La Colombia sul precipizio La Colombia sul precipizio
Se l’informazione langue, non significa che non accada niente. Ai negoziatori del processo di pace colombiano respinto sia pure di misura da un improvvido... La Colombia sul precipizio

Se l’informazione langue, non significa che non accada niente. Ai negoziatori del processo di pace colombiano respinto sia pure di misura da un improvvido referendum, sta franando la terra sotto i piedi. Dopo l’inattesa gelata del voto contrario, hanno immediatamente ripreso le trattative e raggiunto un nuovo accordo che soddisfa gli interessi sostanziali della grande maggioranza di latifondisti e allevatori.

Detto in poche parole ma chiare, le FARC hanno rinunciato a qualsiasi provvedimento che si richiami a una riforma agraria, una loro rivendicazione primordiale, quasi la ragione storica della loro esistenza, al di là delle molte e talvolta gravi compromissioni (come quella con il narcotraffico) cui hanno ceduto nei decenni di guerra. Si fanno carico di partecipare all’indennizzo delle vittime della guerra e accettano in alcuni casi di sottoporsi alla giustizia.

Il governo di Manuel Santos e la guerriglia più longeva del mondo speravano così di aver superato l’ostilità dei grandi interessi agrari e spianato la strada all’approvazione della nuova intesa in Parlamento. Portando finalmente in salvo la pace, dopo quasi settant’anni di massacri, saccheggi e oppressione, con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi. L’accordo rimane invece in uno stallo sempre più pericoloso e a rischio di progressivo logoramento. Poiché il partito dell’ex presidente Alvaro Uribe, il Centro Democratico (che secondo l’opinione corrente di centrista ha poco e di democratico non molto di più), per oltre due settimane non ha risposto alla richiesta del governo di trattarlo in aula e adesso ha dichiarato di volerlo respingere. Pretende che la guerriglia rinunci ai diritti politici e quindi alla possibilità per suoi ex membri di candidarsi tanto alle elezioni parlamentari quanto a quelle amministrative locali.

Uribe in realtà vuol guadagnare tempo, trascinare l’incertezza quanto più possibile a ridosso delle prossime elezioni presidenziali, previste tra un anno e mezzo, per condizionarle e vincerle. Più d’uno degli uomini a lui vicini, dicono esplicitamente che la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, il carattere spregiudicato con cui ha condotto la sua campagna elettorale, lo hanno rafforzato nella convinzione di non permettere al presidente Santos, suo ex ministro della Difesa e poi rivale, di superare l’impasse in cui è caduto il processo di pace che avrebbe dovuto consacrarlo come eroe nazionale. Certo disorientamento nell’opinione pubblica, l’intransigenza dogmatica delle chiese evangeliche da tempo molto influenti, la frattura in quella cattolica tra l’ala pastorale vicina a papa Francesco e quella tradizionalista, giocano a favore dell’ex presidente.

Il pericolo per la Colombia è di precipitare nuovamente nell’ aperta violenza. Ce ne sono le condizioni sufficienti. Sebbene colte in una fase di smobilitazione, con la mente rivolta ormai al ritorno nella vita civile e legale, i 7-8mila guerriglieri delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, le FARC, appunto, non hanno ancora consegnato le armi. Né lo hanno fatto le migliaia di milicianos, altrettanti o ancor più numerosi, semi-clandestini o del tutto occulti nelle zone urbane. Quanti tra loro erano contrari a confidare nella buona volontà del governo, oggi manifestano allarme e pena per i due compagni uccisi dall’esercito in uno scontro a fuoco di cui non si conoscono ancora le circostanze, così come per i quattro dirigenti della sinistra democratica assassinati negli ultimi giorni in diversi centri del paese. Questi ultimi non avevano mai militato nella lotta armata.
Erano esponenti di Marcha Patriotica, un raggruppamento politico di sinistra che si richiama a quell’Union Patriotica decimata negli anni Ottanta dagli uomini di mano degli allevatori e del narcotraffico in decine e decine di mortali attentati. E’ la ricomparsa dello spettro che come un convitato di pietra ha accompagnato i quattro anni delle trattative per l’attuale disarmo.

In circostanze non molto diverse da quelle attuali, ormai isolati e inermi, i capi e tutte le personalità di spicco tra i combattenti che d’intesa con il governo di allora abbandonarono le armi per tornare alla legalità e alla politica con la bandiera dell’Union Patriotica, furono sterminati uno dopo l’altro. I timori che in questa situazione la Colombia possa essere risucchiata in un’ulteriore spirale di lutti e distruzioni appaiono perfino una tragica ovvietà.

NOTE:

Livio Zanotti è un giornalista italiano - già inviato speciale e corrispondente dall'estero (Buenos Aires per tutta l'America Latina, Mosca, Parigi, Berlino) de L'Espresso, La Stampa, RAI - TV e editorialista de Il Giorno - ha realizzato documentari e reportage per gli “Speciali” del TG1-Rai-TV diretti da Alberto La Volpe. Risiede in Argentina ed anima il sito http://www.ildiavolononmuoremai.it


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