Investimenti lungo One Belt One Road. Ruolo dell’Italia e opportunità per le aziende italiane Investimenti lungo One Belt One Road. Ruolo dell’Italia e opportunità per le aziende italiane
Possiamo identificare un comune denominatore nell’ascesa cinese e nei suoi progetti internazionali, ossia la capacità di investimento di Pechino generata da ingenti riserve estere... Investimenti lungo One Belt One Road. Ruolo dell’Italia e opportunità per le aziende italiane

Possiamo identificare un comune denominatore nell’ascesa cinese e nei suoi progetti internazionali, ossia la capacità di investimento di Pechino generata da ingenti riserve estere accumulate in decenni di surplus commerciali con il resto del mondo. La concretezza e la sostanza dei suoi progetti – i cui effetti sono ben visibili – li rendono più appetibili alle economie emergenti o in via di sviluppo e sono preferiti a progetti i cui effetti nel breve-medio termine sono meno tangibili, meno chiari e quindi meno allettanti.

I progetti cinesi sembrano aver raggiunto l’apice con l’ambizioso One Belt One Road (OBOR) Initiative, o meglio noto come “Nuova Via della Seta”.

Possiamo tentare una macro-suddivisione delle opinioni emerse su OBOR. Da una parte troviamo le opinioni degli entusiasti del progetto che, d’accordo con la visione cinese, lo considerano come non solo un’opportunità di sviluppo, crescita ed integrazione per le economie euroasiatiche, ma anche come un mezzo attraverso il quale avvicinare culture e società diverse nei valori.

Dall’altra parte, leggiamo le opinioni di chi evidenzia che, al di là dei potenziali effetti positivi, OBOR è un progetto made for China, attraverso il quale la Cina raggiunge propri obiettivi, tra cui: l’utilizzo della sovraccapacità produttiva, la stabilità dello Xinjiang, la sicurezza energetica, l’estensione dell’influenza geopolitica in Asia Centrale; l’accesso e la penetrazione delle merci cinesi in nuovi mercati; l’incremento dell’utilizzo dello yuan.

Un’altra considerazione attiene all’opportunità tecnica e non politica degli investimenti cinesi. Un utilizzo poco oculato delle risorse finanziare può essere nocivo oggi più che mai in quanto attualmente la Cina dispone di ingenti risorse che potrebbe depauperare per investimenti errati.

Alla base della OBOR vi è la Go Global Policy, strategia di internazionalizzazione delle aziende cinesi che, dopo anni di chiusura al mondo esterno, invitava le aziende cinesi ad investire all’estero al fine di acquisire quelle competenze tecniche, finanziarie, gestionali che le avrebbero permesso di accrescerne la competitività internazionale.

Maggiori dettagli sull’idea progettuale OBOR sono esposti nel comunicato congiunto del Ministero degli Affari Esteri e del Ministero del Commercio della Cina, Vision and Actions on Jointly Building Silk Road Economic Belt and 21° Century Maritime Silk Road, pubblicato il 28 marzo 2015.

Nel documento si afferma che la OBOR coinvolge il continente asiatico, europeo e africano, collegando, da un’estremità all’altra, la dinamica economia dell’Asia orientale con le economie sviluppate europee, inglobando Paesi con alto potenziale di sviluppo economico.

La OBOR è composta principalmente da due vie, Silk Road Economic Belt (SREB) e The 21° Century Maritime Silk Road (MSR), integrate da sei corridoi economici.

Possiamo suddividere gli investimenti necessari alla realizzazione della OBOR in investimenti in infrastrutture terrestri e marittime. Vi sono delle differenze tra questi due tipi di investimenti nell’ambito della realizzazione di OBOR. La prima è sul loro stato in quanto le infrastrutture logistico-portuali lungo la MSR già esistono e sono ben sviluppate mentre quelle terrestri sono per lo più da costruire.

Per quanto concerne le infrastrutture terrestri, esse pongono almeno due macro problemi. Il primo potremmo definirlo di “interconnettività vincolante”. Il secondo concerne strettamente il rischio di investimento in determinate regioni. Per interconnettività vincolante ci si riferisce al fatto che nel caso delle infrastrutture terrestri transnazionali si necessita di costruirle senza soluzione di continuità dal punto di partenza a quello finale, altrimenti mezze ferrovie o mezze strade sarebbero solo uno spreco di risorse.

Il successo della strategia Go Global non sarebbe stato possibile senza un più che concreto sostegno finanziario del governo cinese alle proprie aziende per operare all’estero.

Se da un lato gli investimenti diretti all’estero della Cina hanno avuto effetti positivi, aggiungendo nuove risorse a quelle occidentali e investendo in Paesi che, esclusi dai radar occidentali per questioni politiche e per valutazioni di rischio, sarebbero rimasti probabilmente senza possibilità di accesso a fonti di finanziamento, dall’altro sollevano critiche per la scarsa trasparenza e la non conformità al framework internazionale, per le concessioni al di fuori di ogni valutazione politico-economico-sociale del Paese destinatario degli aiuti e soprattutto per la natura di sussidio nei confronti delle proprie aziende che finisce con alterare la concorrenza a livello globale.

