L’effetto Trump sui mercati finanziari L’effetto Trump sui mercati finanziari
L’impatto sulla volatilità La vittoria di Donald Trump alle Presidenziali non ha colto di sorpresa solo gli intellettuali liberal e i mass media. Anche... L’effetto Trump sui mercati finanziari

L’impatto sulla volatilità

La vittoria di Donald Trump alle Presidenziali non ha colto di sorpresa solo gli intellettuali liberal e i mass media. Anche gran parte degli operatori finanziari americani e internazionali si erano schierati più o meno convintamente a favore della candidata democratica, avvalorando de facto la retorica anti-establishment del candidato repubblicano. Nell’anno che ha preceduto il voto, banche d’affari, agenzie di rating, hedge fund, società di consulenza e think tank, americani ed esteri, hanno divulgato rapporti e analisi che mettevano in guardia dalle conseguenze economico-finanziarie di una possibile elezione di Trump a Presidente. Oggettivamente un fuoco di fila sbilanciato e poco consueto per la tradizione delle elezioni americane che, probabilmente, non ha giovato a Hillary Clinton.

Solo per fare qualche esempio: in un report datato 22 dicembre 2015 il Tax Policy Center, influente think tank con sede a Washington DC specializzato in materia fiscale, ammoniva l’opinione pubblica circa le conseguenze delle politiche fiscali propugnate dai candidati repubblicani, stimando per il programma di Trump un potenziale taglio delle entrate fiscali pari a 9.500 miliardi di dollari in 10 anni e quasi 25.000 nell’arco di un ventennio; a marzo 2016 un paper dell’American Action Forum, un’associazione no-profit conservatrice con sede a Washington DC, calcolava che le politiche migratorie ipotizzate da Trump avrebbero avuto un impatto negativo sul PIL americano per 1600 miliardi di dollari; in una release specifica del 3 ottobre 2016 Macroeconomic Advisers, autorevole centro studi britannico specializzato in business advisoring, prevedeva una flessione del 7% sullo S&P 500 in caso di vittoria repubblicana e un balzo del 4% in caso di vittoria democratica.

Mentre gli endorsement alla Clinton si susseguivano, dal clan Bush a Chris Albrecht, dal “Financial Times” al “Atlantic Magazine”, anche i mercati sembravano mandare segnali a sostegno della candidata democratica.
Nel corso del dibattito presidenziale del 26 settembre ad esempio – quello più nettamente a favore della Clinton – l’andamento dei futures sull’indice S&P 500 seguì pedissequamente quello delle proiezioni elettorali, che fotografavano un aumento delle probabilità di successo per la candidata democratica da circa il 63% a oltre 68%. Anche in occasione della lettera indirizzata al Congresso il 28 ottobre dal Direttore del FBI James Comey, che a meno di 15 giorni dalle elezioni annunciava la riapertura delle indagini sulla candidata democratica, e della successiva lettera del 6 novembre, in cui l’agenzia federale comunicava la chiusura delle indagini senza ulteriori sviluppi, i mercati internazionali hanno avuto reazioni eloquenti, cedendo in media più del 2% nella prima occasione, e facendo segnare rialzi tra l’1 e il 2% nella seconda.

D’altronde, le prime reazioni dei mercati all’elezione di Donald Trump sono state disomogenee e contradditorie, comunque ben lontane dalle previsioni catastrofiche dei mesi scorsi. Mentre sulle piazze asiatiche, che erano aperte durante lo spoglio delle schede, le ripercussioni immediate sono state violente, soprattutto sul Nikkei, le piazze europee hanno potuto contare sull’apertura confortante di Wall Street, virando nella seconda parte della seduta verso il rialzo. Nei due giorni successivi, a esclusione dei rimbalzi del Nikkei e del Kospi, e di una flessione piuttosto marcata del FTSE 100 – probabilmente solo indirettamente legata ai risultati delle elezioni americane – i listini sono stati complessivamente poco mossi. Sul fronte valutario invece il dollaro si è apprezzato nei confronti di tutte le principali valute di riferimento, e in particolare rispetto al Peso messicano e al Won sudcoreano, per effetto delle politiche migratorie e commerciali annunciate dal Presidente eletto.

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Prima di avventurarsi nell’analisi delle prospettive economico-finanziarie di breve/medio periodo, appare però necessario fare una premessa di ordine metodologico. La caratteristica che più di ogni altra ha alienato a Trump il consenso delle elites finanziarie è l’imprevedibilità. Abbinata a una notevole dose di cinismo politico e a un programma vago e cangiante è stata determinante nel caratterizzare il candidato repubblicano come una potenziale minaccia alla stabilità del sistema finanziario internazionale. D’altronde, le dichiarazioni pubbliche e le interviste rilasciate dal neoeletto Presidente sembrano avvalorare la tesi dei tanti esperti che, in momenti diversi della campagna elettorale, hanno preconizzato una normalizzazione del trumpismo in caso di vittoria, lasciando quindi gli operatori finanziari in un limbo che probabilmente, almeno fino al completamento della squadra di governo, limiterà i riposizionamenti più rilevanti. Azzardare previsioni sulla composizione della scala di priorità che caratterizzerà il mandato Trump appare avventato. Di conseguenza si ipotizzeranno due distinti scenari, elaborati in base all’analisi di quattro fattori: le scarne indicazioni emerse dalla campagna elettorale del candidato repubblicano, la struttura del consenso elettorale, le correnti politiche che hanno appoggiato la corsa alla Casa Bianca e gli interessi delle principali lobby economico-finanziarie.

