Luci e ombre sul commercio equo e solidale in America Latina – il caso del Perù Luci e ombre sul commercio equo e solidale in America Latina – il caso del Perù
Lo sviluppo del commercio equo e solidale sta vivendo nei Paesi del Sud del mondo, in particolar modo in America Latina, una fase abbastanza... Luci e ombre sul commercio equo e solidale in America Latina – il caso del Perù

Lo sviluppo del commercio equo e solidale sta vivendo nei Paesi del Sud del mondo, in particolar modo in America Latina, una fase abbastanza positiva ed in continua evoluzione, rappresentando una vera e propria alternativa di sviluppo economica e sociale. Nonostante ciò, emergono quelle che sono le debolezze di questa nuova forma di scambio, che si concretizzano nello specifico nelle violazioni degli standard internazionali imposti dal Fair Trade e che spesso implicano come conseguenza lo sfruttamento dei lavoratori.

«Il Commercio Equo e Solidale, o Fair Trade, è una partnership economica basata sul dialogo, la trasparenza e il rispetto, che mira ad una maggiore equità tra Nord e Sud del mondo attraverso il commercio internazionale. Il Fair Trade contribuisce ad uno sviluppo sostenibile complessivo offrendo migliori condizioni economiche e assicurando i diritti per produttori marginalizzati dal mercato e dei lavoratori, specialmente nel Sud del mondo».

La definizione proposta, fornita dall’associazione FINE1, che comprende le quattro principali e maggiori organizzazioni del Fair Trade, apre la strada ad un approccio differente del commercio convenzionale, il quale si basa sulla promozione di standard di lavoro e ambientali fondati su criteri politici etici e responsabili volti ad assicurare e a migliorare le condizioni di vita dei piccoli produttori e un accesso diretto al mercato globale.

Partendo dalla premessa che tutti dovrebbero poter godere di sicure e sostenibili condizioni di vita, gli obiettivi prefissati del Fair Trade sono molteplici. Incoraggiando un commercio solidale, trasparente e consapevole si vuole ridurre la povertà ed aumentare lo sviluppo sostenibile. Per raggiungere questi risultati è necessario garantire una maggiore equità nelle pratiche del commercio internazionale, creando opportunità di lavoro a condizioni eque sia nei paesi economicamente svantaggiati sia in quelli economicamente sviluppati, facilitando l’incontro tra consumatori critici e produttori. È opportuno mettere in evidenza come la vendita dei prodotti a marchio Fair Trade contribuisca a diffondere informazioni sui meccanismi di sfruttamento, stimolando di conseguenza nei consumatori la nascita e la crescita di un atteggiamento consapevole, nella speranza che possano esercitare il proprio potere d’acquisto in maniera critica.

Oltre agli obiettivi da perseguire, il Fair Trade vanta rigorosi principi definiti dalla World Fair Trade Organization che le organizzazioni del commercio equo e solidale devono rispettare e seguire nel lavoro di ogni giorno. Alla base vi è la necessità di garantire ai produttori economicamente svantaggiati il passaggio ad una situazione di povertà ad una di autosufficienza economica, assicurando la trasparenza e il controllo delle loro relazioni commerciali e impedendo la massimizzazione dei profitti delle organizzazioni. Affinché ciò possa avvenire, deve essere stabilito un giusto prezzo2 accordato attraverso dialogo e partecipazione, che fornisca un giusto pagamento ai produttori, che possa essere sostenuto dal mercato e che tenga conto della parità di retribuzione a parità di lavoro tra donne e uomini. Il rispetto delle leggi locali e nazionali sul lavoro minorile e sul lavoro in materia di salute e sicurezza si rivela fondamentale, di conseguenza le organizzazioni devono assicurare che non vengano posti in essere meccanismi di lavoro forzato all’interno del proprio sistema di produzione, garantendo inoltre la non discriminazione, l’uguaglianza di genere, la libertà di associazione e il rispetto dell’ambiente attraverso l’utilizzo di materie prime provenienti da fonti gestite in maniera sostenibile.

