Gli oligarchi internazionali e le titubanze della giustizia in Europa Gli oligarchi internazionali e le titubanze della giustizia in Europa
A giudicare dai fatti degli ultimi mesi, si ha come la sensazione che la gestione dell’ordine pubblico di alcuni Paesi europei sia afflitta da... Gli oligarchi internazionali e le titubanze della giustizia in Europa

A giudicare dai fatti degli ultimi mesi, si ha come la sensazione che la gestione dell’ordine pubblico di alcuni Paesi europei sia afflitta da una qualche sindrome di impotenza e mancanza di spina dorsale. Le cronache riportano che nello scorso agosto, in Lituania, un poliziotto è stato ucciso da un criminale con un coltello. Benché fosse legittimamente armato di pistola, il rappresentante delle forze dell’ordine non ha messo mano all’arma per timore che, nel difendere la propria vita, avrebbe potuto attentare a quella del delinquente. Forse, in una società di esasperato e malinteso umanismo, è più semplice andare incontro alla morte che difendersi successivamente dall’accusa di eccesso di legittima difesa persino nell’esercizio delle proprie funzioni.

Ma è davvero cosa saggia per la Lituania questo atteggiamento iperbuonista spacciato per garantismo? A chi giova questa sindrome di impotenza nella gestione dell’ordine pubblico, proprio nel momento in cui la minaccia del terrorismo si fa sempre più incombente e la criminalità internazionale sembra quasi sentirsi a suo agio proprio in Europa? Senza andare troppo lontano, si può osservare come questo comportamento sia diffuso in realtà soprattutto in ambito giudiziario. Un caso esemplare è quello legato a  Syrym Shalabaev, scappato dall’Asia centrale e finito oggi sotto il manto protettivo della giustizia lituana: un caso che sorprende per l’atteggiamento lassista e per l’irresponsabilità, un caso difficile da spiegare in base a criteri giuridici e di semplice buonsenso.

Per capire di cosa si tratta, bisogna ricordare che il signor Shalabaev è stato condannato dall’Alta Corte di Londra a una pena di diciotto mesi di reclusione per appropriazione indebita, ma le autorità lituane hanno deciso comunque di concedergli lo status di rifugiato politico. Viene naturale chiedersi da quanto tempo Vilnius consideri il Regno Unito un Paese dove non è rispettato lo stato di diritto e i principi democratici. Forse dalla Brexit in avanti? Il principio secondo cui un ladro deve scontare la condanna in carcere è riconosciuto dalle giurisdizioni di tutti i Paesi del mondo, ma in qualche Paese sembra non funzionare al meglio. Shalabaev, inizialmente detenuto dalla Lituania su richiesta dell’Ucraina (per l’appropriazione di 300 milioni di dollari) è stato rimesso in libertà dalla Corte d’Appello di questo Paese dopo l’arresto.

Ma la questione non si limita certo ai reati commessi in Ucraina, visto che la Lituania fa parte di quell’Unione Europea dove purtroppo sembra sempre permanere una sfiducia preconcetta verso i Paesi dell’ex blocco sovietico, le loro decisioni e le loro richieste. Ciò che tuttavia rende veramente impossibile giustificare la decisione lituana è appunto la sentenza dell’Alta Corte di Londra, in cui è stato dimostrato che Syrym Shalabaev è il compagno d’affari di quel Muchtar Abljazov che sta attualmente scontando una condanna in Francia nel carcere di Fleury-Mérogis. Questa simpatica coppia ha truffato banche e istituzioni finanziarie della Russia, dell’Ucraina, del Kazakhstan e di altri Paesi per una somma totale che supera i 6 miliardi di dollari.

Abljazov era a capo della banca BTA, che aveva numerose filiali sparse in diversi Paesi, e dopo aver ricevuto cospicui contributi finanziari da parte di investitori e creditori stranieri è finita in bancarotta fraudolenta, trasferendo i capitali ad aziende controllate attraverso novecento società offshore. Naturalmente, la nuova dirigenza della banca BTA ha cercato di contestare la natura di queste transazioni. I giudici del Regno Unito, che hanno studiato a lungo e accuratamente la vicenda, hanno concluso tuttavia che l’appropriazione indebita ammontava con certezza almeno a 4 miliardi di dollari, ma Abljazov e Shalabaev hanno fatto di tutto per far perdere le proprie tracce. Per questo il tribunale di Londra ha emesso per entrambi un mandato di arresto, e non appena è arrivata la decisione i due sono scappati dalla Gran Bretagna.