Secondo un report della DG Politiche e Relazioni Esterne dell’Unione Europea sulle attività di finanziamento all’export del governo cinese del 2011, i principali strumenti finanziari messi a disposizione dalla Cina per promuovere il proprio export, garantirsi un accesso preferenziale alle risorse naturali e ai nuovi mercati e migliorare i termini di importazioni dall’economie in via di sviluppo sono: i) credito fornitore preferenziale, ii) credito acquirente, iii) crediti misti, iv) prestiti garantiti da risorse naturali, v) prestiti a tassi agevolati e vi) altri strumenti come sussidi diretti del governo e zone economiche speciali (ZES).

La crescita dei finanziamenti cinesi all’estero è stata una normale conseguenza della evoluzione e dello sviluppo degli enti finanziari di sviluppo cinesi. Tra i maggiori fornitori di incentivi finanziari cinesi ritroviamo le tradizionali banche politiche cinesi come la China Exim Bank, China Development Bank e China Agricultural Development Bank e fondi ed enti di più recente istituzione, come il Silk Road Fund, l’AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) o la BRICS New Development Bank.

Possiamo distinguere tre tipi di aziende cinesi con orizzonti internazionali: i) fondo sovrano; ii) grandi aziende statali cinesi; iii) grandi aziende private cinesi.

La OBOR Initiative si concretizza in una solida sinergia cinese a livello politico (Governo di Pechino), finanziario (supporto di vecchie e nuove istituzioni finanziarie) e operativo (grandi aziende statali), creando un circolo che, da una parte genera investimenti per il Paese destinatario dei progetti, dall’altro potrebbe rendere più difficile la partecipazione a progetti di interesse ad aziende di altri Paesi che non possono usufruire dello stesso supporto politico e finanziario.

Per il Paese destinatario, il suo benessere a seguito dell’investimento dipenderà sostanzialmente dall’utilità del progetto realizzato e dalle sue ricadute socio-economiche sulla collettività locale, dalla possibilità di realizzarlo alle migliori condizioni di mercato possibili e dalla sua qualità.

Considerato che in alcuni Paesi il rischio di investimento è elevato e che gli investimenti in infrastrutture generano profitti nel medio-lungo periodo, le disponibilità finanziarie messe a disposizione dalla Cina saranno da considerarsi risorse preziose quanto più i progetti rispetteranno le best practices e terranno conto primariamente dell’impatto socio-economico sulle comunità locali.

Per il ruolo e le opportunità per l’Italia all’interno di OBOR strutturiamo il paragrafo in: i) opportunità per le aziende in Cina; ii) opportunità per le aziende italiane lungo la OBOR; iii) ruolo dell’Italia e opportunità di investimento cinese in Italia.

Nella prima sezione si illustra l’evoluzione delle esportazioni italiane verso questo Paese nell’ultimo quindicennio confrontandole con quelle dei nostri più diretti concorrenti, Germania e Francia, per avere qualche indicazione in più sulla performance italiana. Si è scelto di confrontare questi tre Paesi in quanto, facenti parte della stessa Unione monetaria ed è essendo soggetti agli stessi vincoli di politica commerciale non possono ricorrere a strumenti di politica economica quali svalutazioni e sussidi, per esempio, per ottenere un vantaggio competitivo. In più, appartenendo alla stessa regione geografica con valori socio-culturali di base simili, condividono simili costi di logistica rispetto a Paesi competitor di altre aree geografiche e possono confrontarsi con simili barriere culturali negoziando con le controparti cinesi. Di conseguenza, la strategia di internazionalizzazione delle aziende di questi Paesi assume un ruolo ancor più rilevante per comprendere il loro posizionamento in Cina rispetto ai loro competitor dell’Unione Europea.

L’analisi evidenzia l’impressionante performance tedesca rispetto a quella italiana e francese. Nel 2015, la Germania ha fatto registrare un export di EUR 71,9 miliardi verso la Cina, contro EUR 17,9 miliardi della Francia e EUR 10,4 miliardi dell’Italia.

Per riuscire ad affermarsi sui mercati internazionali occorrono investimenti, una chiara strategia di internazionalizzazione e un corretto posizionamento del prodotto nel mercato di riferimento. Ciò vale ancor di più per un Paese come la Cina. In effetti, sarebbe più corretto parlare di più “Cine”, in base ai differenti livelli di sviluppo economico. Potremmo individuarne almeno quattro: la Cina costiera, le regioni immediatamente a ridosso di quelle costiere, le regioni più interne verso occidente e le regioni autonome del Tibet e dello Xinjiang. Tra queste regioni vi è una netta differenza che non è solo economica ma anche socio-culturale (istruzione, relazioni sociali, costo della vita, apertura all’estero, ecc.). Quindi, quando si affronta il mercato cinese bisognerebbe aver chiaro che vi possono essere diversi mercati per lo stesso prodotto all’interno della Cina stessa. Inoltre, un fattore che si dovrebbe considerare è la dimensione della Cina, non globale, ma locale, ossia la dimensione delle sue città, la cui crescita offre nuove opportunità e richiede una revisione delle strategie.

