Asia-Pacifico, il nuovo pivot tra competizione e cooperazione Asia-Pacifico, il nuovo pivot tra competizione e cooperazione
L’11 ottobre all’Istituto Giapponese di Cultura in Roma, con il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone in Italia, l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze... Asia-Pacifico, il nuovo pivot tra competizione e cooperazione

L’11 ottobre all’Istituto Giapponese di Cultura in Roma, con il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone in Italia, l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) ha discusso di “Asia-Pacifico, il nuovo pivot tra competizione e cooperazione”. Il convegno ha avuto l’obiettivo di approfondire le attuali vicende dell’Estremo Oriente e prevedere dei possibili sviluppi futuri dell’area, provando ad osservare lo scenario anche dall’occhio interessato di Stati Uniti e Unione Europea. Al centro della scena asiatica-pacifica si è posto il Giappone, importante Paese filo-occidentale e potenza industrializzata di rilievo. Il panel di esperti ha riservato uno sguardo particolare al ruolo che il Paese del Sol Levante si è ritagliato nel Sud Est asiatico, area quest’ultima di recente caratterizzata sia da vivaci scambi economici sia da minacciose tensioni geopolitiche. Il simposio ha acquisito un notevole interesse di pubblico, con più di cento presenti in sala, pubblicizzato anche nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni di rapporti diplomatici tra Italia e Giappone.

L’Ambasciatore del Giappone in Italia S.E. Kazuyoshi Umemoto ha aperto i saluti, sottolineando la forza dell’economia giapponese: si tratta della terza al mondo in termini di PIL nominale, fattore che rende il Paese un giocatore importante sia nella sua Regione sia a livello globale. Umemoto riflette, in seguito, sulle parole chiave che risaltano nel titolo del simposio: “cooperazione” e “competizione”. La cooperazione regionale è ben vista dalle politiche giapponesi, che prevedono di creare una zona di libero scambio e commercio nell’area. La “Abenomics”, così come vengono chiamate le iniziative economiche sostenute dal Primo Ministro giapponese in carica Shinzo Abe, si propone di risollevare il Paese dalla stagnazione economica che lo ha colpito negli scorsi decenni. In esse rientra il progetto di Partenariato Trans-Pacifico (TPP), al fine di promuovere gli scambi e gli investimenti tra i paesi ratificanti, permettendo al Giappone di interfacciarsi positivamente con le altre potenze dell’area pacifica e asiatica. L’altra faccia della medaglia, la “competizione”, si compone di tensioni geopolitiche tradotte in manifestazioni di potenza, rivendicazioni territoriali ed alleanze “scomode” ad opera dei Paesi della zona. Basti pensare, per citare gli episodi più noti ai media, alle “esercitazioni missilistiche” messe in atto dalla Corea del Nord, alle rivendicazioni multilaterali di sovranità sulle isole Senkaku, alla prolifica produzione pechinese di armamenti militari.

Ai saluti dell’Ambasciatore ha fatto eco il Presidente dell’IsAG, dott. Tiberio Graziani, ricordando di come l’ago della bilancia possa imprevedibilmente spostarsi a favore dell’alleanza occidentale (Giappone, Stati Uniti) oppure per la fazione sino-russa, modellando a seconda dell’esito un diverso ordine geopolitico dell’area. La direttrice dell’Istituto Giapponese di Cultura in Roma, Naomi Takasu, ha posto invece l’accento sulla stretta connessione esistente tra i nostri due Paesi, nonostante la distanza geografica, che viene alimentata sia da rapporti di tipo commerciale sia da interessi reciproci a sfondo linguistico e culturale. Come moderatrice del convegno si è avuta la giornalista de “Il Foglio” dott.ssa Giulia Pompili, esperta di Asia e delle tematiche che l’attuale “Secolo Asiatico”, per l’importanza strategica del continente in innumerevoli settori del mondo globalizzato, porta all’attenzione di noi europei. In particolare, la giornalista ci ha ricordato che l’Italia condivide problemi comuni con il Paese del Sol Levante quali l’invecchiamento della popolazione, un basso tasso di natalità ed il problema della corretta conservazione del patrimonio artistico.

