Perché i Taliban non sono stati sconfitti Perché i Taliban non sono stati sconfitti
Il 28 agosto del 2016, lo statunitense Institute for the Study of War ha pubblicato un report a riguardo della situazione dell’Afghanistan, sottolineando i... Perché i Taliban non sono stati sconfitti

Il 28 agosto del 2016, lo statunitense Institute for the Study of War ha pubblicato un report a riguardo della situazione dell’Afghanistan, sottolineando i progressi dell’offensiva estiva dei Taliban che ha permesso agli insorti di estendere il proprio controllo ad una significativa porzione del Paese1. A far fronte a questa offensiva, si trovano le demoralizzate ed impreparate forze di sicurezza governative che, nonostante decenni di aiuti occidentali, sono ben lontane dall’aver acquisito la capacità di operare indipendentemente. A quindici anni dagli attentati dell’11 settembre, sembrerebbe proprio che i Taliban siano tutto fuorché sconfitti. La domanda che ci dobbiamo porre è dunque: perché? Cosa è andato storto durante quella che, ad oggi, è stata la guerra più lunga della storia degli Stati Uniti?

Per rispondere a questa domanda, penso che sia necessario focalizzarsi su tre aspetti del conflitto, vale a dire: il ruolo che la coalizione internazionale ha avuto nel formare le istituzioni del Paese e nel delineare una strategia contro i Taliban; l’inettitudine e la corruzione del governo afghano; il ruolo destabilizzante del Pakistan.

L’invasione dell’Afghanistan, chiamata Operation Enduring Freedom, era stata inizialmente un successo, grazie al coordinamento tra i combattenti locali dell’Alleanza del Nord e le forze speciali guidate dalla CIA che, grazie a massicci bombardamenti aerei, erano riusciti a sconfiggere velocemente i Taliban2. Tuttavia, l’iniziale dispiegamento di diecimila soldati con l’obiettivo di dare la caccia alla leadership dei Taliban e di al Al Qaida3 si dimostrò presto inadeguato, consentendo a bin Laden ed al Mullah Omar di fuggire. Difatti, l’amministrazione Bush stava sin da allora pianificando l’invasione dell’Iraq ed aveva dunque deciso di risparmiare in Afghanistan le risorse che sapeva sarebbero state necessarie per condurre la campagna contro Saddam4. È così che del tempo prezioso venne perso, mentre la missione NATO ISAF si preoccupava solamente di garantire la sicurezza della capitale5, permettendo ai Taliban di riprendersi dalla disfatta e radunare le proprie forze per condurre una offensiva che, nell’ottobre del 2003, consentì loro di prendere il controllo delle provincie di Herat e Zabul6. Nel frattempo, tra il 2005 ed il 2006, ISAF iniziò ad espandere la propria presenza in tutto il Paese, facendo però eccessivo uso di bombardamenti aerei che, provocando vittime civili, contribuirono ad alienare la stessa popolazione civile che aveva inizialmente salutato con gioia la caduta dei Taliban7.

Al tempo stesso, sul piano politico, si commise l’errore di imporre ad un Paese spaccato da più di vent’anni di guerra un sistema politico presidenziale centralizzato. Facendo così, ogni elezione avrebbe prodotto un singolo vincitore e molti, potenti, sconfitti8. Se era tuttavia vero che un sistema federale sarebbe stato teoricamente più adatto al Paese, questo aveva l’opposizione sia di Karzai che del Pakistan, contrari a lasciare spazio politico alle componenti di etnia non pashtun del Paese9. Il problema era che l’indebolimento dei poteri locali in favore di quello presidenziale generò un vuoto politico che fu prontamente riempito dai Taliban, liberi di estendere la propria influenza ai villaggi pashtun10.

Inoltre, la coalizione internazionale commise un ulteriore errore di valutazione, considerando il movimento Taliban come una semplice questione di sicurezza locale, mentre si trattava invece di una insorgenza che portava avanti una guerra rivoluzionaria11 su scala nazionale, seguendo una classica strategia di impostazione maoista12. In questa guerra, l’attività di guerriglia non era altro che una semplice tattica, collocata all’interno di una strategia più ampia che ambiva a sovvertire lo Stato afghano tramite la costituzione di una governance a livello locale, isolando la popolazione civile dalle forze di sicurezza sostenute dall’Occidente e puntando quindi alla costituzione dello “Stato Islamico più puro al mondo”13. Da quanto appena detto, si capisce che, se nelle attività svolte dai Taliban l’aspetto militare era subordinato a quello politico, una strategia di successo da parte della coalizione avrebbe dovuto avere a sua volta una natura politica, più che militare, puntando alla messa in sicurezza della popolazione civile ed alla costruzione di uno stato funzionale che fosse in grado di vincere la battaglia per i cuori e le menti dei cittadini afghani. Tuttavia, la coalizione internazionale fece l’esatto opposto, intraprendendo una campagna che, quando non si limitava alle azioni militari, provvedeva servizi per la popolazione che bypassavano totalmente le autorità governative locali, gettando ulteriore discredito sul governo che si proponevano di rafforzare, proprio dove questo era più necessario14.

