Autonomia e Pluralità: la sfida del multiculturalismo in Italia e nel Mondo Autonomia e Pluralità: la sfida del multiculturalismo in Italia e nel Mondo
Nel pomeriggio di mercoledì 19 ottobre si è svolta presso la Sala della Regina di Palazzo Montecitorio (Camera dei Deputati) la conferenza “Autonomia e... Autonomia e Pluralità: la sfida del multiculturalismo in Italia e nel Mondo

Nel pomeriggio di mercoledì 19 ottobre si è svolta presso la Sala della Regina di Palazzo Montecitorio (Camera dei Deputati) la conferenza “Autonomia e Pluralità: la sfida del multiculturalismo in Italia e nel Mondo”. L’evento è stato organizzato in collaborazione con il Gruppo Minoranze Linguistiche della Camera dei Deputati, ed ha ricevuto il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e dalla Cooperazione Internazionale, della Presidenza del Consiglio e della FUEN – Federal Union of European Nationalities.

Il tema centrale affrontato durante i lavori è stata una comparazione tra i vari statuti di autonomia e dei federalismi plurinazionali nel Mondo, per comprendere cosa l’Italia può insegnare alla luce della sua tradizione di autonomia e delle esperienze delle regioni alpine. Durante la conferenza è stato presentato il Report IsAG Le minoranze etnico-linguistiche tra Artico e Italia: un raffronto giuridico e distribuiti gli Atti del convegno pubblicati a cura del Gruppo Parlamentare Misto – Minoranze Linguistiche.

L’evento si è aperto con i saluti iniziali della Vicepresidente della Camera On. Marina Sereni e del Sottosegretario del Ministero degli Affari Regionali e delle Autonomie Gianclaudio Bressa, oltre a quelli del Presidente IsAG Tiberio Graziani che ha pure condotto la conferenza come moderatore.

Il primo intervento in sala è stato di Amalia Daniela Renosto, Delegata del Québec in Italia, la quale ha esordito dicendo: “Anche se è dalla Francia che ha tratto l’essenza della propria identità, il Québec è – con molta fierezza – una società pluralista”. Negli anni Settanta si è favorito il “vivere assieme” con l’adozione della Charte québécoise des droits et libertés de la personne e la Charte de la langue française, mentre nel 1991 venne siglato l’Accordo Canada-Québec, il quale permise a quest’ultimo di esercitare pienamente i suoi poteri in materia di immigrazione. Oggi il Québec è tra i primi nei servizi di accoglienza e di aiuto all’integrazione linguistica, culturale ed economica offerti ai nuovi arrivati, luogo dove “coniugare identità e diversità è tanto più plausibile poiché l’identità si costruisce nella condivisione e nello scambio”.

La parola è passata quindi a Loránt Vincze, Presidente della FUEN, realtà che rappresenta sin dal 1949 gli interessi delle minoranze etniche e linguistiche europee e lavora insieme con l’Unione Europea, il Consiglio d’Europa, l’OSCE e le Nazioni Unite, nonché con altre parti interessate nel campo delle minoranze europee. In Europa si contano più di 400 minoranze e circa 60 milioni di persone che si dichiarano membri di tali gruppi. Quindi, un cittadino europeo su sette fa parte di una minoranza autoctona o parla una lingua regionale o minoritaria. Secondo il rappresentante della FUEN “la principale fonte di tensioni all’interno di uno stato-nazione è la mancanza di pari opportunità tra gruppi dominanti e non dominanti, tra maggioranza e minoranze nazionali. Alcuni stati-nazione europei ancora rifiutano l’idea di autogoverno per le regioni popolate da minoranze, a torto sostenendo che l’autonomia sarebbe una forma di separatismo etnico. Essi non ammettono che l’autonomia non è una minaccia, è una soluzione per la gestione e la prevenzione dei conflitti che sorgono tra la maggioranza e le minoranze”. Secondo Vincze “le regioni dovrebbero essere elaborate non solo su una base economica, ma tenendo anche in considerazione la loro posizione geografica, così come il loro sfondo storico e socio-culturale. La mia ipotesi è che le persone che la pensano allo stesso modo possano capirsi meglio e quindi collaborare meglio che con gli altri. Per avere successo, le regioni economiche e le persone appartenenti allo stesso gruppo non devono essere divise da confini amministrativi ma solo con una coesione a livello regionale potremmo aspettarci una partnership di successo tra le regioni di uno stesso paese o anche attraverso le frontiere”.