Affinché un prodotto possa avere il marchio Fair Trade deve essere controllato e certificato. A questo scopo è stato istituito un ente apposito, FLO – CERT, con il compito di verificare e certificare che il prodotto da immettere nel mercato globale risulti conforme agli standard sociali, economici e ambientali stabiliti da Fair Trade International. Si tratta di alcune norme rigorose, tra le quali la proibizione di ogni forma di discriminazione, il divieto di lavoro forzato e di lavoro minorile e l’obbligo di assunzione regolare disciplinata da contratto, a cui tutte le organizzazioni di piccoli produttori si devono attenere.

I principi e gli standard internazionali Fair Trade vengono seguiti ogni giorno dalle molteplici organizzazioni di commercio equo e solidale, attraverso un attento monitoraggio per garantirne il rispetto. La salvaguardia dei diritti dei lavoratori, l’importanza delle relazioni commerciali e il pagamento di un giusto prezzo che garantisca ai lavoratori un salario minimo previsto dalla legge emergono come criteri fondamentali alla base di questa forma di scambio economica e sociale alternativa. Tuttavia non di rado alcuni produttori risultano talmente tanto svantaggiati e marginalizzati da non essere in grado di rispettare la maggior parte degli standard e dei principi cardine.

Una delle aree in cui il commercio equo e solidale è riuscito a comunicare e a diffondere l’importanza dell’auto-organizzazione dei piccoli produttori è sicuramente quella dell’America Latina. Le piccole comunità sudamericane, infatti, attraverso l’utilizzo e la valorizzazione dei materiali disponibili, sono riuscite nell’intento di dar vita a uno sviluppo sostenibile auto–sostenuto, grazie anche ad una serie di programmi messi in atto da Fair Trade per consentire ai produttori l’adattamento ai cambiamenti climatici3. Alla fine del 2014 in ventiquattro paesi dell’America Latina vi erano 6474 organizzazioni di produttori Fair Trade certificati. I dieci Paesi latinoamericani che vantano il maggior numero di piccoli agricoltori e lavoratori sono Haiti (2%), Paraguay (2%), Guatemala (4%), Repubblica Domenicana (7%), Brasile (7%), Costa Rica (7%), Nicaragua (9%), Messico (12%), Colombia (18%) e Perù (20%) e rappresentano l’88%5 del totale di piccoli agricoltori e lavoratori di tutta l’America Latina.

Risultano molto interessanti i dati relativi alla coltivazione di caffè. L’America Latina, infatti, vanta una percentuale del 75% del totale delle coltivazioni di caffè Fair Trade, con una produzione totale di circa 150.0006 tonnellate. Come si evince dalle percentuali evidenziate, il Perù si classifica come il paese in cui è avvenuta la maggiore crescita di organizzazioni di piccoli produttori e in cui si realizza l’unione perfetta di qualità e sostenibilità, dove l’agricoltura biologica e certificata ha permesso al popolo peruviano di garantire il rispetto per la terra, per la qualità del suolo e un equo compenso. I produttori, dopo anni, sono adesso in grado di esportare il loro caffè equo e solidale nei mercati mondiali sempre più pretenziosi. A livello globale quasi la metà di tutti i produttori Fair Trade sono coltivatori di caffè, organizzati in 445 organizzazioni che hanno ottenuto il marchio Fair Trade. Nello specifico in Perù nel 2014 sono state novanta le organizzazioni di piccoli produttori di caffè che hanno ottenuto la certificazione Fair Trade, e 240 nella restante America Latina. Grazie alla coltivazione del caffè e del cacao è stato anche possibile contrastare il traffico di droga in alcune realtà dove prima si coltivava coca. Secondo una stima dell’ufficio dell’Onu per la lotta alla droga e alla criminalità (UNODC), infatti, nel 2014 le superfici coltivate a coca sono diminuite del 14% rispetto all’anno precedente.

