Il ruolo strategico dell’Oman tra Oceano Indiano e Medio Oriente Il ruolo strategico dell’Oman tra Oceano Indiano e Medio Oriente
Nella realtà multipolare che sta caratterizzando il XXI secolo nuovi ed importanti attori geopolitici cominciano ad affermarsi sia sullo scenario globale che nei diversi... Il ruolo strategico dell’Oman tra Oceano Indiano e Medio Oriente

Nella realtà multipolare che sta caratterizzando il XXI secolo nuovi ed importanti attori geopolitici cominciano ad affermarsi sia sullo scenario globale che nei diversi contesti regionali. Ad attirare il nostro sguardo, in quest’occasione, è un paese di piccole dimensioni che accrescerà nell’immediato futuro la propria influenza ed assertività in un’area strategica di prim’ordine.

Collocato nella penisola arabica ed affacciato sull’Oceano Indiano il Sultanato dell’Oman, popolato da poco più di 4 milioni d’abitanti, assurgerà infatti nei prossimi decenni al ruolo chiave di hub commerciale tra India e Medio Oriente, facilitato dall’invidiabile posizione geografica che lo vede a cavallo tra mondi diversi e, in alcuni casi, contrastanti.

La stessa storia del paese lo rende un ponte naturale tra le diverse anime dell’Islam e le differenti etnie dell’area. Unico Stato musulmano a non essere né sunnita né sciita, l’Oman presenta al proprio interno una netta maggioranza ibadita, corrente dell’Islam discendente dai Kharigiti (nonostante la non accettazione di una tale filiazione da parte degli stessi ibaditi), che si distinse dai due principali rami dell’universo musulmano durante il VII secolo.

Tale appartenenza religiosa, sostanzialmente estranea alla violenza e particolarmente tollerante verso gli altri culti (tanto da permettere l’esistenza di matrimoni misti tra membri di diverse religioni), ha costituito un perfetto retroterra culturale per una nazione che più volte ha dimostrato la propria volontà di porsi come mediatrice tra le potenze della regione, rappresentando un oggettivo fattore di stabilità nel travagliato Medio Oriente1.

Una caratteristica, quella dell’apertura al dialogo, che assume un preciso valore geopolitico nei paesi del Golfo, costretti a fare i conti con la perenne rivalità tra Arabia Saudita ed Iran, elemento che riemerge periodicamente nelle diverse crisi contemporanee. Alla polarizzazione degli Stati dell’area tra Ryad e Teheran, l’Oman ha contrapposto un’equidistanza attiva, foriera di soluzioni e non di ciechi irrigidimenti, guadagnando una significativa considerazione presso tutti gli attori internazionali che perseguano soluzioni stabilizzatrici per quel quadrante.

Il ruolo politico di Muscat, tuttavia, non può da solo illustrare l’importanza che il paese sta acquisendo per i governi dell’Asia: gli sforzi del sultano Qaboos, asceso al trono nel 1970 dopo aver rovesciato il padre, sono attualmente indirizzati verso una diversificazione dell’economia, ad oggi ancora troppo dipendente dall’esportazione di petrolio.

Gli incassi dalla vendita di oro nero sono infatti scesi negli ultimi anni, portando il contributo della produzione petrolifera sul PIL dal 52,3% del 2012 al 47,2% del 20142. Nonostante tale flessione (sulla quale va però sottolineato il peso avuto dal calo del prezzo del greggio nel periodo considerato) è immediatamente evidente l’enorme dipendenza dell’Oman dalle risorse del proprio sottosuolo, che per il paese rappresenta una condizione di indubbia fragilità, soprattutto alla luce del ritorno sul mercato internazionale, dopo l’accordo dei 5+1, degli idrocarburi iraniani, i quali, una volta immessi sul mercato, potranno contribuire al contenimento dei prezzi.

Di contro, la decisione dell’OPEC di ridurre la produzione petrolifera degli Stati membri3 rappresenta un importante sostegno per tutti quei paesi (tra i quali vi è lo stesso l’Oman) che vedono una parte determinante del proprio bilancio coperto dagli introiti del greggio. L’establishment omanita ha tuttavia compreso l’improrogabile necessità di investire massicciamente su altri settori dell’economia nazionale.

Quest’esigenza ha portato il sultano ad approvare lo scorso luglio l’ “Oman’s National Programme for Enhancing  Economic Diversification”, volto a salvaguardare il paese dall’eccessiva dipendenza dal petrolio. Tale piano di sviluppo verrà affidato ad esperti omaniti ed internazionali, con una stretta collaborazione tra Muscat ed il governo della Malesia, visto che proprio quest’ultima viene presa come modello vincente di diversificazione economica4.

