Le rivelazioni di Snowden ed il ruolo strategico dei metadati. L’Italia guarda al Mediterraneo Le rivelazioni di Snowden ed il ruolo strategico dei metadati. L’Italia guarda al Mediterraneo
Nel giugno del 2013 un ventinovenne della Carolina del Nord sconvolse il mondo con alcune sconcertanti rivelazioni. Dopo aver consegnato a Glenn Greenwald, giornalista... Le rivelazioni di Snowden ed il ruolo strategico dei metadati. L’Italia guarda al Mediterraneo

Nel giugno del 2013 un ventinovenne della Carolina del Nord sconvolse il mondo con alcune sconcertanti rivelazioni. Dopo aver consegnato a Glenn Greenwald, giornalista del The Guardian, informazioni della massima riservatezza sulle attività segrete della National Security Agency (NSA) in materia di controllo di massa e spionaggio internazionale, l’autore della fuga di notizie si rifugiò a Hong Kong prima che diventassero di dominio pubblico: iniziava così il caso Edward Snowden.

Quell’anno, in una serie di articoli pubblicati dal 5 al 29 giugno, vennero divulgati alcuni dei segreti sensibili del NSA come l’acquisizione quotidiana di metadati sulle telefonate effettuate all’interno degli Stati Uniti e da questi verso l’estero, nonché l’esistenza del programma PRISM, in grado, grazie alla collaborazione delle maggiori compagnie del settore informatico, di visionare il traffico internet mondiale come mail, chat, immagini e video condivisi privatamente dagli utenti.

Tali informazioni sono solo alcune delle rivelazioni fatte ai giornali da Snowden, ex tecnico della CIA e collaboratore della Booz Allen Hamilton, impresa IT consulente della stessa NSA. L’informatico americano, dopo essere fuggito a Hong Kong, è riuscito nel 2014 ad ottenere provvisoriamente asilo politico (della durata di tre anni) dalla Russia, dove attualmente risiede.

Lo spionaggio pervasivo dei cittadini di tutto il mondo, americani compresi, avrebbe fatto nascere in Snowden un forte disagio nei confronti della collaborazione con la NSA, portandolo ad architettare la fuga di notizie e la propria partenza dagli Stati Uniti, configurando così un cambio radicale della propria esistenza1.

Nel novembre dello stesso anno, sempre partendo dalle informazioni rivelate da Snowden, i giornalisti di alcune importanti testate europee come L’Espresso, la tedesca Sueddeutsche Zeitung, la greca Ta Nea e la televisione, anch’essa ellenica, Alpha Tv sono riuscite a scoprire la localizzazione di una base segreta inglese, gestita di concerto con l’intelligence statunitense, deputata a spiare l’immenso flusso di comunicazioni tra Europa e Medio Oriente. Essa è situata nell’isola di Cipro, non a caso colonia inglese fino al 1960 e collocata in una posizione invidiabile, a cavallo tra tre continenti2.

La prossimità tra il Government Communications Headquarters (GCHQ) britannico e l’NSA americana è infatti un dato strutturale, da considerare congiuntamente al rapporto che le due agenzie detengono con i servizi segreti di Canada, Australia e Nuova Zelanda. Si tratta del sodalizio noto come “Five Eyes”, imponente raccordo di informazioni degli Stati anglofoni.

“L’accordo Uk-Usa del 1946 – ha scritto Luca Mainoldi sulla rivista Limes – che ha dato vita all’alleanza nota come Five Eyes tra le agenzie di intelligence elettronica (in gergo Sigint, da signal intelligence) di Stati Uniti (definiti prima parte) e Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda (definite seconde parti) – prevederebbe un’intesa di non spionaggio reciproco. Esistono però clausole che ammettono eccezioni. […] In base alle intese risalenti alla seconda guerra mondiale e agli albori della guerra fredda (e da allora rinnovate più volte), le cinque agenzie mantengono legami strettissimi scambiandosi analisi e dati grezzi, fondi, sistemi tecnici e personale. Ma è l’Nsa che integra i bilanci degli altri partner con le proprie risorse”3.