La ragione del successo a livello locale dei Taliban era da ricercarsi nell’incredibile livello di corruzione che imperversava nel governo di Karzai, considerato da Transparency international come uno dei più corrotti al mondo15. La burocrazia pubblica era così disfunzionale che, secondo un giudice afghano, per risolvere una disputa familiare un comune cittadino avrebbe dovuto pagare diverse mazzette ed aspettare il concludersi di un processo pluriennale, mentre le corti di giustizia amministrate dai Taliban erano in grado di produrre la sentenza nell’arco di un pomeriggio, applicando un diritto tribale e coranico che, per quanto duro, veniva riconosciuto come legittimo dalla stragrande maggioranza dei pashtun16. Al tempo stesso, nonostante il fatto che gli Stati Uniti abbiano speso in Afghanistan 104 miliardi di dollari (più del Piano Marshall), soprattutto investendo nell’addestramento delle forze di sicurezza locali17, queste sono chiaramente incapaci di controllare il territorio nazionale al di fuori delle capitali provinciali18. Significativo a tale riguardo è il fatto che i migliori ufficiali siano quelli che durante gli anni Ottanta avevano servito nelle fila dell’esercito filo-sovietico19. Messe assieme, corruzione e mancanza di sicurezza a livello locale hanno permesso ai Taliban di proporsi come una alternativa credibile e più efficiente rispetto al disfunzionale governo sostenuto dall’Occidente.

In precedenza abbiamo visto che il Pakistan era riuscito ad imporre l’istituzione di un sistema federale in Afghanistan. La ragione di questa ingerenza è da ricercarsi nella storia delle travagliate relazioni tra il Pakistan e l’Afghanistan, che fu l’unico Paese al mondo a votare contro il riconoscimento del Pakistan alle Nazioni Unite nel 194720. L’atteggiamento del governo afghano di quel tempo era giustificato dalla cosiddetta Linea Durand: il confine tracciato nel 1893 dai Britannici, per separare l’Afghanistan da quella che all’epoca era l’India Britannica21. Il problema di quel confine era che lasciava circa la metà dei pashtun al di fuori dell’Afghanistan che, non appena il Pakistan acquisì l’indipendenza, iniziò ad avanzare rivendicazioni territoriali sulle regioni a maggioranza pashtun, chiamandole Pashtunistan22.

Considerando che in quel periodo l’Afghanistan si stava avvicinando diplomaticamente all’India, il Pakistan aveva tutte le ragioni per sentirsi minacciato, giungendo alla conclusione che era meglio avere un vicino instabile, piuttosto che uno ostile23. Seguendo questa logica, il Pakistan iniziò a sostenere il jihad afghano sin dal 1973, quindi diversi anni prima dell’invasione sovietica del dicembre 197924. Dopo aver sostenuto i mujaheddin afghani per più di una decade, il Pakistan iniziò ad essere frustrato dall’incapacità delle fazioni pashtun di conquistare il potere dopo la caduta del regime di Najibullah nel 199225. Infatti, Kabul fu conquistata dai mujaheddin della Jamiat-I Islami, guidata da Massoud e Rabbani, entrambi di etnia tagika26.

Il Pakistan era tuttavia convinto del fatto che solo un governo a guida pashtun avrebbe potuto fare i suoi interessi, contenendo al tempo stesso l’influenza indiana nel Paese; pertanto, venne presa la decisione di abbandonare le fazioni dei mujaheddin e di iniziare a sostenere il neonato movimento dei Taliban27, composto dagli orfani della guerra civile che erano stati radicalizzati nelle madrase costruite dall’Arabia Saudita sul lato pakistano della Linea Durand durante gli anni Ottanta28. Quando finalmente Kabul venne conquistata dai Taliban, il Pakistan fu uno dei soli tre Paesi al mondo a riconoscere nel maggio del 1997 il loro governo, assieme all’Arabia Saudita ed agli Emirati Arabi Uniti29. L’importanza dei Taliban per il Pakistan fu ribadita dal generale Musharraf che, subito dopo aver preso il potere tramite golpe nel 1999, disse che sostenere i Taliban era per il Pakistan un “imperativo di sicurezza nazionale”30.

