Habemus Presidente: il Libano ricomincia (forse) da Aoun Habemus Presidente: il Libano ricomincia (forse) da Aoun
29 mesi e 45 sessioni parlamentari: questi i numeri emblematici del vacuum istituzionale libanese iniziato il 25 maggio del 2014 con la fine del... Habemus Presidente: il Libano ricomincia (forse) da Aoun

29 mesi e 45 sessioni parlamentari: questi i numeri emblematici del vacuum istituzionale libanese iniziato il 25 maggio del 2014 con la fine del mandato presidenziale di Michel Suleiman e conclusosi, dopo più di due anni da quel giorno, lunedì 31 ottobre. Durante la quarantaseiesima sessione del Parlamento libanese convocata per la votazione del Presidente della Repubblica è stato infatti eletto il generale cristiano maronita Michel Aoun, così come era già apparso chiaro dai riallineamenti politici avutisi nelle ultime settimane.

Anche la lunga crisi istituzionale iniziata nel 2014, così come molte delle precedenti, può essere letta, in uno sforzo di semplificazione, essendo la realtà sempre estremamente più complessa della narrazione, adoperando due principali lenti: da un lato, un fattore interno principalmente ricollegabile, oggi come già in passato, al fatto che il Libano si regge su una struttura istituzionale e socio-politica di tipo etnico-confessionale in cui estremamente delicato risulta il bilanciamento di interessi e poteri. In particolare e forse a differenza delle precedenti, in questa crisi non sembra aver influito tanto la frattura inter-religiosa, fra cristiani e musulmani, quanto quella intra-cristiana. Dall’altro lato, il fattore esterno riguarda, come è facile intuire, la “guerra fredda” che si sta combattendo tra i due protagonisti della regione, la potenza sciita iraniana e quella saudita sunnita.

In riferimento alla prima linea da indagare occorre primariamente sottolineare che, secondo una consuetudine non scritta, il Presidente della Repubblica deve essere un cristiano-maronita, il capo del governo un sunnita e il Presidente della Camera uno sciita. Attualmente la comunità cristiana, all’interno della quale devono appunto trovarsi i candidati per la presidenza, risulta politicamente divisa in due campi: la parte maggioritaria dei cristiani, guidata da Michel Aoun, si è schierata con il movimento sciita di Hezbollah nella coalizione dell’8 marzo, mentre l’altra parte, le Forze libanesi (FL) guidate da Samir Geagea, risulta alleata con i sunniti del partito Al Mustaqbal di Saad Hariri e con il partito Kataeb d’Amine Gemayel nella coalizione del 14 marzo. Se dunque la candidatura di Aoun è stata naturalmente sostenuta dal blocco dell’8 marzo, quello del 14 marzo non ha, perlomeno inizialmente, sostenuto la candidatura del generale e anzi ha proposto un proprio candidato maronita, il deputato del Nord Suleiman Frangié, capo del partito politico al Marada.

La crisi istituzionale libanese è stata una delle tante manifestazioni della guerra fredda fra Arabia Saudita e Iran.

Su una già complessa e delicata situazione interna si sono poi inseriti i diversi interessi degli attori esterni regionali quali appunto l’Arabia Saudita, logica sostenitrice del partito sunnita al Mustaqbal di Hariri, e l’Iran, finanziatore e protettore di Hezbollah. Questa “guerra fredda” che si sta combattendo tra le due potenze regionali e che vede in Siria, Iraq e Yemen i suoi fronti caldi, ha giocato un ruolo fondamentale nel bloccare per più di due anni l’elezione di un nuovo capo di Stato nel piccolo Libano. Le rivalità tra le due coalizioni, quella dell’8 marzo a forte influenza russo-iraniana-damascena, e quella del 14 marzo, vicina all’Arabia Saudita e all’Occidente, si sono poi accentuate a partire dal 2011 con la guerra in Siria e soprattutto con il successivo intervento di Hezbollah a supporto del presidente siriano Assad.

La difficile e complessa situazione libanese si è sbloccata soltanto quando, nella seconda metà di ottobre, Saad Hariri, ha improvvisamente e inaspettatamente dichiarato il proprio «sostegno alla candidatura del generale Aoun per la presidenza della repubblica, sulla base di un accordo politico di convergenza per il bene del Libano». Hariri in una conferenza stampa congiunta con il generale, ha inoltre aggiunto di «voler dare una speranza al Libano con la presidenza di Aoun» per «rilanciare lo Stato, le istituzioni, i servizi di base e per riportare i Libanesi ad una vita normale»1. Nel momento stesso in cui il 20 ottobre Hariri confermava la volontà di appoggiare la candidatura di Aoun il Libano ritrovava la speranza di vedere finalmente una via d’uscita dopo due anni di vacuum istituzionale.