Nella seconda sezione si tratta della partecipazione dell’Italia all’AIIB e dalle opportunità che ne derivano in termini di appalti. Per una valutazione sono stati presi a riferimento i dati della partecipazione italiana alle gare di appalto della Banca Mondiale.

L’Italia dal 2007 è costantemente tra i primi dieci fornitori di lavori pubblici per progetti finanziati dalla Banca Mondiale, mentre ha una presenza altalenante per quanto concerne la fornitura di beni e del tutto marginale per la fornitura di servizi di consulenza.

Focalizzando l’attenzione sulla fornitura di opere civili, che rappresenta il core business dell’AIIB, possiamo notare, da una parte la forte concorrenza dei Paesi emergenti, e dall’altra che l’Italia è tra i maggiori Paesi occidentali ad aggiudicarsi le gare di appalto nel settore delle opere civili. Solo nel 2012 e 2013 è stata sopravanzata da, rispettivamente, Germania e Spagna, a testimonianza che anche altri Paesi occidentali iniziano a riporre maggiore attenzione ai progetti finanziati dalla Banca Mondiale.

Nella terza sezione si tratta del ruolo dell’Italia all’interno di OBOR. Si ritiene che la posizione strategica dell’Italia, e in particolare di Trieste nel contesto della OBOR, e il peso dell’Italia quale maggiore potenza economica e demografica (nell’analisi intesa anche come il reddito pro capite e la capacità di spesa dei consumatori) all’interno del Mediterraneo, e in particolare della sponda Sud (se si considera la Francia come uno Stato parzialmente mediterraneo in quanto il suo centro politico-economico è situato nel Nord Europa), contribuiscono ad assegnarle ancora un ruolo chiave che tuttavia deve essere valorizzato.

Infatti, vi è il rischio concreto di una marginalizzazione all’interno del nostro stesso mare con il transhipment rilocalizzato nel Nord Africa e il gateway tra Grecia e Francia-Spagna.

Potremmo raggruppare i tre più grandi porti della penisola italiana tracciando un triangolo logistico-portuale con base i due porti gateway del Nord Italia di Genova e Trieste, con vertice il porto di transhipment di Gioia Tauro nel Sud Italia, e con altezza del triangolo il collegamento ferroviario Gioia Tauro – Nord Italia.

Il porto di Trieste, situato in una delle aree più prospere del Paese ed essendo più vicino a Stati o regioni europee senza sbocchi sul mare Mediterraneo, avrebbe le potenzialità per divenire un porto gateway europeo – una Rotterdam del Sud – e quindi sarebbe naturale punto di origine e destinazione nell’ambito della OBOR. Inoltre, una Trieste punto di riferimento europeo per la Via della Seta Marittima (SMR), avrebbe l’effetto di rendere necessario il rafforzamento dei collegamenti ferroviari con le linee dirette in Asia in un’ottica di chiusura della Belt.

Le opportunità di investimento in Italia nel settore infrastrutturale potrebbero essere di interesse cinese. Al di là degli slogan o dei nomi delle strategie, la Cina è interessata ad investire per impiegare in maniera diversa e più redditizia le proprie riserve rispetto a quanto fatto fin a pochi anni fa con l’acquisto massiccio di titoli di Stato statunitensi, per permette alle proprie aziende di acquisire nuove expertise e nuove tecnologie e in definitiva per aprire nuovi mercati alle proprie aziende.

Si potrebbe dunque elaborare una strategia win-win combinando il fabbisogno infrastrutturale (e finanziario) italiano con la capacità di investimento e costruzione cinese attraverso joint venture (jv) tra i grandi player italiani e cinesi del settore. PMI italiane potrebbero beneficiare di eventuali contratti di subappalto da parte delle aziende italiane dato che difficilmente potrebbero inserirsi direttamente in un accordo di jv perché i Cinesi preferiscono negoziare solo con controparti delle stesse dimensioni o da cui possono ottenere nuovo know how e tecnologie.

Per il pagamento del prestito si potrebbe, a determinate condizioni, offrire la concessione dell’infrastruttura fino a saldo. Le valutazioni politiche di questa apertura dei progetti infrastrutturali agli investitori cinesi – ma in generale agli investitori stranieri disponibili a riversare risorse sul territorio – dovrebbero tener conto che un ulteriore rinvio dell’ammodernamento infrastrutturale italiano – e in determinate aree del Mezzogiorno della loro completa costruzione – danneggerebbe ulteriormente la posizione italiana nei prossimi anni. È necessario dunque approfittare di questo clima di investimento generato dalla Cina con l’iniziativa OBOR per intercettare una fetta di risorse finanziarie di cui il Paese ha attualmente bisogno per un nuovo rilancio.

Leggi l’analisi di Massimiliano Porto: continua qui



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