Nonostante sia ancora presto per poter delineare un quadro preciso degli interventi che verranno realizzati, si possono già individuare i settori dell’economia che verranno toccati nei prossimi anni dal programma. Essi riguardano principalmente i settori turistico, industriale, logistico e sanitario prevedendo inoltre la creazione di due aree a tassazione speciale, congiuntamente ad incentivi per il mercato del lavoro e l’occupazione5.

Di tali settori una menzione particolare meritano turismo e assistenza sanitaria. Sin dalla pubblicazione nel 1995 del documento “Vision 2020” l’Oman ha indicato questi campi come fondamentali per l’incremento dell’economia (nell’ottica di attestare la crescita complessiva del PIL sopra il 7% annuo). Il Sultanato sta inoltre procedendo alla costruzione di una città dedicata integralmente alle cure mediche, che concentrerà in una singola area numerose strutture per l’assistenza ai pazienti. L’Oman è pronto a stanziare 775 milioni di dollari per concretizzare tale progetto nella regione di Barka, non lontana dalla capitale6.

Il fiore all’occhiello di questo mastodontico piano è tuttavia la realizzazione del porto di Qudm, un villaggio costiero situato circa 550 km a sud di Muscat. L’intenzione dell’establishment omanita è di terminare i lavori entro il 2018. Dal 2013 ad oggi la popolazione è passata da 3.000 persone, principalmente dedite alla pesca, alle circa 27.000 attuali e le previsioni indicano che nel 2022 dovrebbe raggiungerne 100.000. Anche se in termini assoluti non si tratta di un numero enorme, se si considera che l’implemento della popolazione avverrebbe in appena un decennio le dimensioni della crescita di Qudm appaiono invece impressionanti7.

Gli stanziamenti per Qudm nel quinquennio 2015-2018 ammonteranno a circa 87 miliardi di dollari: oltre al porto verranno infatti costruiti un aeroporto internazionale (che dovrebbe diventare attivo entro la fine del 2016) ed una raffineria da 230 mila barili al giorno. Accanto agli investimenti governativi un ruolo importante verrà inoltre giocato dai privati che si sono già aggiudicati appalti per 750 milioni di dollari. Meritano inoltre di essere segnalati la creazione del polo universitario “Al-Soud International School” e la prossima edificazione da parte di un consorzio di aziende tedesche di una centrale per l’energia solare da 1.000 megawatt, che sarebbe, una volta costruita, la più grande al mondo. Tra gli ambiziosi obiettivi dell’Oman c’è infatti quello di puntare sulle energie rinnovabili volendo soddisfare con esse, entro il 2030, il 25% del fabbisogno energetico omanita8.

L’importanza di Qudm non è solo economica: insieme a Sohar e Salalah (rispettivamente nel nord e nel sud del paese) esso è una delle tre fondamentali infrastrutture portuali fuori dallo Stretto di Hormuz su cui l’Oman può contare (oltre ovviamente alla capitale), rimanendo nelle vicinanze del Golfo Persico. Tale posizione permette così a Muscat di offrire al mondo delle valide basi commerciali immuni dalle tensioni che caratterizzano il Golfo, senza allo stesso tempo perdere le allettanti opportunità che la prossimità geografica ad esso permette.

Una condizione invidiabile quest’ultima, tanto da portare il celebre analista Robert Kaplan ad ipotizzare un prossimo spostamento della US Navy nelle istallazioni portuali omanite: “si considera Aden in Yemen un luogo cruciale nel XIX secolo a causa della sua importanza per l’Impero britannico e si ritiene Singapore fondamentale nell’ultimo trentennio del XX secolo ed agli inizi del XXI come centro per la marina militare statunitense nel [perseguimento] degli interessi economici in Asia orientale. Allora potrebbe essere – ed enfatizzo la parola “potrebbe” – che Duqm possa assumere un’importanza paragonabile nella metà del XXI secolo”.

Non è dunque un caso che Duqm venga paragonata da molti osservatori internazionali ad Hong Kong e Singapore, due città che oltre all’indubbio valore economico presentano un grande fascino nell’immaginario collettivo occidentale. Il fatto che l’Oman abbia la volontà di imitare certi modelli di successo fa comprendere la mole di investimenti in campo.

Un altro ponte tra Oriente ed Occidente sta dunque per essere eretto.

NOTE:

Marco Valerio Solia è collaboratore del programma «Infrastrutture e Sviluppo Territoriale» dell'IsAG.

NOTE
1. L'Islam tranquillo degli Ibaditi.
2. Iran Oman: convergenza logistica-geopolitica.
3. Petrolio: l'OPEC trova l'accordo per tagliare la produzione.
4. Oman's economic diversification plan gets Royal approval.
5. Ibidem
6. TradeArabia.
7. Porti, hotel ed energia: così l'Oman pensa al dopo petrolio.
8. Ibidem


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