Ha aperto i lavori il Ministro Mario Vattani dal Ministero degli Affari Esteri (MAECI), già Console a Osaka e funzionario incaricato degli Affari Politici all’Ambasciata Italiana a Tokyo. Il Ministro Plenipotenziario ha tentato di fornire spiegazione al perché l’area del Sud-est asiatico sia costellata di tensioni nei rapporti tra Paesi. I motivi sarebbero molteplici, riconducibili anzitutto ad una mancata “unificazione” tra Stati a livello istituzionale o decisionale. Fori regionali come l’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud est asiatico) riducono i meeting tra Stati a mere discussioni, senza prevedere una rigida implementazione delle decisioni, e ad ogni modo non toccano tematiche sensibili quali la sicurezza e la difesa. Un ulteriore motivo sarebbe da ricercarsi nel maggior impegno politico degli Stati Uniti nella regione. Negli ultimi anni, il progressivo reflusso delle forze armate statunitensi dagli scenari di combattimento medio-orientali ha portato a spostare l’attivismo delle forze armate più potenti del mondo nell’area asiatico-pacifica. Gli americani hanno scorto nella Repubblica Popolare Cinese un maggior attivismo di tipo revisionista, ovvero volto a modificare l’ordine regionale in virtù di un equilibrio sino-centrico. Ciò può essere dedotto per via di alcune iniziative significative: un avvicinamento alla Russia, sia per questioni politiche che di approvvigionamento energetico; l’apertura della commerciale “nuova via della Seta”, cintura di collegamento all’Europa; un riarmo navale, al fine di ampliare il raggio d’azione nel Mar Cinese Meridionale. Le spinte di Pechino nella zona verso una maggiore espansione territoriale ed economica dovrebbero trovare, dunque, un freno nella presenza degli Stati Uniti ed alleati sotto le loro coste.

Il dott. Daniele Scalea, Direttore Generale dell’IsAG, ha evidenziato le questioni in corso della regione asiatica-pacifica sotto un profilo più strettamente geografico. Il “Mediterraneo asiatico”, così denominato, è il cuore del bacino dell’Oceano Pacifico, poiché presenta numeri demografici impressionanti, grazie al contributo della popolazione cinese, seguita da quella indonesiana, giapponese, filippina e vietnamita. Il territorio di questi paesi è immerso, anche solo parzialmente, nel bacino dell’Oceano Pacifico, e loro morfologia geografica ci suggerisce che siano Paesi “aperti” ad operare nei mari più profondi, lì dove troviamo il maggior numero di traffici marittimi internazionali. Non deve sorprendere, quindi, se alcuni Stati tentano di “rimodellare” i confini delle proprie acque territoriali oppure rivendicare la sovranità di arcipelaghi minuscoli in modo da ampliare il proprio raggio di azione. Il traffico marittimo nel Mar del Giappone e al largo delle coste indonesiane raggiunge volumi di transito elevatissimi, specialmente in prossimità di alcuni cruciali “choke points” (strettoie) come lo Stretto di Malacca. Il materiale più trasportato è il petrolio, in arrivo dal Medio Oriente e dall’Africa, in quanto la regione dell’Asia-Pacifico è fortemente energivora e, al contempo, non possiede riserve abbondanti. La Cina, potenza perlopiù continentale, non presenta un buono sbocco sul Pacifico a causa della presenza frontale di due grandi barriere di isole, e pertanto soffre della mancanza di un buon controllo sul commercio oceanico.

A seguire, l’intervento del Contrammiraglio (R) Michele Cosentino, della Marina Militare italiana , ha sviluppato più nello specifico la tematica della sicurezza marittima e del dispiegamento militare nello scacchiere Asia-Pacifico. Egli ci ricorda che, a differenza del continente europeo, temi delicati quali la sicurezza vengono trattati dagli Stati dell’area a livello bilaterale, piuttosto che in fori di discussione multilaterale. Lo sguardo si sposta ancora una volta alla Cina, che ha sperimentato negli ultimi 30 anni una crescita esponenziale a tutto campo, sviluppata con una direttrice forzata secondo le esigenze di importazione delle materie prime. L’esigenza di ottenere un libero accesso verso l’Oceano Pacifico si è resa quanto mai indispensabile, e andava perseguita anche a costo di “competizione” a discapito della “cooperazione” nella regione. Per raggiungere lo scopo, la leadership di Pechino ha elaborato degli obiettivi di espansione marittima: entro il 2020, nel Mar Cinese meridionale, la Cina avrebbe dovuto raggiungere la prima catena insulare; entro il 2050, il Paese si sarebbe dovuto spingere fino alla seconda catena insulare. Di conseguenza, la dimensione militare marittima della Repubblica Popolare Cinese si è sviluppata rapidamente. Negli ultimi decenni, si è testimoniato un potenziamento cinese della flotta aeronavale così elevato che, a livello quantitativo, supererebbe di gran lunga la potenzialità di Giappone e Stati Uniti messi insieme. Questi ultimi, al fine di rassicurare i propri alleati e ammonirli a non cedere ad attività di colonizzazione insulare prevista dai cinesi, esercitano ormai regolare sorveglianza nel Mar Cinese Meridionale tramite “crociere” navali, transito di sommergibili, forze speciali e droni aerei. Secondo il Contrammiraglio, per placare le tensioni geopolitiche sui mari bisognerebbe agire con strumenti diplomatici, tra cui condividere regole internazionali come la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e delegare la risoluzione di eventuali contenziosi in ambito della Corte Internazionale di Giustizia.

