Difesa del patrimonio dell’umanità e i rapporti tra l’Unione africana e l’Aja: il caso al-Mahdi Difesa del patrimonio dell’umanità e i rapporti tra l’Unione africana e l’Aja: il caso al-Mahdi
Il 27 settembre si è concluso il processo che vedeva Ahmad Al Faqi al-Mahdi imputato di fronte ai giudici della Corte penale internazionale dell’Aja.... Difesa del patrimonio dell’umanità e i rapporti tra l’Unione africana e l’Aja: il caso al-Mahdi

Il 27 settembre si è concluso il processo che vedeva Ahmad Al Faqi al-Mahdi imputato di fronte ai giudici della Corte penale internazionale dell’Aja. Da una parte nessuna sorpresa: al-Mahdi, già dichiaratosi colpevole per la devastazione di alcuni siti riconosciuti come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, è stato condannato alla pena di nove anni di detenzione; d’altra parte questo particolare caso offre alcuni interessanti spunti di riflessione in materia di giustizia internazionale. Si chiude così un nuovo capitolo giudiziario nel quale un cittadino di uno Stato africano è stato giudicato dall’organismo penale internazionale per eccellenza, inserendosi nell’annosa polemica che accompagna i travagliati rapporti che intercorrono tra l’Unione Africana e la CPI.

Martedì 27 settembre la Corte penale internazionale ha reso una pronuncia per certi versi storica. In verità il caso che ha visto imputato il maliano Ahmad Al Faqi al-Mahdi viene in rilievo per più di un aspetto originale rispetto a quella che è stata la giovane, ma pur sempre ultra decennale, attività dell’organo giurisdizionale dell’Aja. Innanzitutto è la prima volta che un imputato ha reso una dichiarazione di colpevolezza per i reati a lui ascritti dal procuratore. In secondo luogo, è la prima volta che un (ex) jihadista siede al banco degli imputati ed è chiamato a rispondere dei crimini commessi di fronte ad un organo di giustizia internazionale. Infine, ma assolutamente rilevante, è il fatto che questa pronuncia della CPI assume valenza storica perché finora è l’unica del suo genere: è infatti la prima volta che il giudizio del tribunale dell’Aja ha avuto ad oggetto un crimine di guerra perpetrato in violazione delle norme internazionali poste a tutela del patrimonio artistico e culturale dell’umanità.

Nel caso specifico si è trattato della devastazione di alcuni mausolei e della porta della moschea di Sidi Yahia a Timbouctou. In particolar modo, il reato per il quale è stato condannato al-Mahdi è esplicitamente elencato nello Statuto della Corte penale internazionale, precisamente all’articolo 8(2)(e)(iv) che contempla, tra le varie violazioni alle leggi e alle consuetudini di guerra commesse nel corso di un conflitto armato di natura non internazionale, anche il divieto di dirigere intenzionalmente gli attacchi contro edifici dedicati al culto e monumenti storici.

Ex colonia francese, indipendente dal 1960, la Repubblica del Mali ha vissuto un periodo di forte instabilità politica a partire dal marzo del 2012, quando con un colpo di Stato militare nella capitale Bamako era stato deposto il Presidente Amadou Toumani Touré, incapace di gestire la ribellione dei gruppi di tuareg, laici e separatisti, che si erano riuniti nel Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad (MNLA). La proclamazione unilaterale dell’indipendenza di tutto l’Azawad, regione settentrionale del Mali di notevole importanza economica per il governo di Bamako (nel 2006 sono stati scoperti dei giacimenti petroliferi) era durata poco ed era stata seguita dall’ascesa di alcuni movimenti islamisti, alleati con il MNLA, che avevano occupato alcune importanti città, tra le quali Gao, Kidal e Timbouctou.

Un situazione critica che è in seguito precipitata quando questi gruppi islamisti, una volta avuta la meglio sugli ex alleati del MNLA, hanno cominciato a spostare la loro azione verso le regioni meridionali del Paese. Giunti a questo punto l’intervento internazionale è stato inevitabile. Per motivi che storicamente vedono Parigi ancora strettamente legata alle vicende del Mali, sono stati proprio i Francesi ad agire per primi a sostegno del governo di transizione maliano e nel gennaio 2013 era stata avviata l’operazione “Serval”, seguita in seconda battuta dall’arrivo di un contingente militare internazionale inviato dalle Nazioni Unite per favorire la stabilizzazione della situazione sul campo: la United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali (MINUSMA) attiva dall’aprile del 2013.