Indubbiamente la scelta da Hariri di supportare la candidatura di Aoun in cambio della quale sembrerebbe aver ricevuto la promessa di ottenere la carica di Primo Ministro nel nuovo governo, è stata in parte dettata da interessi di partito e di fazione: il progressivo isolamento politico del partito di Hariri, sia a livello nazionale che internazionale, emblematicamente sancito dalla sconfitta alle elezioni amministrative dello scorso maggio, definisce chiaramente i confini di una decisione basata su un particolare interesse politico. Tuttavia, non si può aprioristicamente escludere il valore etico-nazionale di questa scelta. A sei anni dallo scoppio della guerra nel vicino siriano gli enormi problemi del Libano richiedevano una svolta e soprattutto delle istituzioni forti e funzionanti, sole capaci di dare una risposta alle enormi sfide, politiche, sociali ed economiche, alle quali il Paese dei cedri deve necessariamente cominciare a far fronte, pena il collasso delle strutture statali e sociali. La nomina di un Presidente della Repubblica ristabilisce, poi, l’equilibrio di potere tra cristiani e musulmani seguendo la linea tracciata dai padri dello stato indipendente libanese rilanciando in questo modo il principio di un vivere in comune in uno Stato inclusivo, principio cardine del modello statale libanese tanto più importante in una regione in cui il principio della pacifica convivenza confessionale è messo costantemente a dura prova.

Il compromesso raggiunto a favore proprio di Aoun risulta poi particolarmente vantaggioso per il Libano: Aoun è un uomo forte e “made in Lebanon”, come si è detto, in quanto non concordato diplomaticamente o politicamente da attori statali esterni, arabi o occidentali. Una considerazione, questa, sollevata da molti osservatori che hanno sottolineato l’innegabile differenza rispetto alle precedenti crisi politico-istituzionali del Libano. Negli anni Ottanta così come nel 2007 le due crisi istituzionali vennero risolte non tanto per volontà dei libanesi stessi quanto per l’intervento e il conseguente compromesso raggiunto dalle potenze regionali influenti in Libano. Con Aoun, dunque, il Libano spera e sogna di liberarsi da “uomini fantocci” portatori di interessi legati a singoli clan o fazioni, e di essere rappresentato da un uomo che incarni un Libano libero e indipendente, un uomo che, come si è detto in vari slogan durante le ultime settimane, sembra avere la volontà e la forza di reinventare il Libano. Il Paese dei cedri cerca ancora una volta di riportare al centro della sua politica il vitale bisogno di affermare la propria indipendenza, formale ed effettiva, e sovranità statale e questo ancora di più in un momento in cui la guerra in Siria e in Iraq e la confusione che regna nel Medio Oriente rischiano di avere un tragico impatto sul Paese dei cedri. La necessità di garantire l’indipendenza del Paese è sempre stata il vero motore della storia libanese fin dal 1943 e ora garantire l’indipendenza del Paese voleva dire assicurare il ritorno di istituzioni forti che potessero dirigere e guidare la nazione. Forse proprio con questa consapevolezza i capi libanesi sono finalmente giunti ad un compromesso.

Così come nella crisi anche nello sblocco della crisi il “contributo” dato dalla situazione regionale e dagli attori esterni è risultato fondamentale: il fronte damasceno-iraniano sembra al momento avere la meglio nella guerra in Siria contro il fronte sunnita. E anche in Libano, con la nomina di Aoun, sembrerebbe che il grande vincitore sia l’Iran il quale ha visto salire alla presidenza il proprio uomo. Ma il compromesso Hariri-Aoun grazie al quale il generale ha ottenuto i voti necessari per accedere alla presidenza ha garantito ad Hariri la carica di Primo Ministro nel futuro governo libanese. La nomina di Hariri potrebbe quindi ridare forza al gruppo sunnita, appoggiato da Ryiad, nel momento in cui il potere dei sunniti nella regione sembra subire una grossa erosione. La risoluzione della crisi istituzionale libanese in questo preciso momento e l’assicurazione ricevuta di poter avere un proprio uomo come Primo Ministro potrebbe essere la carta giocata da Ryiad per non perdere terreno anche nel Paese dei cedri proprio nel momento in cui su altri fronti perde terreno.

Chiaramente la sola elezione del presidente non risolverà tutti i problemi del piccolo Paese dei cedri.  La nuova presidenza e il nuovo governo si troveranno a dover infatti affrontare le molteplici sfide relative alle divisioni interne che continuano a permanere nonostante l’innegabile dato positivo dell’elezione, e quelle sempre più delicate riguardanti il contesto regionale.

NOTE:

Roberta La Fortezza è ricercatrice associata del programma di ricerca «Nordafrica e Vicino Oriente» dell' IsAG.

1. Le parole di Hariri sono così riportare in un articolo dell'Agenzia Stampa NENA.


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