Dopo quanto si è appena detto, è difficile immaginare come qualcuno possa aver pensato che il Pakistan sarebbe stato un buon alleato nella lotta contro i Taliban. Ciononostante, immediatamente dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, l’amministrazione Bush lanciò un ultimatum a Musharraf, avvertendolo che, nella lotta ai Taliban, il Pakistan poteva essere o dalla stessa parte degli Stati Uniti, o contro di essi. Messo con le spalle al muro, Musharraf fu costretto a schierarsi dalla parte degli Americani31. Tuttavia, quello che l’amministrazione Bush non capì era che, a dispetto dei generosi programmi di aiuti economici e militari, fintanto che il nuovo ordine in Afghanistan poteva essere considerato come una minaccia per la sua sicurezza nazionale, il sostegno del Pakistan per i Taliban sarebbe continuato32.

I primi segni del doppiogiochismo pakistano si videro sin dalle prime settimane dell’Operation Enduring Freedom, quando Musharraf richiese l’autorizzazione per condurre una evacuazione per via aerea di decine di agenti dell’ISI33, rimasti intrappolati nella città di Kunduz, dove stavano aiutando i Taliban a resistere all’offensiva dell’Alleanza del Nord: durante quella operazione, vennero portati in Pakistan anche diversi leader dei Taliban ed alcuni membri di Al-Qaida34; non male, per un Paese che, pubblicamente, stava combattendo la Global War on Terror. A dispetto del repentino collasso del loro regime in Afghanistan, la leadership dei Taliban (e di Al-Qaida) rimase intatta, trovando rifugio nelle aree tribali a maggioranza pashtun del Pakistan e nella città di Quetta35. Da li, i Taliban poterono riorganizzarsi e, con il sostegno logistico del Pakistan, portare avanti la guerra contro la coalizione internazionale a guida americana36. Considerando la portata del sostegno che il Pakistan ha dato ai Taliban, è possibile dire che, senza di esso, questi non sarebbero potuti sopravvivere37.

In conclusione, si può dire che i Taliban non sono stati sconfitti a causa di un misto di ingenuità, arroganza e mancanza di interesse nei confronti del Paese da parte degli Stati Uniti e dei loro partner internazionali. I primi anni 2000 erano un periodo di transizione tra l’ottimismo che era seguito alla fine della Guerra Fredda e la lotta contro il jihad globale. L’idea che dopo la sconfitta del comunismo si sarebbe potuta esportare la democrazia a tutto il mondo era molto popolare, all’epoca38. La guerra in Afghanistan dimostrò che tali teorie non erano altro che una illusione: la storia e la cultura erano ancora rilevanti, soprattutto in Paesi come l’Afghanistan, in cui la gente ha la memoria molto lunga. Andare lì pensando di portare la democrazia, senza tener conto delle tensioni etniche e della struttura tribale del Paese era da arroganti. Pretendere di fare tutto ciò con l’aiuto del Pakistan era da ingenui. Farlo in economia, risparmiando i soldi per l’invasione dell’Iraq, era da irresponsabili. Gli Stati Uniti sono entrati in un Paese spaccato da più di vent’anni di guerra civile, pensando che fosse possibile abbatterne il governo e poi non pensarci più troppo, lasciando un po’ di soldati a guardia delle ambasciate della capitale, mentre le forze speciali davano la caccia ad Al-Qaida sulle montagne. Sono entrati in un Paese le cui infrastrutture erano completamente distrutte e non hanno garantito né sicurezza né investimenti, proprio quando questi avrebbero riscosso il massimo successo: immediatamente dopo la caduta dei Taliban, quando la coalizione internazionale era ancora popolare tra la popolazione civile.

Quando finalmente ci si rese conto degli errori commessi era ormai troppo tardi per stabilizzare il Paese. Nel frattempo, uno dei governi più corrotti del mondo era tenuto al potere dalla coalizione internazionale. Considerando che la polizia non proteggeva la popolazione, i tribunali non garantivano il rispetto della legge e nei villaggi non c’era presenza dello Stato, la gente iniziò a pensare che non valeva la pena combattere per il mantenimento dello status quo. Al confronto, i Taliban sembravano dei governanti più onesti e, anche grazie al sostegno del Pakistan, riuscirono lentamente ad uscire dai propri nascondigli nelle aree tribali del Paese, espandendo la loro influenza attraverso le campagne ed impedendo alle forze di sicurezza governative di operare al di fuori dei principali centri abitati. Dal canto suo, la coalizione internazionale non colse la natura della sfida posta dai Taliban, continuando a rispondere in maniera quasi esclusivamente militare alla strategia rivoluzionaria degli insorti.