In questo scenario si colloca la figura di Ahmad Al Faqi al-Mahdi, un tempo direttore di scuola, che abbraccia la causa jihadista e partecipa attivamente al conflitto. In particolar modo, al-Mahdi è stato un membro dell’organizzazione Ansar Eddine, la “filiale” maliana di Al Qaeda, ed ha avuto un ruolo chiave in qualità di capo della polizia islamica e della Hisbah, l’organismo istituito con il compito di garantire la rigorosa osservanza delle leggi della Shari’ah nelle città occupate, vigilando sull’assoluto rispetto dei principi morali che regolano la vita pubblica e prevenendo e reprimendo ogni forma di comportamento considerato “vizioso”. Ogni aspetto della vita quotidiana era scandito dai principi e dalle regole dettate dai jihadisti. Una realtà che è stata in parte descritta nel film Timbuktu del regista Abderramanhe Sissako, che racconta di un regime del terrore nel quale erano state messe al bando la musica, il gioco del calcio, le sigarette e nel quale ogni violazione comportava l’immediato arresto e la pronuncia di un tribunale islamico improvvisato.

Una serie di regole e principi ai quali al-Mahdi aveva mostrato una devozione totale e che, invece, oggi rinnega. Ma è stato proprio sulla base di quelle regole e di quei principi che al-Mahdi, tra il giugno e il luglio del 2012, aveva ordinato e partecipato in prima persona alla distruzione di nove mausolei e della porta della moschea di Sidi Yahia a Timbouctou. «Attaccare e distruggere i siti e i simboli culturali e religiosi di una comunità equivale ad aggredire la storia di quella comunità. E nessuna persona che abbia partecipato alla distruzione di ciò che incarna l’anima e le radici di un popolo può sfuggire alla giustizia». Sono queste le parole che il procuratore della Corte, la gambiana Fatou Bensouda, ha rivolto all’imputato, che dal canto suo ha chiesto perdono al popolo maliano e all’umanità intera per i suoi atti.

Il processo ad al-Mahdi, come si è detto, è il primo del suo genere. La storicità di questa pronuncia della CPI deriva dal fatto che con essa è stata data forma e sostanza ad un concetto che da molto tempo era stato delineato in un trattato internazionale ad hoc ma che, per l’appunto, aveva avuto finora un riconoscimento meramente teorico. Si fa riferimento a quanto stabilito nella Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato del 1954, nelle cui norme si rinviene il fondamento giuridico del processo ad al-Mahdi, e al fatto che questa pronuncia è la dimostrazione che la Corte penale considera i crimini commessi contro il patrimonio e l’eredità storica e culturale dei popoli di pari gravità rispetto a quella discende dall’aver commesso uno degli altri tipi di crimine internazionale elencati nel suo Statuto.

La Corte penale ha dato così voce allo sdegno generale suscitato dagli attacchi sempre più frequenti al patrimonio mondiale ed ha dimostrato che perseguire e punire i cosiddetti “crimini culturali” è possibile ed è un atto dovuto, anche considerando le grandi difficoltà riscontrate dalla comunità internazionale nel cercare di proteggere effettivamente il patrimonio artistico mondiale. Sebbene sussistano dei leciti dubbi circa l’effetto deterrente che tale pronuncia potrà avere sull’azione di combattenti e terroristi, non è da escludere che in un futuro non troppo lontano saranno sempre più numerosi i casi di coloro che dovranno fare i conti con la giustizia internazionale per lo stesso crimine di cui si è macchiato al-Mahdi. In tal senso, i Buddha di Bamiyan in Afghanistan, le rovine romane di Palmyra in Siria e il museo archeologico di Mosul in Iraq aspettano ancora che sia fatta giustizia. Perché non sarebbe solamente doveroso, ma contribuirebbe notevolmente a dissolvere quell’alone di sospetto che aleggia intorno al modus operandi della CPI, per nulla apprezzato dall’Unione africana (UA).