Il dott. Matteo Dian, dell’Università di Bologna, si è soffermato sul rafforzamento del ruolo degli Stati Uniti in Asia-Pacifico tramite strumenti economici, diplomatici e istituzionali. L’Amministrazione Obama è stata mossa dell’esigenza di spostare l’impegno militare dal Medio all’Estremo Oriente, in modo da rafforzare la propria leadership nel teatro asiatico in funzione anti-cinese. Vi sono diverse iniziative pechinesi che hanno spinto l’attuale superpotenza mondiale a voler contrastare la nascente “superpotenza di domani”. Tra queste iniziative figurano: la costituzione dell’Asian Infrastructure Investment Bank, di contrasto al Fondo Monetario Internazionale; la nuova “via della Seta”, che legherà il Paese all’Europa; e il trattato di libero commercio Regional Comprehensive Economic Partnership. Pur continuando a tener strette le alleanze con partner storici quali il Giappone, le nuove aperture diplomatiche statunitensi a Paesi quali il Myanmar e il Vietnam confermano la volontà di Obama di consolidare il suo pivot asiatico-pacifico. A livello economico, un progetto molto sostenuto dagli americani è il Partenariato Trans-Pacifico, un trattato di regolamentazioni e di investimenti regionali che contiene anche indicazioni riguardo i diritti dei lavoratori e la protezione dell’ambiente. Regole, queste ultime, a cui la Cina non intende sottoporsi, risultando esclusa dal trattato e, con esso, da una vera leadership economica sull’anello del Pacifico. In conclusione, nell’area del Sud-est asiatico assistiamo ad un tentativo di plasmare due idee di ordine regionale, contrapposte da due set di valori differenti: uno sino-centrico, che prevede un declino delle alleanze con gli USA, il rimpiazzo delle istituzioni occidentali con quelle regionali cinesi, la diffusione delle loro norme e principi e di un capitalismo di Stato; un ordine asiatico-pacifico con gli USA capofila, la presenza di istituzioni globali oltre a quelle regionali, una Cina integrata nell’ordine liberale (o, quantomeno, contenuta), e un capitalismo di libero mercato.

Ha chiuso i lavori la dott.ssa Valentina Gullo, ricercatrice associata IsAG, regalando un approfondimento sul ruolo delle donne nella società e nella politica giapponese al tempo della Abenomics. Il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe, nell’attuare la sua serie di iniziative volte al rilancio dell’economia, ha considerato il particolare aspetto del “women’s empowerment”, la valorizzazione femminile, in abbinamento al loro potenziale ruolo nel mercato del lavoro giapponese. I dati non premiano il Paese del Sol Levante: secondo il report Gender Gap Index, l’Asia ha una disparità di trattamento di genere molto ampia; in particolare, nella Top Ten mondiale dei Paesi più virtuosi sul tema figurano soltanto le Filippine (7° posizione), mentre il Giappone non rientra nemmeno nella Top 100. I campi di politica ed economia sono quelli in cui le donne giapponesi fanno più fatica a rientrare, mentre per istruzione e salute i valori del Paese rientrano nella norma. Secondo quanto constatato dalle ricerche, il PIL nazionale potrebbe giovarsi di un salto del 12% in avanti se non si sperimentasse questo gap di genere. Una più ampia inclusione femminile gioverebbe agli insufficienti 80 milioni di componenti della forza lavoro nazionale. La Abenomics punta a raggiungere il 7% di quota rosa impiegata nell’apparato burocratico statale annunciando benefici per un ritorno delle donne al lavoro, incentivando in special modo coloro che lo hanno accantonato in favore del primo parto. In conclusione, in Giappone la strada per ridurre le diseguaglianze tra uomini e donne nelle opportunità di carriera è ancora lunga, ed è lontano il giorno in cui un numero consistente di donne occuperà posizioni di leadership a livello lavorativo. Il Governo del Paese con la più bassa natalità del mondo dovrà lavorare molto per conciliare il ruolo della donna nel privato, cercando magari di invertire il trend di crollo demografico, con inclusione lavorativa dall’altro, tramite incentivi e best practices, così che anche l’economia nazionale ne tragga beneficio.



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