È doveroso sottolineare, però, che il Perù rappresenta allo stesso tempo un esempio lampante delle violazioni degli standard e dei principi del Fair Trade. Dietro i marchi Fair Trade si celano quei processi di sfruttamento che alterano e ribaltano completamente quelli che sono gli scopi più nobili del commercio equo e solidale. All’interno delle piantagioni di caffè peruviane, infatti, si riscontrano spesso condizioni di lavoro inadeguate e inaccettabili. Il salario minimo previsto dalla legge del paese non viene rispettato, i braccianti vengono pagati a prezzi irrisori e nella maggior parte dei casi le donne sono soggette a frequenti forme di discriminazione ricevendo la metà del salario degli uomini. Un dato rilevante è quello restituito da uno studio effettuato da alcune associazioni di commercio equo e solidale olandesi, le quali hanno stimato che nel 2002, su trentatré piantagioni di caffè del Guatemala nessuna pagava ai braccianti il salario minimo previsto dalla legge, ma ne corrispondeva poco più di un decimo del minimo. Le condizioni di vita e di lavoro risultano disumane; le piantagioni sono sovente situate lontano dai centri abitati, motivo per cui i braccianti sono costretti ad abitarci dentro per evitare lunghi spostamenti, rischiando di contrarre batteri e malattie dovute a gravi carenze igieniche e sanitarie. Gli orari lavorativi non vengono rispettati e le ore sui campi variano tra le dieci e le dodici giornaliere.

Un caso che ricalca perfettamente le condizioni descritte è quello del venticinquenne Coronel Vasquez Bernardino, la cui passata esperienza come bracciante nelle piantagioni di caffè del Perù è divenuta un monito ad effettuare maggiori controlli e garantire maggiori tutele. Coronel Vasquez Bernardino insieme ad altri braccianti è stato vittima di disumane pratiche di sfruttamento durante la raccolta stagionale del caffè nella regione di Moyobamba. In queste zone il caffè viene coltivato principalmente in apprezzamenti piccoli difficilmente più grandi di un ettaro o in piantagioni che possono raggiungere fino ai mille ettari di estensione. La raccolta del caffè per questi braccianti è un lavoro stagionale corrispondente al periodo estivo e di conseguenza corrispondente anche ad una difficile fase di carenza di richiesta di braccianti, a causa del clima che non permette le attività agricole.

Le condizioni in cui questi braccianti sono stati costretti vivere non erano delle migliori: dormivano sul pavimento di un vecchio fienile, all’esterno del quale si trovava un unico rubinetto da cui fuoriusciva un debole filo di acqua e che di conseguenza rappresentava l’unico strumento che tutti i lavoratori potevano utilizzare per lavarsi, dal momento in cui non erano presenti docce e wc. Il lavoro non risparmiava fatiche: si iniziava alle 6 del mattino e si finiva alle 16.30 circa, a fronte di un salario7 giornaliero pari a 10 Soles, equivalente a 3 dollari, cifra inferiore al salario minimo fissato dalla legge del Perù, che dovrebbe corrispondere a circa 16 soles, ma a questi viene applicata una detrazione del 30% per coprire le spese di vitto e alloggio.

