27-alle-20-43-56
Lo spettro dell’ideologia e la minaccia della radicalizzazione si aggirano dunque nel web visibile ed invisibile (deep web), rendendo ancor più necessaria la pianificazione di un’efficace opera di prevenzione multi-settoriale.

I governi, le comunità islamiche e la società civile uniti in una nuova forma di alleanza sociale, auspicabile in un’intelligence collettiva, devono essere preparati a riconoscere gli indicatori di radicalizzazione e a valutarli tenendo conto delle caratteristiche personali degli individui e delle circostanze specifiche per evitare conclusioni errate. Infine, alla strategia di contro-radicalizzazione devono essere affiancate un’adeguata contro-informazione e politiche di integrazione culturale per rafforzare lo spirito critico (demolito con l’inquadramento in un’ideologia) e educare alla diversità.

NOTE:

[1] A.Orsini. ISIS. I terroristi più fortunati del mondo e tutto ciò che è stato fatto per favorirli. Rizzoli(2016).
[2] FBI. FBI Law Enforecement Bulletin. December 2007, Volume 76, Number 12.
[3] Radicalisation Awareness Network. Dealing with radicalisation in a prison and probation context.
[4]Istituto Superiore di Studi Penitenziari. La radicalizzazione del terrorismo islamico. Elementi per uno studio del fenomeno del proselitismo in carcere. Quaderni ISSP, Numero 9 (2012).
[5] Ministero della Giustizia. Scheda sul manuale in tema di radicalizzazione(luglio 2015).
[6] Giddens, P.Sutton. Sociology. Polity Press (2013).


No comments so far.

Be first to leave comment below.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Solve : *
20 + 25 =