Particolare è il caso del Trentino Alto Adige, così come illustrato dall’On. Daniel Alfreider: “Il sistema di tutela delle minoranze in Alto Adige, così come appare oggi, non è un sistema che è stato creato ad hoc con il mero intento di tutelare determinate minoranze o gruppi linguistici, ma si è sviluppato insieme ai gruppi linguistici stessi, come parte integrata di un quadro più ampio di gestione del territorio. È pertanto difficile scindere ad oggi il sistema di tutela delle minoranze, dal sistema di gestione politica e amministrativa della regione, nella quale le minoranze tutelate vivono. Ciò è dovuto anche al fatto che il popolo sudtirolese, che prima della fine della Prima Guerra Mondiale comprendeva prevalentemente i gruppi linguistici tedesco e ladino, non è affatto nato come minoranza, ma lo è divenuto a causa degli accadimenti storici e delle decisioni politiche adottate nel processo di ridefinizione dei confini in Europa in seguito delle Guerre Mondiali. Il modello adottato dal Sudtirolo è molto efficiente e preso ad esempio anche per altre realtà, ma la convivenza pacifica tra più gruppi linguistici non è stata in origine del tutto naturale, tantomeno ovvia. E soprattutto prima dell’adozione dello statuto di autonomia del 1972, la convivenza ha assunto a più riprese dei connotati aspri, con rivendicazioni contrastanti tra i vari gruppi linguistici. É quindi nello statuto di autonomia del 1972 una delle chiavi che maggiormente hanno contribuito al successo del modello di convivenza tra i vari gruppi etnico – linguistici dell’Alto Adige. Sono fondamentali quindi i principi base dello statuto di autonomia, in particolare per quanto concerne la tutela dei gruppi linguistici, si possono riscontrare nella proporzione etnica nel sistema di governo e nel servizio pubblico, il bilinguismo negli uffici e nei servizi pubblici, la toponomastica bilingue ovvero trilingue e infine l’insegnamento nella madrelingua. Tali principi sono riusciti nel loro compito di creare un forte equilibrio nella convivenza dei diversi gruppi etnico-linguistici, rispettando così in modo equo le esigenze di ciascun gruppo”.

Paul Gibbard, Ministro Consigliere dell’Ambasciata del Canada, ha concentrato il suo intervento su due esperienze nella regione artica del Canada. In merito alla Costituzione canadese del 1982, l’art. 35 riconosce e afferma l’esistenza dei diritti già in essere delle popolazioni aborigene del Canada che comprendono gli Indiani, gli Inuit e i Metis nonché afferma che il governo canadese riconosce il diritto naturale di auto-governo come un diritto indigeno esistente. Tali popolazioni infatti hanno il diritto di auto-governarsi in relazione a questioni che sono interne alle loro comunità e fondamentali per le loro culture in relazione al rapporto speciale con le loro terre e le loro risorse. In riferimento alle esperienze dello Yukon e del Nunavut, Gibbard ha affermato: “L’Artico canadese offre quindi due ottimi esempi di come questi diritti esistenti e naturali – tra cui l’auto –governo – si siano dimostrati concretamente”.

Alessandra Caruso, Direttrice del Programma “Artico e Antartide” dell’IsAG, ha presentato durante la sua relazione il Report Le minoranze etnico-linguistiche tra Artico e Italia: un confronto giuridico. Attraverso un’analisi dei vari case studies selezionati rispettivamente all’interno del panorama giuridico degli Stati rivieraschi artici, la dott.ssa Caruso ha portato avanti un raffronto giuridico illustrando l’applicabilità in questa macroregione del modello italiano, rappresentato dalle Regioni a Statuto Speciale, attraverso l’analisi del caso del Trentino Alto-Adige, e dalla Convenzione delle Alpi.