Nel frattempo, migliaia di soldati della coalizione internazionale tornavano a casa avvolti nella bandiera del loro Paese, vittime di una strategia fallimentare applicata ad un Paese le cui dinamiche furono comprese solo quando era ormai troppo tardi.

NOTE:

Questo articolo è l'adattamento di un saggio scritto dall'autore in data 9/12/2015 nell'ambito del corso di laurea magistrale in "Intelligence and International Security" svolto presso il King's College London.

1. http://post.understandingwar.org/backgrounder/afghanistan-partial-threat-assessment-august-28-2016
2. Biddle, Stephan, Allies, Airpower, and Modern Warfare: The Afghan Model in Afghanistan and Iraq (Journal: International Security, v. 30, n. 3, Winter 2005/06), pp.167-172
3. Saikal, Amin. Modern Afghanistan: A History of Struggle and Survival (I.B. Tauris, 2012), p.259
4. Rashid, Ahmed. Talebani (Feltrinelli, 2010), pp. 270-271
5. Saikal, pp.258-259
6. Rashid, p.275
7. Dorronsoro, Gilles. The Taleban's Winning Strategy in Afghanistan (Carnegie Endowment for International Peace, 2009) p. 16
8. Saikal, p.249
9. Mahendrarajah, Shivan. Conceptual failure, the Taliban's parallel hierarchies, and America's strategic defeat in Afghanistan (Journal: Small Wars & Insurgencies, v.25, n.1, 2014), p.98
10. Mahendrarajah (2014), p.97
11. Per "guerra rivoluzionaria" si intende una attività di guerriglia volta al perseguimento di un programma politico.
12. Naturalmente qui si fa riferimento alla strategia militare, priva della componente ideologica marxista-leninista. Il modello maoista è quindi diviso in tre fasi (difesa, equilibrio e guerra di movimento), puntando a controllare le campagne.
13. Mahendrarajah, Shivan. Saudi Arabia, Wahhabism, and the Taliban of Afghanistan: ‘Puritanical reform’ as a ‘revolutionary war’ program (Journal: Small Wars & Insurgencies, v.26, n.3, 2015), p. 383
14. Dorronsoro, Gilles. Afghanistan: The Impossible Transition (Carnegie Endowment for International Peace, The Carnegie Papers, 2011), pp.10-11
15. http://www.transparency.org/cpi2014/results
16. Burke, J. Taliban Win Over Locals at the Gates of Kabul (Guardian, 24 agosto 2008)
17. Fair, C. Christine. The Other Drawdown in Afghanistan (Journal: Current History, v.114, n.771, Aprile 2015), p. 141
18. McNally, Lauren; Bucala, Paul. The Taliban Resurgent: Threats to Afghanistan's Security (Institute for the Study of War, Afghanistan Report 11, March 2015), p.11
19. Giustozzi, Antonio. The Afghan National Army (Journal: The RUSI Journal, v.156, n.6, Dicembre 2009), p.39
20. Hasan, Khurshid, Pakistan-Afghanistan Relations (Journal: Asian Survey, v.2, n.7, Settembre 1962), p. 16
21. Gartenstein-Ross, Daveed; Vassefi, Tara, The Forgotten History of Afghanistan-Pakistan Relations (Journal: Yale Journal of International Affairs, March 2012), pp. 39-40
22. Ibid.
23. Fair, C. Christine. Pakistan and the Taliban: Past as Prologue? (Journal: The Diplomat, n.11, October 2015)
24. Ibid.
25. Saikal, p.222
26. Ibid., p.215
27. Rashid., p.51
28. Mahendrarajah (2015), p. 384
29. Saikal, p.227
30. Ibid., p.229
31. Rashid, p.268
32. Saikal, p.236
33. Inter Service Intelligence: la potente intelligence militare del Pakistan, che aveva avuto un ruolo di primo piano nel programma di armamento ed addestramento dei mujaheddin durante l'invasione sovietica dell'Afghanistan
34. Rashid, p.269
35. Saikal, p.235
36. Mahendrarajah (2014), p.105
37. Fair, Ottobre 2015
38. Fukuyama, Francis, The End of History? (Journal: The National Interest, n. 16 , estate 1989), pp. 3-18


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