Non è un mistero che all’interno dell’organizzazione regionale africana vi sia un diffuso sentimento di insoddisfazione e una certa insofferenza nei confronti della International Criminal Court e il caso al-Mahdi offre un ulteriore spunto di riflessione nel momento in cui si inserisce prepotentemente in questo attuale dibattito/scontro tra UA e CPI. L’insoddisfazione, che alcuni Stati non hanno mancato di manifestare in occasione del vertice tenutosi ad Addis-Abeba alla fine di gennaio 2016, si fonda sull’idea che la CPI stia amministrando la giustizia in maniera discriminatoria, adottando un duplice standard di trattamento.

Una sorta di neocolonialismo giudiziario che ruoterebbe intorno ad una ipotetica regola del “due pesi e due misure”. Da una parte, i giudici dell’Aja mostrerebbero una costante ed eccessiva solerzia nel momento in cui si tratta di puntare il dito contro l’Africa e richiamare i suoi governanti ed i suoi cittadini al rispetto del diritto internazionale e delle regole basilari poste a tutela della persona umana o del patrimonio collettivo. Al contrario, la Corte non avrebbe mostrato la stessa predisposizione nei confronti dei crimini commessi in altre parti del mondo o avrebbe palesato un atteggiamento più indulgente nei confronti di altri Stati. Ne risulterebbe, prendendo in prestito le parole di Jean Ping, allora Presidente della Commissione dell’UA, che la «CPI a été crée pour juger les Africains».

L’argomentazione principale in base alla quale viene portata avanti questa fronda “anti-Aja”, evocata sistematicamente da alcuni Stati africani (Kenya, Zimbabwe, Sud Africa, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Uganda e Ruanda su tutti), sembrerebbe per lo più dettata da una valutazione prettamente quantitativa. Si fa riferimento al fatto che, da quando lo Statuto di Roma è entrato in vigore nel 2002, tutte le condanne e la quasi totalità delle inchieste di cui la CPI è stata investita hanno riguardato il continente africano e i suoi figli. Il vertice di Addis-Abbeba ha fatto solo affiorare la punta di un grande iceberg di malcontento che è infine culminato nella minaccia di un ritiro collettivo dallo Statuto di Roma.

In relazione a questo aspetto, il caso al-Mahdi evidenzia come in realtà la posizione assunta dal fronte degli “insoddisfatti”, seppur rumoroso e forse maggioritario, non sia né del tutto condivisa né del tutto logica. L’idea che possa esistere un presunto antiafricanismo che veicolerebbe l’azione dei giudici dell’Aja e della comunità internazionale, non sembra assolutamente plausibile per alcuni motivi.

Innanzitutto, questa sistematica vessazione nei confronti dell’Africa da parte della CPI è solo parzialmente sostenuta dai fatti, ossia dalle sentenze emesse dalla Corte. Perché, al contrario, nel corso della sua attività la CPI ha mostrato una rimarcabile attenzione e ha continuato a monitorare il rispetto del diritto internazionale anche in contesti diversi da quello africano, procedendo all’apertura di inchieste e avviando indagini preliminari anche per i presunti crimini commessi nell’Ossezia del Sud, in Ucraina, Colombia, Palestina, Afghanistan, Iraq, Corea del Nord, Honduras e Venezuela.

In secondo luogo è la stessa giurisprudenza che evidenzia sia l’infondatezza delle accuse mosse contro la CPI sia la mancanza di unanimità, in seno all’UA, nel considerare arbitrario e iniquo l’operato dei giudici internazionali. Lo dimostra il recente caso Habrè, processato da un tribunale internazionalizzato ma totalmente africano con sede a Dakar, per il quale si è parlato di un “nuovo corso” per la giustizia made in Africa proprio perché le autorità senegalesi avevano dimostrato la loro capacità e affidabilità nel condurre un procedimento rispettando gli alti standard richiesti in materia di giusto processo. E lo dimostra ancor di più il caso al-Mahdi in cui, non solo le autorità statali maliane hanno deferito volontariamente il caso alla CPI, ma l’azione della Corte è stata notevolmente facilitata dallo stesso Mali e dal Niger che hanno pienamente soddisfatto quel requisito di cooperazione con il tribunale internazionale e hanno mostrato di aver piena fiducia nell’operato dei giudici dell’Aja.