Nel primo scenario (SCENARIO A) si valuterà un approccio consociativo, caratterizzato dal tentativo dell’amministrazione di contenere le spinte centrifughe e comporre gli interessi divergenti cercando un consenso più o meno condiviso su ciascun dossier programmatico, mediando sulle modalità di implementazione del programma ma non accettando compromessi sull’impianto complessivo. Nel secondo (SCENARIO B) invece si prenderà in considerazione un approccio più spregiudicato, in cui la mediazione tra le diverse anime politiche, sociali ed economiche che hanno sostenuto la candidatura di Trump avviene a livello strategico, nella selezione dei punti programmatici da perseguire fino in fondo con determinazione e in quelle da accantonare del tutto, o quasi, per calcolo politico.

Posta questa premessa metodologica, è possibile addentrarsi in qualche considerazione di merito. La retorica anti-sistema adottata nella campagna presidenziale e la rottura degli schemi partitici classici, subita più che cercata dal candidato repubblicano, hanno fatto di Trump l’incarnazione della deriva populista paventata da larga parte dell’attuale classe dirigente occidentale. Come hanno eloquentemente dimostrato l’esito del referendum britannico e quello delle recenti tornate elettorali europee, sfavorevoli ai blocchi di governo, i mercati non gradiscono le sorprese e non paiono entusiasti delle prospettive economico-finanziarie di questa nuova stagione politica. Uno degli indicatori più affidabili dell’umore che serpeggia tra gli operatori finanziari è il VIX, l’indice di riferimento della volatilità implicita (attesa).

Il VIX (Chicago Board Options Exchange Volatility Index) è un indice che misura la volatilità implicita delle opzioni a 30 giorni sullo S&P 500, ovvero il prezzo che gli operatori sono disposti a pagare per riservarsi il diritto, entro 30 giorni, di comprare o vendere a un determinato prezzo una determinata quantità di asset sullo S&P 500. L’indice di conseguenza è anche una misura piuttosto affidabile del prezzo che gli operatori sono disposti a pagare per avere la possibilità di coprirsi o speculare. Una lettura classica attribuisce a valori pari o inferiori a 20 una valenza positiva, tra 20 e 40 ambigua e oltre 40 negativa. Nel corso degli anni il VIX si è guadagnato la nomea di indice della paura in quanto, pur essendo uno specchio piuttosto veritiero http://www.geopolitica-online.com/?p=33335&preview=truedelle turbolenze che attraversano i mercati, talvolta è vittima di meccanismi simili a quelle che la sociologia definisce “profezie che si autoavverano”. In presenza di particolari condizioni di incertezza o di tensione sui mercati una spinta rialzista sul VIX può infatti travalicare la valenza reale del fenomeno o dei fenomeni che l’hanno innescata e scatenare violente fluttuazioni, che possono portare, nel peggiore dei casi, al panic selling. Al contrario, è raro assistere a violenti sbalzi del VIX legati all’euforia, fenomeno che gli economisti spiegano con la diversa reazione dei mercati agli shock negativi e a quelli positivi. D’altronde, mentre l’esito del referendum britannico del 24 giugno ha innescato una brusca impennata della volatilità attesa, l’esito delle elezioni americane sembra aver avuto effetti limitati sul VIX. L’indice, anzi, dopo una virata al rialzo in concomitanza con la prima lettera del direttore del FBI, che sembrava avvalorare l’idea di un crescente nervosismo sui mercati, ha iniziato gradualmente a scendere, assestandosi su livelli del tutto tranquillizzanti.

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Quale trend ci si può quindi aspettare per il VIX nel breve/medio periodo? Come detto in precedenza, il VIX ha una natura duplice. Pur essendo lo specchio di sentimenti diffusi è anche un potente strumento speculativo, che i market mover utilizzano abitualmente per influenzare o manipolare i mercati. Di conseguenza, è possibile distinguere due livelli di incertezza e nervosismo: un primo livello, che riguarda gli operatori non istituzionali, qualificati e retail, e un secondo livello, che riguarda invece gli investitori istituzionali e i market mover. Se nel primo caso il VIX può presentare distorsioni dovute alla discrepanza tra le informazioni in possesso degli investitori non istituzionali e quelle a disposizione degli istituzionali e dei qualificati, con conseguenti speculazioni e manipolazioni sull’indice, nel secondo caso può addirittura perdere di significato rispetto ai fenomeni e alle dinamiche che dovrebbe rappresentare. Paradossalmente, una situazione di estrema incertezza, che coinvolga tutti gli operatori, è in grado di sterilizzare il VIX.