Questo significa che Syrym Shalabaev è scappato già una volta alla giustizia europea, eppure in Lituania è stato rimesso tranquillamente in libertà. Non sarebbe stata forse necessaria un’operazione di polizia per ottenere la sua cattura? Bisogna riconoscere che le forze speciali lituane del reparto “Aras” sono state invero in questo caso molto tempestive, arrestando Shalabaev lo scorso anno, ma lo stesso ahimè non si può dire del potere giudiziario. Non si può che restare perplessi di fronte a quanto deciso dalla giustizia lituana: il minimo che si può dire è che Shalabaev possa scappare nuovamente, e si ripeta così il triste scenario che abbiamo visto a Londra, giacché presto o tardi le autorità lituane dovranno fare i conti con le azioni criminali di quest’uomo.

Tutto sembra andare in questa direzione, anche perché la cosa più sorprendente è la motivazione addotta dalla Corte d’Appello della Lituania: analizzando la richiesta di estradizione da parte dell’Ucraina, essa si è rifiutata di consegnare Shalabaev alle autorità di Kiev, ma al tempo stesso ha riconosciuto il pronunciamento dell’Alta Corte di Londra circa la sua colpevolezza nelle operazioni fraudolente a vantaggio della Banca BTA. Che cosa significa questo tra le righe? In pratica Vilnius riconosce di avere a che fare con una persona colpevole di crimini finanziari, così come che i soldi illegalmente sottratti andrebbero restituiti. Tuttavia, gli concede lo status di rifugiato politico, il che conferisce automaticamente l’immunità. Questo significa che neppure Londra potrebbe pretendere di reclamare il carcere per Shalabaev e poiché delle operazioni alla banca BTA non resta ormai nulla, è ben difficile immaginare rapide e risolutive inchieste su questo caso in territorio lituano. Ciò implica che potrebbero essere imbastiti nuovi e lunghi processi dai costi multimilionari, nei quali solo le costose parcelle degli avvocati permetterebbero di vivere anni interi nell’agiatezza economica. E ciò implica anche che in Lituania inizierebbero a farsi strada leve di pressione sullo Stato per riconoscere in Shalabaev non un condannato per motivi economici, bensì un perseguitato politico.

In altri termini Vilnius si è ormai attribuita il diritto di giudicare un criminale molto facoltoso, che alla fine con ogni probabilità lascerà il Paese lasciandovi però nel frattempo una parte del suo patrimonio. Si potrebbe dire quindi che non assistiamo neppure a una sindrome d’impotenza della giustizia locale, né soltanto a un malinteso umanismo, ma forse soprattutto a una nuova forma di investimento economico, visto che i milioni accumulati illegalmente verrebbero di fatto legalizzati e potrebbero essere spesi nel Paese di temporanea permanenza, nel migliore dei casi come forma di investimento. Per non parlare della corruzione che potrebbe accompagnarsi a una concessione del genere.

Naturalmente non dimentichiamo la cosa più importante: la ciliegina sulla torta è la creazione di un discorso politico, che deve inserirsi in questa vicenda per rendere il tutto presentabile agli occhi dell’opinione pubblica. Quand’anche fosse infatti ulteriormente confermato che quest’uomo è colpevole dei reati a lui ascritti, gli sarebbe sufficiente dichiarare gli obiettivi della sua piattaforma politica per ricevere indulgenza (a patto naturalmente di non esprimere visioni contrarie al Partito socialdemocratico di Lituania). Ma a Vilnius giova davvero una politica di questo tipo, anche in un’ottica di lungo periodo? Il rischio è quello di ingenerare una pericolosa commistione fra elementi criminali e istituzioni, consentendo a oligarchi internazionali di sottrarsi alle inchieste e alle sentenze dei procedimenti penali. O forse, in un mondo pervaso da un malinteso umanismo, questa situazione mette tutto un Paese nella condizione di quel poliziotto che ha timore di estrarre la pistola persino quando è faccia a faccia con il crimine.

NOTE:

Erlan Zerastaev è analista politico ad Astana, Kazakhstan.


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