D’altronde i due casi menzionati sono la massima espressione di quel principio di complementarietà (o sussidiarietà) che vincola l’azione della CPI e che postula un intervento della giustizia internazionale solo a condizione che le autorità giudiziarie nazionali competenti si dimostrino incapaci o manchino della volontà di procedere all’azione penale. Nello Statuto di Roma vengono definiti rispettivamente inability e unwillingness e conducono sempre ad un diniego di giustizia, per le vittime o per l’imputato, inammissibile soprattutto quando si parla di crimini internazionali. È solo per questi motivi che il caso può essere sottratto ai giudici nazionali e può essere deferito alla competenza della CPI. La sentenza al-Mahdi forse non ha contribuito a stemperare i toni della contestazione, ma certamente permette di circoscrivere quell’insistente coro di voci che sostengono (in maniera fuorviante) l’esistenza di un’Unione africana compatta contro la CPI e che vorrebbe svincolarsi dal controllo della giustizia internazionale.

Se si guardano i freddi numeri, è incontestabile che nella stragrande maggioranza dei casi la CPI abbia focalizzato la sua attenzione su situazioni “africane”, ma i numeri dovrebbero non solo essere letti ma anche interpretati. È vero che violazioni gravi dei diritti umani ascrivibili al rango di crimini internazionali non sono prerogativa esclusiva degli Stati africani e, anzi, sono all’ordine del giorno in ogni angolo del mondo. Ma è altrettanto vero che sono veramente pochi gli Stati africani che hanno messo in atto un’azione decisa per cambiare questa situazione. Su questo punto sarebbe dunque opportuna una sana autocritica da parte dell’Unione africana.

Sarebbe inoltre realistico chiedersi se questo fronte, che vorrebbe una Corte penale esclusa o se non altro meno invadente negli affari interni dell’Africa, abbia come fine ultimo la definitiva “emancipazione” della giustizia africana dalle interferenze extra continentali o se, al contrario, miri a qualcosa di diverso. È infatti forte la sensazione che la fronda africana contro la CPI sia un pretesto dietro al quale si celerebbe l’estremo tentativo di sottrarsi alla giustizia messo in atto da coloro che vorrebbero vedere le proprie azioni impunite. Agli occhi dei frondisti sarebbe la Corte di giustizia e dei diritti dell’uomo, istituita con il protocollo di Malabo approvato dall’UA nel giugno del 2014, a rappresentare l’alternativa alla CPI. Ma il suo Statuto alimenta il dubbio espresso, dal momento che garantirebbe ai capi di Stato e di Governo, per tutta la durata del loro mandato, l’immunità dalla giurisdizione della Corte stessa.

Invece di dare adito alle voci sul presunto antiafricanismo della CPI, sarebbe lecito aspettarsi dall’Unione Africana una maggiore fermezza nel condannare l’operato di quei governi che più volte hanno dimostrato di non essersi adeguati alle norme internazionali in materia di tutela dei diritti umani (e del patrimonio dell’umanità). Il tempo dell’agire impunito si è concluso definitivamente ed è indispensabile che tutti gli Stati, ai quattro angoli della terra, si adeguino di conseguenza e dimostrino un’effettiva capacità e volontà di punire gli autori dei crimini più efferati. Il possibile divorzio tra l’Unione africana e la Corte penale internazionale non sembra davvero essere una soluzione auspicabile dal momento che non favorirebbe in nessun modo la repressione dei crimini internazionali commessi in Africa, né garantirebbe al continente la tanto ambita “indipendenza giudiziaria”.

NOTE:

Andrea Gasperini è collaboratore del programma «Africa e America Latina» dell'IsAG.

Ba M., L’Union africaine et la CPI au bord du divorce, JeuneAfrique, 15 febbraio 2016.
Kersten M., The al-Mahdi Case is a breakthrough for the International Criminal Court, 25 agosto 2016.


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