Nello SCENARIO A è possibile prevedere che, nonostante la presidenza Trump rappresenterà certamente una cesura epocale con il passato, la concertazione nell’implementazione delle linee programmatiche limerà gli spigoli più pericolosi per la stabilità economico-finanziaria internazionale della proposta politica del neoeletto Presidente. Un’amministrazione che dialoga costantemente nel processo decisionale con i principali operatori del settore finanziario garantirebbe ampi spazi di manovra agli investitori istituzionali, a discapito dei qualificati e dei retail, in preda di prospettive vaghe e incerte. In un simile scenario (SCENARIO A) è possibile prevedere che nel breve/medio periodo si assisterà a un aumento della volatilità sul VIX e a un innalzamento dei valori minimi, che potrebbero attestarsi tra 15 e 18, nonché a shock periodici in grado di far schizzare nuovamente l’indice oltre quota 30, come non accade dal 2012.

Il confronto in materia di politica commerciale e monetaria con la Cina, il riposizionamento strategico nei confronti dell’Iran e il graduale raffreddamento dei rapporti con i Paesi del Golfo saranno in grado di scatenare periodiche e violente fluttuazioni sul VIX, assecondate dai massicci flussi speculativi degli investitori istituzionali, ma difficilmente spingerà l’indice sopra la soglia dei 40 punti, limite che metterebbe sotto pressione anche i portafogli dei market mover e che potrebbe innescare spirali incontrollabili. Il divario tra la percezione diffusa di incertezza e la relativa tranquillità dei market mover garantirà le condizioni ideali per frequenti manipolazioni speculative dell’indice. Le indiscrezioni sui nomi dei possibili candidati alla Segreteria del Tesoro e alla Segreteria di Stato sembrerebbero confermare questo scenario.

Nel caso in cui invece si verifichi lo SCENARIO B, le conseguenze sul VIX potrebbero essere molto più complesse.
Qualora, infatti, il neoeletto Presidente decidesse di adottare un approccio più autonomo e meno duttile, in cui il confronto e la mediazione con l’establishment economico-finanziario avvengono solo sui dossier dove sussistono convergenze tattiche e strategiche ma non su quelli su cui si concentrano le preoccupazioni dei market mover, si verificherebbe la condizione definita precedentemente come incertezza di secondo livello. Esclusi dai processi decisionali su questioni economico-finanziarie e strategiche dirimenti per la stabilità finanziaria internazionale, come il dossier cinese o il dossier iraniano, anche gli investitori istituzionali saranno in balia dell’incertezza e del pessimismo, con conseguenze sul VIX difficilmente prevedibili.
Anche in questo caso, ovviamente, la volatilità sul VIX è destinata ad aumentare.

La dinamica più probabile vede un’espansione della banda di fluttuazione dell’indice, con oscillazioni continue tra minimi molto bassi (compresi in una forbice tra 10 e 13) e valori intermedi compresi tra 22 e 25, mentre shock improvvisi, legati a decisioni, dichiarazioni o indiscrezioni, saranno in grado di spingere l’indice su valori superiori, o ben superiori, a 40, con potenziali ripercussioni devastanti sui mercati internazionali. Alla perenne ricerca di tempo per riposizionarsi, in continuo ritardo rispetto al decisore politico, i market mover avranno limitate capacità di influenza sull’indice e le utilizzeranno principalmente per coprirsi a condizioni vantaggiose piuttosto che per speculare al rialzo. La nomina di Mike Pompeo a Direttore della CIA sembrerebbe invece avvalorare questa seconda ipotesi.

L’elezione di Trump, comunque, al di là dell’approccio che l’amministrazione deciderà di seguire nel corso del mandato, è destinata ad aumentare la volatilità sui mercati nel breve/medio periodo. Seppur la settimana delle elezioni si sia chiusa con il VIX in decisa flessione (di circa il 25%), il TYVIX, l’indice che misura la volatilità attesa (implicita) sui Treasury Note a 10 anni ha mostrato un trend inverso, con un balzo di oltre il 20%, testimoniando una condizione di incertezza e tensione latenti sui mercati. D’altronde, i prossimi appuntamenti elettorali in Europa, dal referendum italiano e dalle elezioni austriache del 4 dicembre alle elezioni tedesche e francesi, calendarizzate nel 2017, possono avere violente ripercussioni sulla volatilità implicita, soprattutto qualora sancissero definitivamente l’avvento di una nuova stagione politica tendenzialmente ostile alla globalizzazione e al libero mercato. Qualora poi i risultati elettorali innescassero un processo politico interno all’Unione Europea di ridiscussione dei trattati costitutivi, il focus dei mercati si sposterebbe rapidamente in Europa. Con il rischio di una nuova tempesta perfetta, come nel 2007.



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