È assolutamente opportuno mettere in evidenza che questi lavoratori non solo non erano consapevoli di percepire uno stipendio inferiore al minimo legale, ma ignoravano anche il fatto che il caffè da loro raccolto sarebbe stato successivamente venduto nel mercato globale e certificato come un prodotto Fair Trade ad un prezzo superiore che il consumatore è disposto a pagare proprio in virtù della produzione etica. Allo stesso tempo i consumatori avranno pensato di aver acquistato un prodotto che ha garantito al produttore e ai suoi dipendenti un giusto prezzo, dignitose condizioni lavorative e tutela del territorio. A giustificazione di quanto accaduto, alcuni fondatori e responsabili di alcune delle produzioni di caffè peruviane certificate hanno sostenuto l’impossibilità di verificare e di monitorare effettivamente quanto un piccolo proprietario agricolo paghi i propri lavoratori stagionali in un’area rurale di un paese in via di sviluppo, affermando inoltre che molto spesso gli stessi proprietari guadagnino essi stessi meno del salario minimo che dovrebbe essere garantito. Premessa la difficoltà di verificare effettivamente quanto sostenuto come giustificazione, sembra tuttavia più facile e oggettivo pensare che all’interno del sistema di produzione nessuno paghi il salario minimo perché banalmente non conviene e non è fattibile per il produttore. L’inghippo chiaramente emerge nel momento in cui il proprietario dell’azienda agricola o della piccola cooperativa di produttori massimizza il proprio guadagno, ricevendo un riconoscimento con il contributo che Fair Trade e gli altri certificatori pagano per far crescere le organizzazioni di coltivatori, nonostante gli standard imposti non vengano rispettati, ma al contrario ripetutamente violati.

L’esigenza di riportare il caso preso in analisi nasce dalla riflessione di come sia estremamente importante evitare che le organizzazioni di commercio equo e solidale si trasformino in meccanismi di sfruttamento e di abusi, incapaci di garantire condizioni di vita e di lavoro adeguate e di rispettare gli standard imposti dal Fair Trade. Vien da pensare che affinché questo sistema di commercio alternativo risulti davvero sostenibile sia necessario mettere in atto alcuni aggiustamenti ed effettuare dei maggiori controlli. La garanzia di condizioni adeguate e di un contratto di lavoro con indicazioni sul numero di ore e sul salario che tuteli non solo i lavoratori permanenti ma anche quelli stagionali, più vulnerabili dal punto di vista socio – economico, potrebbe sicuramente rappresentare un passo avanti. In virtù di quanto accade nei paesi in via di sviluppo è necessario effettuare dei controlli estesi nelle aziende e nelle cooperative, in modo da individuare e bloccare chi mira a massimizzare il proprio guadagno a spese dei lavoratori più vulnerabili.

Dietro le promesse di un commercio alternativo sostenibile e giusto si celano realtà sconosciute in grado di azzerare tutti i passi avanti fatti fino a questo momento. È giusto ridare credibilità e visibilità ad una nuova forma di sviluppo sicuramente in grado di portare grandi benefici alle piccole comunità latino – americane e di conseguenza permettere un’esportazione di veri prodotti Fair Trade. È bene non dimenticare che questa forma alternativa di scambio nasce come risposta al fallimento di un mercato che ha pian piano peggiorato le condizioni di vita delle popolazioni più deboli e dei piccoli produttori marginalizzati, innalzando a livelli esorbitanti i picchi di povertà. Tuttavia, è necessario fare i conti con anomalie e debolezze strutturali che si caratterizzano come paradossi di un sistema alternativo che potrebbe offrire molto di più di quel che già propone. La globalizzazione ha contribuito ad aumentare il divario tra i paesi ricchi e i paesi poveri e dunque è in questo contesto che il movimento del commercio equo e solidale deve operare per sanare le fratture e rispettare i nobili principi che vi stanno alla base.

NOTE:

Federica Zito è laureata in Sviluppo politico e cooperazione internazionale alla Alma Mater Studiorum - Università di Bologna.

1. Fairtrade Iinternational, International federation for alternative trade, Network of european world shops e European fair trade association.
2. Fair trade minum price.
3. Il cambiamento climatico è considerato un problema di rilievo per i piccoli produttori del mondo. La variabilità del clima e gli eventi meteorologici minacciano le coltivazioni degli agricoltori, contribuendo così ad accrescere la vulnerabilità delle popolazioni svantaggiate.
4. Alcune di queste si trovano nella regione dei Caraibi.
5. I dati si riferiscono ad uno studio condotto nel 2015 e relativi all’anno 2014, cf. “Monitoring the scope and the benefits of Fairtrade" (www.fairtrade.net).
6. Cf. nota 5.
7. Si veda "The Bitter Cost of Fair Trade", www.ft.com.


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