Anche se il sodalizio con le altre agenzie d’intelligence anglofone occupa un ruolo centrale per l’NSA, essa intrattiene ovviamente rapporti anche con i servizi segreti di altri paesi. Utilizzando sempre le parole di Mainoldi: “Secondo un articolo del Guardian, alcune terze parti hanno uno status speciale: ossia quelle appartenenti ai Nine Eyes (i cinque membri anglofoni più Danimarca, Francia, Paesi Bassi e Norvegia), seguiti dai Fourteen Eyes (i nove precedenti più Germania, Belgio, Italia, Spagna e Svezia). Un sistema a cerchi concentrici che da un nucleo pesante (i Five Eyes), si estende progressivamente ad altri partner con minor peso e minori diritti”4.

Oltre a svelare i rapporti asimmetrici all’interno del campo occidentale (nonché in seno allo stesso mondo anglofono) il rafforzarsi di un’Anglosfera, concetto riproposto da Limes nel giugno di quest’anno5, evidenzia anche l’importanza del costante flusso di informazioni che attraversa il mondo globalizzato, su tutte internet e telefonia mobile, sia in ottica economica che di spionaggio.

Lo scandalo Datagate ha contribuito ad aumentare la consapevolezza degli attori statuali verso questo vero e proprio scrigno, permettendo un approccio più attento nel perseguire gli interessi nazionali. In quest’ottica l’attenzione di Roma deve essere puntata sul Mar Mediterraneo, crocevia strategico dei cavi sottomarini in fibra ottica, veicolo fondamentale per far scorrere il traffico internet (nel mondo tra il 95 ed il 99% di tale traffico passa proprio attraverso i cavi sottomarini)6.

“La rotta preferita per collegare l’Estremo Oriente agli Stati Uniti – ha spiegato a L’Espresso Simone Bonannini (amministratore delegato della filiale italiana di Interoute) – perché in grado di intercettare un mercato aggiuntivo, rimane quello che passa per l’Europa, via Canale di Suez, Sicilia, Marsiglia, e poi a terra fino ad Amsterdam o Londra dove ripartono i cavi transatlantici”7.

Ed è proprio in questo settore che si sta giocando tra Italia e Francia una partita di importanza cruciale per accreditarsi come snodo centrale tra Asia ed Europa. Al momento il paese transalpino è in netto vantaggio, riuscendo ad attrarre a Marsiglia circa il 90% del traffico internet proveniente da Oriente. Il paradosso è che i cavi sottomarini in fibra ottica arrivino prima in Sicilia e qui, invece di passare via terra per la penisola (come ragioni economiche suggerirebbero), si ributtano in mare e proseguono per Marsiglia.

Solamente il 10% di questo traffico rimane dunque nello hub di Catania. Le ragioni che hanno consentito alla città francese di fare la parte del leone vanno individuate nelle peculiari caratteristiche dei centri di smistamento lì presenti, i quali, con l’assenza in essi di un fornitore preponderante, garantiscono un livello di neutralità che attrae gli operatori dell’informazione.

Ma il vantaggio francese, per quanto netto, non significa che l’Italia non possa in breve tempo recuperare ingenti fette di mercato, approfittando della posizione geografica favorevole, in particolare della Sicilia. L’isola si trova infatti in una collocazione privilegiata per ospitare data center e centri di smistamento e non è da escludere che Roma si impegni sensibilmente per favorire questa opzione.

Soprattutto alla luce della creazione di nuovi data center a Palermo e Catania, insieme alla volontà italiana di raggiungere almeno il 40% del traffico transitante tra Asia ed Europa8, l’Italia dispone ancora di allettanti margini di manovra per recuperare il terreno perduto. Anche in questo settore è nel rilancio del Mezzogiorno che il nostro paese si giocherà la partita della ripresa, geopolitica prima che economica.

NOTE:

Marco Valerio Solia è collaboratore del programma di ricerca "Infrastrutture e sviluppo territoriale" dell'IsAG.

1. Cfr. WashingtonPost.com.
2. Cfr. Espresso.it.
3. L. Mainoldi, Five Eyes, l’impero del Nsa in Limes, A che servono i servizi, 07/2014, pp. 102-103.
4. Ibidem, p. 104.
5. Cfr. Limes 06/2016, Brexit e il patto delle anglo spie.
6. Cfr. Espresso.it.
7. Ibidem.
8. Formiche.net.


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