Ha aperto il secondo panel della conferenza Seit Nurpeissov, Consigliere dell’Ambasciata del Kazakhstan in Italia, che ha sottolineato come la coesione interetnica e la convivenza di 130 nazionalità diverse all’interno del Paese fosse la pietra angolare della stabilità sociale e avesse creato un modello interreligioso efficace ed originale. La posizione netta dei vertici del Kazakhstan nel definire la necessità di costruire non uno Stato monoetnico, bensì uno stato multietnico, e l’adozione di strumenti normativi giuridici che ratificano la parità dei diritti e delle opportunità di tutti i cittadini kazakhstani, indipendentemente dalla loro origine etnica, sono le condizioni essenziali dell’attuale coesione socio-politica. Particolare rilevanza è stata data al ruolo dell’Assemblea del Popolo del Kazakhstan, un organismo repubblicano che riunisce tutti i gruppi etnici divenuti nel corso del tempo un attivo organo costituzionale in seguito all’ampliamento dei suoi poteri, e la politica linguistica promossa dal Presidente Nazarbayev, che riconosce la necessità del trilinguismo per tutti i kazakhstani.

A seguire ha preso la parola Chasper Pult, linguista e docente universitario svizzero, concentrando il suo intervento sul modello del plurilinguismo svizzero ed il ruolo del retoromancio nel Paese. Durante la conferenza sono state presentate le varie sfide con cui deve confrontarsi una lingua minoritaria che gode di un riconoscimento politico che dovrebbe permetterne la salvaguardia. Secondo Pult, il futuro del romancio dipenderà non solo dai romanci, ma soprattutto anche dalle altre comunità linguistiche svizzere. Può darsi però che proprio la sfida del multiculturalismo possa stimolare le prossime generazioni ad affermarsi nella propria lingua e cultura, rimanendo aperti al mondo. Un’identità con le proprie radici culturali permetterà di situarsi in un mondo sempre più globale senza dover temere di annegare nell’incertezza e la confusione crescenti, imparando però dalle esperienze altrui.

L’Incaricato d’Affari dell’Ambasciata serba in Italia, Tatjana Garcevic, ha riconosciuto, nel suo intervento al tavolo dei relatori, come la lingua oggi sia uno strumento di integrazione. A suo avviso, la lingua non è solo una sorta di diritto delle minoranze, ma ciò che ci rappresenta e definisce la nostra identità, è un segnale psicologico di un sentimento di fiducia in sé stessi, nonché il fondamento della nostra civiltà europea, di cui siamo una parte importante. Un ottimo esempio di quanto detto è riscontrabile in Serbia e nella Vojvodina, dove varie minoranze vivono insieme. Nonostante le grandi tentazioni dovute alla disgregazione della Jugoslavia, la Vojvodina è riuscita a conservare il suo carattere multi-confessionale. Questo fatto è dovuto, tra le altre cose, alla presenza di una minoranza ben integrata.

Il Direttore Scientifico dell’IsAG, Francesco Brunello Zanitti, ha focalizzato il suo intervento sulla sfida del multiculturalismo in India e la Costituzione del 1950. Secondo Brunello Zanitti, si può affermare che il processo indiano, indirizzato a far fronte alle sfide poste dal multiculturalismo, sia sostanzialmente un successo, pur considerandone tutti i limiti. La Costituzione appare come l’espressione di un giusto organismo messo concretamente in atto per gestire una società multiculturale e necessita un supporto a livello interno e in ambito internazionale. Il modello costituzionale indiano rappresenta dunque un interessante case-study considerata l’attuale trasformazione verso un sistema multiculturale degli Stati europei, i quali dovranno gestire, ad esempio in ambito religioso e linguistico, sfide affrontate dall’India già dal 1947.

Ha chiuso gli interventi del secondo panel Dario Citati, Direttore del Programma “Eurasia” dell’IsAG. Rievocando i fatti più significativi della costituzione dello Stato russo nel suo accento multiculturale, il dott. Citati riflette sulla tragicità della storia russa, tradotta nella consapevolezza dei rischi di un comunitarismo che può facilmente sfociare nel separatismo e nella disgregazione dello Stato: a suo avviso soltanto l’ordine e un codice di valori condivisi possono prevenire la catastrofe della dissoluzione che questo Paese ha appunto già conosciuto nella sua storia. L’esperienza della Russia offre in questo senso almeno tre spunti di riflessione anche a noi occidentali: il primo riguarda i principi stessi su cui fondare l’integrazione e la tutela delle minoranze; il secondo aspetto è la centralità dell’elemento demografico; il terzo e forse più importante aspetto è il semplice riconoscimento che i popoli esistono, come soggetti di storia e come insieme di individui concreti, che nessun centralismo può coartare.

(Alessandra Caruso e Chiara Ginesti)



No comments so far.

Be first to leave comment below.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Solve : *
22 + 5 =